Roma, 30 set – Anzitutto la presenza. Non scontata, viste le non troppo velate minacce indirizzate nei suoi confronti dai sedicenti “antifascisti metropolitani”. Non sarebbe stato il primo a declinare l’invito, visti i fatti. E invece no: Mentana aveva accettato e Mentana c’era, ieri a CasaPound in via Napoleone III a Roma, per la prima di una serie di conferenze organizzate dal movimento per iniziare l’anno politico. Insieme a lui Simone Di Stefano, vicepresidente e volto più noto del movimento, con Carlotta Chiaraluce – candidata ad Ostia, dove Cpi spera di consolidare la crescita in atto – moderare l’incontro.

Dalla storia all’economia, passando per immigrazione, fake news e legge Fiano. Si è discusso di tutto e di più in una sala che dire gremita è un eufemismo – sono installati degli schermi anche al di fuori, mentre la diretta su facebook ha sfiorato il picco delle 3mila visualizzazioni – in un incessante scambio di battute, pensieri, anche frecciate reciproche. Perché Mentana non va a CasaPound per legittimarla – CasaPound è in grado di legittima da sola con i suoi risultati – ma da uomo libero a confrontarsi, senza sottostare ad alcun condizionamento o precondizione, come il richiedere ad esempio patenti di antifascismo: “Il vero coglione è chi rifiuta il dialogo, chi rifiuta di confrontarsi”, manda a dire ai suoi detrattori. Fra i quali, per inciso, rientra anche CasaPound, che contesta al direttore del tg La7 una sorta di ostracismo nei confronti dei suoi esponenti, che raramente calcano gli schermi televisivi nonostante il nome del movimento sia ormai una costante nella cronaca politica. “Laddove CasaPound dimostri avere consenso, di ottenere voti, non la si potrà più discriminare, ma andrà coinvolta pienamente”, ha spiegato, promettendo un invito ai candidati ad Ostia qualora dovessero fare risultato alle prossime elezioni.

Il tema fascismo/antifascismo, lungi dall’essere un retaggio del passato, ha occupato non poca parte del dibattito. Mentana ha battuto sul tasto della violenza politica, ricevendone in cambio non una promessa ad essere più moderati, ma un Di Stefano che spinge sull’unità nazionale per superare il logoro schema della guerra civile: “Dobbiamo far sì che il popolo italiano sia tutto da una parte, che combatta e lavori per la nazione, non per gli egoismi di ciascuno: dal medico all’operaio, con pari dignità, si operi solo nell’interesse dell’Italia. Noi siamo giovani, basta parlare di labari, vorremmo che il popolo italiano torni alla sovranità e capisca di avere un destino comune”. Sempre in argomento, non poteva mancare un accenno alla legge Fiano: “Il fascismo è storia italiana, l’obelisco è storia italiana, l’architettura razionalista e non va cancellata”, e ancora: “Non credo che i problemi si risolvano col proibizionismo, se non  è preceduto da un dibattito culturale forte che chiarisca le cose. La storia si studia, non si proibisce niente“. Parole che hanno strappato l’applauso – uno dei tanti, va detto – della platea, Di Stefano compreso.

Nicola Mattei

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