Roma, 17 nov – Protestare è un conto. Governare, un altro paio di maniche. Se a questo aggiungiamo le continue tensioni con l’alleato leghista, scopriamo perché in casa M5S è scattato l’allarme. Un allarme che si chiama sondaggi. Se non sono riusciti ad aprire il parlamento come una scatoletta di tonno, meglio non sta andando con i palazzi dei ministeri. E la base, storicamente non certo granitica così come non univoca è, spesso e volentieri, la posizione del movimento su vari temi cari al proprio elettorato, comincia a borbottare.

I numeri sono abbastanza indicativi. Stando alle ultime rilevazioni degli istituti specializzati, il primo partito è ormai la Lega, stabilmente sopra il 30%. Il M5S conserva sì la seconda piazza attorno al 26%, staccando con buon margine un Pd che si conserva stabile ai risultati delle elezioni di marzo, ma retrocede ai numeri delle politiche del 2013. Il che significa aver perso tutto il consenso guadagnato nel corso degli ultimi 5 anni. A far preoccupare i piani alti del movimento è, ancora di più, la costante tendenza che mostra un continuo calo, distribuito in tutta Italia.

Il M5S perde infatti consensi al Nord, dove scivola per la prima volta sotto il 20%. Non va meglio al mezzogiorno, dove conserva la maggioranza ma cala di non pochi punti (dal 47% al 40%). A tutto vantaggio della Lega, che nelle regioni meridionali ha già raddoppiato il proprio consenso. Mentre al centro, sempre più in bilico, il sorpasso di Salvini sarebbe già avvenuto.

Nicola Mattei

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