Roma, 8 gen – “Sono assolutamente contrario alla chiusura degli stadi e al divieto di trasferta perché è la resa dello Stato”. Così il ministro dell’Interno Matteo Salvini torna sulla questione sicurezza negli eventi calcistici, ribadendo che il governo deve dare un segnale differente, che non penalizzi la stragrande maggioranza degli spettatori.

Nel corso della conferenza stampa al termine del tavolo sulla sicurezza negli stadi, che si è svolto alla scuola superiore di Polizia a Roma, il vicepremier ha spiegato che se lo Stato “non è in grado di garantire un gioco di sabato, di domenica, vuol dire che non è in grado di fare il suo mestiere. Dobbiamo garantire che chi sbaglia non viene sospeso per qualche mese. Vogliamo tornare a riorganizzare la trasferte collettive. Trovo più facili da controllare mille tifosi su un treno che cento macchine che arrivano in una città. Bisogna responsabilizzare i tifosi, facendo capire loro che chi sbaglia paga. Chi sbaglia da tifoso deve essere punito pesantemente, chi sbaglia da tesserato deve essere punito il doppio“.

A tal proposito, ha precisato Salvini, il governo sta lavorando per dare “più competenze e potere agli steward, uniformità delle sanzioni da parte dell’ordine pubblico e delle questure in tutta Italia e dei permessi di ingresso”.

Per il leader della Lega “serve una nuova legge per consentire alle società di fare i propri stadi, con camere di sicurezza per mettere dentro i delinquenti“.

Pugno duro contro le tifoserie violente. “L’obiettivo del tavolo – ha chiarito il vicepremier – è sradicare la delinquenza dentro e fuori dagli stadi, e per questo utilizzeremo ogni mezzo necessario”. “Stiamo parlando di 12 milioni di persone a fronte di 6 mila teppisti. L’invito – ha ribadito – è di non confondere i tifosi, che sono il 99%, con i delinquenti“.

“I numeri dell’ultimo anno dicono che il calcio è uno sport sano – ha sottolineato – anche i Daspo sono in diminuzione: in questo momento sono 6.500 gli italiani sottoposti a provvedimento che li inibisce dalle presenza alle manifestazioni sportive”.

Poi Salvini è intervenuto sui cori delle curve. “Non confondiamo il razzismo che è da condannare – ha specificato – con il bello del calcio che è anche la rivalità di quartiere con toni accesi: chiusa la partita però finisce lì. Faccio appello alla buona educazione di tutti. Ma sospendere una partita, vietare una trasferta o chiudere uno stadio è la sconfitta del calcio“.

Il leader della Lega (accusato dall’opposizione di essere vicino al mondo ultras) inoltre si è detto contrario all’ipotesi di vietare gli striscioni negli stadi. “Ragazzi non scherziamo – ha sottolineato -, un conto sono i coltelli e i bastoni e le bombe carta; un conto sono le bandiere, le sciarpe, i megafoni, tamburi e striscioni. Lo stadio deve essere colorato e colorito”.

“Penso che lo Stato italiano – si è detto convinto – abbia tutta la possibilità di far rispettare le regole dentro e soprattutto fuori dagli stadi senza negare il diritto al tifo e alla partecipazione a milioni di italiani che vogliono godersi 90 minuti in santa pace”.

In tal senso, Salvini dice no anche alle sanzioni collettive, “la responsabilità – ha concluso – è personale”.

Dal governo quindi arriva un forte segnale di discontinuità, a partire dal ritorno delle trasferte collettive, vietate per anni per motivi di ordine pubblico.

Adolfo Spezzaferro

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