Roma, 1 lug – Nel silenzio di un giugno tutto impegnato politicamente fra primo turno e ballottaggio delle elezioni amministrative, la commissione Esteri del Senato ha dato il via libera alla ratifica del Ceta, l’accordo di libero scambio già approvato a febbraio dal Parlamento europeo. Un passaggio chiave per far aderire anche l’Italia al testo di un trattato che fa discutere, perché come un cavallo di Troia sembra far rientrare il defunto Ttip dalla finestra. A favore della ratifica hanno votato compatti Partito Democratico, Forza Italia e i centristi, mentre il blocco degli sfavorevoli era composto da Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Sinistra Ialiana.

Sorprende, ma solo fino ad un certo punto, il voto favorevole dei forzisti. La “sorpresa” sta tutta nel già citato risultato delle amministrative, che sembra aver cementato l’asse trasversale di quel centrodestra – da Forza Italia a Lega, passando per Fratelli d’Italia – impegnato da tempo nel trovare la quadra per le prossime venture elezioni politiche. L’entusiasmo per il successo alle elezioni per i rinnovi dei consigli comunali ha mascherato problemi di fondo che ora riemergono con prepotenza. Può dunque bastare l’avversione a Renzi a tenere unito il carrozzone? Sul breve termine forse sì, ma è su tematiche decisamente di maggior rilievo che le differenze di sostanza si fanno notare. Senza timore di smentita, l’appoggio Ceta cozza apertamente con le istanze del blocco sovranista (o sedicente tale) di Salvini e della Meloni. Soprattutto per il primo, che tuona con parole durissime contro l’accordo – arrivando a parlare di “scandaloso inciucio di Pd e Forza Italia” ma allo stesso tempo non mette in alcun modo in discussione lo strano raggruppamento, rispetto al quale anzi continua nel suo percorso di autocandidatura per la leadership. Dimenticandosi sempre di un piccolo ostacolo: Silvio Berlusconi. Ma questo è un altro discorso.

Nicola Mattei

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