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Roma, 22 gen – Sta facendo molto discutere, anche in Libia, la proposta di Simone Di Stefano, segretario nazionale di CasaPound, che ha dichiarato di voler trasformare almeno una parte del Paese nordafricano in un protettorato. Lo abbiamo contattato per farci spiegare cosa intendesse dire.
Allora, cos’è questa storia della Libia “protettorato” dell’Italia?
Io la interpreto come una misura di transizione. Il punto è questo: o la Libia è uno Stato sovrano, che ha il controllo delle proprie coste e può bloccare immediatamente qualsiasi partenza, oppure non è uno Stato sovrano, e allora chi deve mettere ordine in quel territorio è il suo vicino più prossimo, cioè l’Italia. Sarebbe un percorso che andrebbe fatto insieme. La Libia continua a vivere in uno stato di anarchia, in cui succede di tutto, e ciò di fronte alle coste della nostra nazione. Questo è intollerabile.
Si tratterebbe di quello che gli americani chiamano “state-building”, senza aver dimostrato di saperlo fare, peraltro…
Certo, ma sarebbe una via italiana a ciò. Si tratterebbe di mettere in campo la nostra tradizione di civiltà e di costruzione materiale delle infrastrutture che servono per avere uno Stato. Non basta mettere un satrapo comandato telefonicamente da Washington, qui si tratta di costruire strade, acquedotti, scuole, ospedali. Tutte cose che noi italiani siamo assolutamente in grado di fare.
Insomma, non si tratta del classico colonialismo otto e novecentesco, con la Libia trasformata in provincia italiana e tutto il resto, giusto?
L’Italia ha interesse a che la Libia diventi una nazione sovrana. Nessuno ha interesse a occupare la Libia per imporre loro le cose. Si tratta di costruire uno Stato nell’interesse reciproco. Ho parlato di “protettorato” proprio perché si tratta di terre devastate dalle ingerenze occidentali: la “protezione” italiana servirebbe a impedire tutto questo nella fase in cui i libici si rialzano in piedi. Se invece si continua a puntare sui pupazzi messi lì dall’Onu, secondo me non andiamo da nessuna parte.
Secondo alcuni queste dichiarazioni sono irresponsabili, che creano tensione e caos in un’area delicata…
Macché, c’è bisogno di uno scossone, questi temi vanno portati all’attenzione degli italiani e del resto del mondo. Dopodiché il caos in quell’area non arriva certo dai miei commenti, quanto semmai dalle primavere arabe che hanno portato il caos in tutta quella regione e dagli interventi occidentali che hanno abbattuto governi legittimi. Comunque ci sono tantissimi libici amici dell’Italia e che sanno che solo una nazione amica come l’Italia può aiutarli a rialzarsi. Mi sembra una politica sensata per ridare all’Italia la centralità nel Mediterraneo.
a cura della Redazione





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5 Commenti

  1. Due considerazioni:
    1- una presenza italiana in libia, non farebbe che ricompattare i libici, spostandoli su motivazioni anti-italiane.
    2-l’operazione in questione, quanti morti italiani dovrebbe valere?
    Per me, nessuno.
    riconoscendo che l’intervento ha un suo perchè;
    non sarebbe piu opportuno operare, nei modi consoni alle nazioni avanzate e cioè attraverso i servizi segreti, e omettere determinate dichiarazioni?

  2. Parole ferme e decise,in primis affondare e far colare a picco le navi delle ong razziste contro gli italiani,poi occupare i porti libici con i nostri soldati, parà della folgore in prima fila,infine chiudere i nostri porti con blocco navale e cannoneggiamento dei battelli ostili………abbiamo una marina preparata e ben armata,usiamo il nostro esercito e tiriamo fuori gli attribuiti……. altrimenti meglio morire che continuare a vivere in questa agonia e schiavitù,ormai vale di più un africano delinquente o uno zingaro ladro di un giovane italiano…….per non parlare degli islamici, mai moderati e già pronti a gettarci nelle fosse dopo averci tagliato la gola.

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