Roma, 12 set – Il Partito Democratico è d’un tratto passato dalle stalle alle stelle, cinque per l’esattezza. Se fino a poche settimane fa sembrava in caduta libera nei consensi e lontano dall’avere una qualche voce in capitolo nel governo dell’Italia, si ritrova oggi a guidare l’esecutivo con i pentastellati e punta pure a stringerci un’alleanza elettorale (al momento rifiutata dal M5S) per le regionali di ottobre in Umbria. Il Pd è riuscito pure a piazzare in Europa le uniche due cariche di rilievo spettanti all’Italia, adesso ricoperte da Gentiloni e Sassoli.

Il fattore Renzi

Eppure in casa dem c’è aria di crisi, dovuta al fattore chiave che paradossalmente gli ha permesso di giungere a un accordo governativo con il M5S: Matteo Renzi. Perché quest’ultimo non rappresenta semplicemente una parte del partito, tra l’altro la più consistente in Parlamento, ma potrebbe sancirne la fine o comunque avviare una scissione che spaccherebbe letteralmente in due il Pd. Non è una novità, da tempo questa possibilità è al vaglio di tutte le parti in causa, ma nelle ultime ore sembra prendere ancora più campo. D’altronde più della metà dei parlamentari dem sa bene che con tutta probabilità non verrà ricandidata alle prossime elezioni, considerata la vicinanza a Renzi e soprattutto la distanza da Nicola Zingaretti.

I timori di Zingaretti


Proprio l’attuale segretario del Pd ha fatto intendere ieri che la scissione non è affatto peregrina. “L’unica cosa che non si capisce quali motivi possano esserci alla base di un fatto lacerante. Come ha detto ieri Papa Francesco sullo scisma, io mi auguro che non avvenga uno scisma”, ha dichiarato Zingaretti, durante la registrazione di ‘Porta a porta’ su Rai1. Il segretario del Pd ha risposto così a una domanda sul rischio che Renzi decida di fare un gruppo parlamentare dopo la Leopolda.

Sta di fatto che scismi ben più segnanti per la storia dell’umanità sono avvenuti più volte nei secoli, non soltanto in seno alla Chiesa cattolica. Figurarsi dunque se non si trovano motivazioni per un’eventuale divisione nel Pd che peraltro è già stato “mutilato” due anni fa dalle fuoriuscite dei vari Bersani, D’Alema, Speranza. In quel caso fu la leadership di Renzi ha generare un’emorragia. Adesso viceversa potrebbe essere Renzi ad andarsene, portando con sé non pochi esponenti di spicco di un partito che a ben vedere ha di fronte diversi grattacapi da gestire.

Eugenio Palazzini

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