sciacalloRoma, 17 nov – Tutti contro gli “sciacalli”. Da sinistra, ma anche da qualche voce di destra, si levano alte le proteste contro chi “strumentalizza” le stragi di Parigi, parlando alla “pancia del Paese” e “cavalcando le paure” per dei meri “calcoli elettorali”.

L’obbiettivo è principalmente Matteo Salvini, ma anche tutto quel variegato mondo che, in reazione ai tremendi fatti francesi, non è corso subito su Twitter a informarsi dell’hashtag giusto da mettere per l’occasione, ma ha piuttosto provato a invocare una qualche reazione forte.

Ora, se l’obbiettivo delle polemiche è un certo livello di semplificazione, il discorso potrebbe al limite avere un senso: Il Primato Nazionale per primo ha evidenziato alcune scorciatoie ideologiche particolarmente invitanti ma non di meno pericolosissime da prendere. L’impressione, tuttavia, è che chi grida allo “sciacallaggio” voglia molto semplicemente colpire le opinioni differenti dalle proprie.

Per esempio chi mette in discussione il modello multirazziale e multiculturale obbligatorio è uno sciacallo. Chi propone azioni forti e risposte di tipo bellico è uno sciacallo. Chi invita a una maggiore vigilanza alle frontiere è uno sciacallo. In poche parole, chiunque si distanzia dalla retorica obbligata del cordoglio mercificato è uno sciacallo.

Sarebbe interessante, a questo punto, andarsi a rileggere i commenti dei tanti politici e intellettuali progressisti dopo la strage di Utoya, per vedere quanti di loro si siano limitati a una commozione di circostanza e quanti, invece, abbiano invocato giri di vite nella “estrema destra”, norme più stringenti contro i “rigurgiti nazifascisti”.

O magari, per restare più vicini a noi, si potrebbe fare l’elenco di quanti, dopo l’omicidio a Firenze di alcuni senegalesi da parte di Gianluca Casseri, abbiano invocato la chiusura di CasaPound, ben prima di aspettare l’esito delle indagini e l’appuramento di eventuali responsabilità politiche (che infatti non saranno mai trovate per l’ovvia ragione che non ce n’erano).

Quello però non era sciacallaggio e per una semplice ragione: perché i padroni delle parole sono sempre loro. Loro decidono chi è sciacallo e chi no. Sono i vigili del pensiero. Sono gli sciacalli del linguaggio.

Adriano Scianca

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