Questo articolo è stato pubblicato sul numero di gennaio 2019 del mensile Il Primato Nazionale

L’Italia oggi è l’unico Paese europeo in cui la stragrande maggioranza degli iscritti ai sindacati è composta da pensionati, persone che non lavorano. Come siamo arrivati a questa situazione paradossale, per cui i tre sindacati di riferimento, ossia Cgil, Cisl e Uil, nonostante un’emorragia incessante di iscritti, aumentata negli ultimi anni, vantano ancora milioni di tesserati? Come si è arrivati a questo punto, dove, di fatto, questa «triade» non rappresenta quasi più quelle istanze tipiche del mondo sindacale e, men che mai, incarna più lo spirito di lotta delle stagioni d’oro di fine anni Sessanta e anni Settanta?

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Anziani di tutto il mondo, unitevi!

Per capirlo dobbiamo fare un salto indietro. A quando i lavoratori credevano ancora nella capacità dei sindacati di trattare con i padroni, i grandi gruppi industriali, e di non cedere a ricatti o contentini, scatenando la piazza alla bisogna. Sebbene la lettura che si dà oggi del crollo dei tesserati sia sostanzialmente riconducibile alla crisi economica e del mondo del lavoro che ormai imperversa da quasi un decennio, le ragioni sono più profonde e di certo le responsabilità sono proprio dei sindacati. Sono alibi – seppur dati reali, purtroppo – il calo degli occupati, la precarizzazione del lavoro, il fatto che oramai i sindacati di base e i cosiddetti corpi intermedi spesso abbiano più appeal. La verità è che i sindacati federali hanno smesso in un certo senso di fare i sindacati. Trasformandosi in organizzazioni di pensionati, che danno voce a chi non lavora più.

Il boom di iscrizioni
di ex lavoratori
si è verificato nel periodo
tra il 1980 e il 1996

I numeri parlano chiaro. Prendiamo la Cgil, il sindacato più antico e più potente d’Italia, di ispirazione comunista (da cui discendono con le relative scissioni sia la Cisl, cattolica, che la Uil, socialista): su 5.616.340 di iscritti (dati del 2014) quasi tre milioni sono pensionati. Più della metà dei tesserati. Ma come siamo arrivati a questo? Se andiamo a vedere, il boom di iscrizioni di pensionati ai sindacati si è verificato nel periodo tra il 1980 e il 1996, quando la percentuale di pensionati passò dal 20 al 50 per cento in due dei tre grandi sindacati federali, Cgil e Cisl. Vediamo nel dettaglio la Cgil. Nel 1990 i pensionati tesserati erano circa 2,4 milioni. Nel 2000 erano quasi tre milioni. Dato confermato nel 2010. Un trend simile a quello della Cisl, che nel 2010 su 4,5 milioni di iscritti dichiarati aveva 2,3 milioni di pensionati. Sempre nel 2010 la Uil, su circa 2,2 milioni di iscritti, presentava circa 600mila pensionati. Ma attenzione, nel 2010 la Uil era stata scalzata dall’Ugl (ex Cisnal, di destra) che aveva 2,4 milioni di iscritti, di cui 700mila pensionati. Con queste infornate di pensionati tra il 1980 e il 1996, le tre sigle principali si sono ritrovate schiere di ex lavoratori iper-sindacalizzati, ex dipendenti pubblici ed operai delle grandi stagioni di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Gente abituata a farsi sentire e a voler essere tutelata. Va da sé che soprattutto Cgil e Cisl hanno quindi iniziato a dare voce soprattutto alle istanze dei pensionati. Fenomeno che ha raggiunto il suo apice con la manifestazione del 2016 contro il governo Renzi: a Roma arrivarono 30mila pensionati da tutta Italia. E proprio perché Renzi soddisfò le loro richieste, questi premiarono l’allora segretario del Pd, risultando – numeri alla mano – lo zoccolo duro dei dem.

Nel 2010 i pensionati rappresentavano il 50% degli iscritti di Cisl e Cgil

Il tracollo

In Italia, quindi, i pensionati sono una potenza. Perché siamo un Paese vecchio, dove i giovani sono disoccupati. Dove i giovani sono anche lontani dal mondo del lavoro, né fanno formazione né studiano. Sono spesso alienati, «coccolati» da mamma e papà, senza quella fame che ti mette in moto e ti fa alzare dal letto. Impossibile quindi – è semplice buon senso – non assegnare delle responsabilità ai sindacati delle condizioni dell’attuale mondo del lavoro. Il governo Monti, infatti, tre le tante cose ci ha inflitto la legge Fornero (che ha colpito proprio i pensionati), «e i sindacati muti», come si suol dire. Questo spiega l’emorragia di iscritti, al netto del core business rappresentato dai pensionati. Dal 2015 al 2017 le sigle principali hanno perso quasi 500mila iscritti, soprattutto al Sud (70% del calo complessivo), dove in primis nel lavoro pubblico la sindacalizzazione è stata per decenni blindata. In questo biennio la Cgil ha registrato un calo di 285mila tesserati, seguita dalla Cisl (188mila iscritti in meno). In controtendenza la Uil, che nello stesso periodo ha registrato un incremento degli iscritti, oltre 26mila in più. I numeri sono della mappatura regionale della rappresentanza sindacale realizzata dall’Istituto Demoskopika.

Anche globalizzazione,
precarizzazione e diktat Ue
sono cause della mancata
tutela dei lavoratori

Ebbene, in proporzione, le «regioni rosse» sono quelle più penalizzate, ovviamente. Il fallimento generale della sinistra, infatti, si è manifestato anche nel fuggi fuggi dalla Cgil. In due roccaforti rosse, tuttavia, il sindacato mantiene ancora il suo appeal: Basilicata e Toscana. La ricerca più in generale mostra che nel 2013 i tesserati totali erano poco più di 11,5 milioni, nel 2016 erano 11,4 milioni, mentre nel 2017 il numero complessivo è sceso a 11,1 milioni. Un trend negativo costante che equivale a un calo delle adesioni del 7,2% rispetto al 2012, quando gli iscritti avevano sfiorato la soglia dei 12 milioni di tesserati. Tra le ragioni principali di questo calo di tesserati vi è il fatto che i sindacati sono percepiti come distanti dal mondo del lavoro e addirittura aziendalisti. Il fatto, in sostanza, che ormai assumono posizioni politiche più tipiche dei partiti, fondate su linee generali, che cozzano con le realtà specifiche del mondo del lavoro. Responsabilità oggettive – all’epoca d’oro delle lotte sindacali i salari erano più alti, le pensioni più dignitose e la vita sul posto di lavoro migliore – a cui si devono sommare la globalizzazione e la conseguente delocalizzazione, la svendita di interi blocchi industriali importanti a capitali stranieri, con cui il tavolo della trattativa – quando c’è – è a livello di governo, bypassando i sindacati, la precarizzazione estrema del lavoro, per cui non si fa in tempo a tesserarsi e a rivolgersi al sindacato che già si è perso il posto.

Non fanno eccezione
i «duri e puri» della Fiom,
che hanno siglato
un contratto metalmeccanico
a condizioni vergognose

Inoltre, i sindacati si sono divisi, spesso siglando accordi separati, favorendo così i vari governi e Confindustria. E al contempo si sono rafforzati i sindacati di base, quelli locali, di settore, quelli insomma che non si rivolgono all’intera classe lavoratrice (che era la platea di riferimento della Federazione Cgil-Cisl-Uil). Come è successo per i partiti, con la dispersione del voto, allo stesso modo, spaccare la triplice Cgil-Cisl-Uil ha tolto potere di trattativa al mondo sindacale. I contratti sono peggiori, gli aumenti salariali risibili, le sperequazioni odiose. Inoltre, se prima in un’azienda lo stipendio di un top manager era dieci volte superiore a quello del lavoratore medio, ora lo è almeno cento volte. E così sindacati confederali e Confindustria, negli ultimi anni sempre a braccetto con il Pd, si ritrovano adesso a fronteggiare un governo fatto da gente nuova, che piace ai cittadini, e che almeno sulla carta non dovrebbe riproporre certi inciuci sulla pelle dei lavoratori. In questo scenario ci mettiamo anche i «duri e puri» della Fiom, i metalmeccanici comunisti. L’ultimo contratto sottoscritto è il peggiore della storia della categoria con quasi zero aumenti salariali, una flessibilità estrema su tutto, anche sui fondi sanitari.

Il calo degli iscritti

Ecco, oggi infatti i sindacati puntano su fondi pensione, sanità privata, formazione. Altro che contrattazione nazionale, altro che tutela dei diritti dei lavoratori. A questa realtà terrificante aggiungiamoci infine i diktat Ue, il fiscal compact e quella follia di puro masochismo del pareggio di bilancio in Costituzione. A queste condizioni, per i lavoratori, non solo quelli pubblici, che spesso sono stati fin troppo sindacalizzati (per non parlare degli assenteisti, immeritatamente tutelati), sarà sempre più difficile avere un salario dignitoso, che regga il passo con il reale costo della vita. Insomma, se i sindacati se ne fregano, i lavoratori in regola, con un contratto a tempo indeterminato, i contributi pensionistici versati, oggi a chi possono rivolgersi? Certo è che visti i numeri dell’occupazione, se continuiamo così, dovranno fare riferimento al Wwf, in quanto specie in via di estinzione.

Adolfo Spezzaferro

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