marinoRoma, 9 ott – Quello di Ignazio Marino è certamente un caso politico, ma è soprattuto un caso umano.

Per capirlo basta soffermarsi su un elemento: nella rancorosa e piccata lettera di dimissioni, il sindaco uscente si è sentito in dovere di precisare che comunque ha 20 giorni per ripensarci. Tutto questo dopo che per farlo schiodare dalla poltrona si erano dovuti dimettere i suoi assessori, era dovuto intervenire il Pd romano e alla fine c’era voluta persino la spinta del presidente del Consiglio.


Questo voler restare nonostante tutto e tutti, questa velata minaccia sull’eventualità di ritirare le dimissioni non hanno nulla a che fare con un calcolo politico, si tratta di un meccanismo inconscio che è umano, troppo umano. La modalità di esistenza dell’uomo Marino è il dispetto. Non l’aggressività, non la lotta franca e dichiarata, ma il puro e semplice dispetto.

È come per la storia delle vacanze in America: volutamente ostentate, interminabili, esagerate, quando tutto avrebbe consigliato un atteggiamento misurato, una prudenza anche solo mediatica. E invece no. C’è davvero materiale per lo psicologo, qui.

Marino è evidentemente un tipo umano represso, trattenuto, inespresso. È un politico “senza corpo”, come i dirigenti democristiani degli anni ’50, laddove la politica contemporanea va verso politici dalla forte corporeità (è il caso di Putin, in forme anche parossistiche, ma anche, a loro modo, di Obama, Berlusconi o dello stesso Renzi). In quanto tale, è privo di sfoghi.

Inadatto al confronto diretto, preferisce attaccare obliquamente. I suoi “sbrocchi” proverbiali, le intemperanze dialettiche fuori misura e palesemente esagerate, fungono appunto da compensazione di un’incapacità caratteriale di affrontare un ruolo come quello per cui è stato designato.

Tant’è che in tutta la sua parentesi al Campidoglio, persino i suoi fan sono riusciti a individuare solo due pregi: il fatto che fosse onesto (e abbiamo visto non essere vero) e il fatto che nei rapporti di potere romani fosse un “marziano” (e questo, semplicemente, non è un pregio ma un difetto).

Anche il suo restare impigliato in minuzie come le multe o le cene private pagate con carta di credito comunale è tipico del personaggio: sono marachelle, dispettucci, furbizie da bambinetto, compensazioni di un risentimento a lungo covato, rivincite sul mondo, prive però persino dell’aspetto pantagruelico della grande corruzione. È la tragicomica caduta di un sindaco senza qualità.

Adriano Scianca

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