Roma, 13 mar – Ricorre oggi l‘anniversario del vile agguato che ridusse il militante del Fronte della Gioventù Sergio Ramelli in fin di vita. Era il 1975 e tutto avvenne a Milano: Sergio era uno studente di liceo e nonostante la giovane età era già stato colpito per ben due volte da aggressioni a sfondo politico che lo avevano costretto ad abbandonare l’istituto da lui frequentato per questioni di sicurezza.

L’aggressione del 13 marzo 1975

Era il 13 marzo quando Sergio fu vigliaccamente assalito da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia armati di chiavi inglesi: colpitolo al capo, proprio vicino casa sua, lo lasciarono a terra in una pozza di sangue. Qualcuno avvertì la polizia e i soccorsi medici;  all’Ospedale Maggiore Sergio  fu sottoposto ad un disperato un intervento chirurgico durato cinque ore. Dopo l’operazione, Sergio visse in uno stato alternato di coma e momenti di lucidità. Infine, il giovane militante spirò, 48 giorni dopo l’aggressione. Era il 29 aprile 1975.

Il processo agli assassini

Il processo ai colpevoli dell’omicidio di Ramelli iniziò il 16 marzo 1987:  gli aggressori vennero identificati nei due studenti Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo. Sarebbero stati loro, infatti, a porre fine alla vita di Sergio usando delle chiavi inglesi. Essi facevano parte di un piccolo gruppo denominato proprio “gli idraulici” proprio per il tipo di arma utilizzata per compiere le loro aggressioni. Altri imputati per favoreggiamento come Castelli, Scazza e Cavallari e Colosio si pentirono del gesto: scrivendo alla madre del giovane ne invocarono il perdono. Depositarono altresì un risarcimento di 200 milioni di lire. Ma la madre di Sergio rifiutò quei soldi.

Le condanne

Costa venne inizialmente condannato a 15 anni, poi ridotti ad 11; Ferrari Bravo passò anch’egli da 15 anni di condanna iniziale a 10 mesi; i restanti appartenenti al “commando” in via di favoreggiatori vennero tutti, più o meno, condannati a pene intorno ai 7 anni: e se gli esecutori materiali scontarono alcuni anni di carcere, gli altri usufruirono prima di un condono e poi di pene alternative. Una ben magra consolazione per una giovane vita spezzata. Molti di loro sarebbero divenuti affermati professionisti. D’altronde, i “guerrieri” armati di “Hazet 36” erano tutti figli di buona famiglia, con l’hobby della ribellione che avevano individuato in uno studente di 19 anni di estrazione popolare (e per questo, forse, ancora più colpevole) il nemico da eliminare. Gli assassini di Ramelli e il “circoletto” che li circondava sono l’esemplificazione delle dinamiche del nostro Paese in cui il ricco gauche caviar cade sempre in piedi e le madri come Anita restano a piangere i propri figli senza avere altro che la propria dignità.

Lo sfregio dell’8 Marzo 2019

Cosa ci insegnano la vita e la morte di Sergio Ramelli? Forse che il rispetto e il ricordo per chi ha sacrificato la propria esistenza in nome di un ideale sono uno spartiacque, il muro di perimetro che divide gli Uomini dalla massa informe di pecore belanti asservite al potere anche quando presumono di esserne antagoniste: l’ultimo esempio eclatante di questa dinamica è lo sfregio che è stato compiuto proprio ai danni di una targa di una via dedicata a Ramelli lo scorso otto marzo, a Perugia. Una folta schiera di femministe hanno individuato come proprio obiettivo proprio un piccolo omaggio ad una vita dedicata a qualcosa che non sanno comprendere. Questi individui non stanno combattendo nessuna lotta reale e quindi non sanno cosa sia sacro e lecito salvare o meno: resta a noi trasformare il ricordo in monito perenne.

Ilaria Paoletti

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7 Commenti

  1. Sono divenuti “stimati” professionisti…!… Proprio come quel “signor” Gino strada, appunto picchiatore di strada.!… Prima di riciclarsi come “benefattore” dell’ umanità!!!… A che cosa è servito il monito del Sommo Poeta?… A cosa è servito dire: “Uomini siate! E non pecore matte! Affinché il giudeo tra voi, di voi non rida!”… Povera Italia!!!

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