Roma, 18 feb – “Prendono i sardi per scemi, ma i sardi col voto dimostreranno che è finita e non ci sarà la giuria truccata come a Sanremo“. Parola del leader della Lega, Matteo Salvini, a Castelsardo per il suo tour elettorale in vista del voto di domenica.

Le elezioni regionali in Sardegna sono un appuntamento dirimente per le sorti del governo: dopo la débacle dei 5 Stelle in Abruzzo, dove hanno perso 20 punti percentuali rispetto alle ultime consultazioni, lo stesso scenario potrebbe riproporsi anche nell’isola. A quel punto, Salvini – anche se ancora nessuno lo ammette – molto probabilmente pretenderà un rimpasto di governo, aumentando i ministeri in quota Lega in ragione del (secondo) successo elettorale dopo le ultime Politiche.

Oggi le parti sono invertite. E tanti di quei voti dei 5 Stelle presi il 4 marzo ormai sono della Lega, che in Sardegna corre nel centrodestra, insieme a Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Allo stato attuale, sondaggi alla mano (che però come sappiamo vanno presi con le pinze), il candidato del centrodestra – trainato dalla Lega – dovrebbe vincere, con il candidato del centrosinistra secondo e quello dei 5 Stelle addirittura terzo.

Sì, perché il centrosinistra in Abruzzo in proporzione non è andato male (30%). E proprio in Sardegna, con le suppletive del collegio di Cagliari, ha addirittura vinto – a sorpresa – contro le altre coalizioni.

Chi è a rischio quindi è proprio il M5S. Una seconda sconfitta sarebbe un bel problema, non solo sul fronte degli equilibri di maggioranza. Sarebbe in ballo anche la leadership del vicepremier Luigi Di Maio.

I candidati a governatore

Sono sette i candidati alla presidenza della Regione Sardegna. Tutti uomini, anche se queste elezioni sono le prime con la novità della doppia preferenza di genere nel voto per i consiglieri. Quattro sono politici navigati: un sindaco, un senatore, un ex assessore ed ex consigliere regionale, un ex parlamentare ed ex presidente della Regione. Uno ha esperienza come amministratore locale, mentre per due di loro la candidatura segna il debutto in politica.

Christian Solinas (centrodestra)
Undici sigle sostengono la candidatura di Christian Solinas, 42 anni, segretario del Partito sardo d’Azione, eletto senatore con la Lega il 4 marzo dell’anno scorso e sponsorizzato direttamente dal vicepremier Matteo Salvini. Per entrare a Palazzo Madama, Solinas si è dimesso da consigliere regionale. Da novembre, inoltre, è vicepresidente vicario della Commissione bicamerale d’inchiesta Antimafia.
Solinas è sostenuto da Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale, Partito sardo d’Azione, Lega Salvini Sardegna, Partito Uds-Unione dei sardi, Fortza Paris, Energie per l’Italia, Sardegna civica, Sardegna20venti-Tunis e Udc.

Massimo Zedda (centrosinistra)
Il sindaco metropolitano di Cagliari Massimo Zedda, 43 anni, è sostenuto dalla coalizione di centrosinistra Progressisti di Sardegna, formata da otto sigle: Partito democratico della Sardegna, Campo progressista Sardegna, Liberi e uguali, Sardigna Zedda presidente, Cristiano Popolari socialisti, Progetto Comunista per la Sardegna, Sardegna in comune con Massimo Zedda, Noi la Sardegna con Massimo Zedda e Futuro comune con Massimo Zedda. Come Solinas, il candidato del centrosinistra ha una lunga esperienza politica. Dal 2011 è sindaco di Cagliari, rieletto nel 2016 al primo turno. E’ stato consigliere regionale, eletto con Sel nella XIV legislatura. E’ stato segretario cittadino della Sinistra Giovanile, poi ha militato nel Pds e nei Ds, ma non si è mai iscritto al Pd, preferendo aderire a Sel e poi al Campo progressista dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia.

Francesco Desogus (M5S)
Francesco Desogus, 58 anni, dipendente pubblico, candidato del M5S, è risultato il più votato alle “regionarie” del Movimento, consultazione ripetuta in autunno dopo il passo indietro del vincitore della prima consultazione, l’ex sindaco di Assemini Mario Puddu, costretto a farsi da parte nell’ottobre scorso in seguito a una condanna per abuso d’ufficio. Desogus è un dipendente della Città metropolitana di Cagliari, funzionario del Settore Cultura, Istruzione e Servizi alla Persona.

Gli altri candidati

Paolo Maninchedda (Partito dei sardi), 57 anni, fondatore e segretario del partito indipendentista, ha vinto le “primarias”, le primarie nazionali sarde organizzate online per la scelta del candidato del PdS (centrosinistra). Docente universitario di Filologia romanza.

Mauro Pili (Sardi liberi). L’ex presidente della Regione, già parlamentare del PdL, fondatore del movimento Unidos, ci riprova – per la terza volta – ma ora con la lista Sardi liberi, progetto sostenuto dagli indipendentisti di ProgRes e alcuni fuoriusciti del Psd’Az. Pili, giornalista di 52 anni, è un politico di lungo corso. Prima di guidare la Regione nei primi anni Duemila, è stato sindaco di Iglesias, la sua città, dal 1993 al 1999. Entrato a Montecitorio nel 2006, è stato deputato fino ai primi dell’anno scorso.

Andrea Murgia (Autodeterminatzione), 47 anni. Funzionario della Commissione europea a Bruxelles, dove lavora da quasi 15 anni, è candidato per la coalizione indipendentista Autodeterminatzione, composta da RossoMori, Irs-Indipendentzia Repubrica de Sardigna, Sardigna Natzione Indipendentzia, Liberu, Sardegna Possibile e Gentes. Dal 2000 al 2005 Murgia, già militante del Pds, poi dei Ds e, infine del Pd, è stato amministratore del comune di Seulo.

Vindice Lecis (Sinistra sarda). Giornalista sassarese, 61 anni, è sostenuto da Rifondazione – Comunisti italiani – Sinistra sarda.

I pastori in rivolta per chi voteranno?

Altra incognita di rilievo sul voto di domenica, come si esprimeranno i pastori sardi, in rivolta da settimane per via del prezzo del latte di pecora, ritenuto troppo basso. Salvini dal canto suo ha messo subito il cappello sulla rivolta, mobilitando la consueta macchina mediatica e social. Ma questo non vuol dire affatto che i pastori voteranno Lega. Anche perché le proposte fatte dal governo – 72 centesimi al litro – finora non hanno convinto gli allevatori, che chiedono un euro, visto che produrre il latte gli costerebbe 80 centesimi al litro.

Dal canto loro, in merito al voto, i pastori ricattano il governo: “Non solo non votiamo noi pastori ma non votano neanche le nostre famiglie se non aumenta il prezzo del latte”.

Adolfo Spezzaferro

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