In tempi in cui Facebook sta inasprendo la sua stretta censoria, vale la pena rileggere un articolo su Zuckerberg pubblicato sul Primato Nazionale di maggio 2018.

Se nel 1984 ci avessero detto che il creatore di un programma informatico sarebbe stato convocato dal Congresso americano per rispondere di un affare di sicurezza nazionale, quasi nessuno ci avrebbe creduto. Lo stesso George Orwell, nel suo celeberrimo romanzo distopico, aveva immaginato una società soggiogata e controllata da uno Stato onnipervasivo e soffocante. Uno Stato che somigliava più alla granitica e repressiva Unione Sovietica che non a un social network a cui le persone si sono volontariamente iscritte, fornendo – di loro spontanea volontà – informazioni sulla propria vita, le proprie inclinazioni e i propri gusti. Il punto è che lo scrittore britannico, quando nel 1949 pubblicò 1984, aveva ancora in mente una società «solida» nelle sue strutture sia statuali che morali, non certo la società «liquida» e sfuggente del Terzo millennio. Mark Zuckerberg, al contrario, è un uomo nuovo dei tempi nuovi. È l’uomo che forse, più di tutti, ha capito come poter cavalcare lo «spirito del tempo», come imbrigliare e incanalare le dinamiche frenetiche e impazzite della postmodernità. Ma lo ha fatto ricordandosi, al contempo, di una imprescindibile costante della storia: l’informazione è potere.

Brillante e spietato

Chi è, dunque, Mark Zuckerberg? Classe 1984 (guarda tu le coincidenze!), «Zuck» è attualmente il più giovane miliardario vivente: secondo Forbes, è il quinto uomo più ricco del pianeta, con un patrimonio privato che supera i 70 miliardi di dollari. Nato e cresciuto vicino New York in una famiglia ebraica della media borghesia, già a scuola il giovane Mark fa mostra delle sue doti naturali da piccolo prodigio. Entra poi all’Università di Harvard, culla della classe dirigente a stelle e strisce. Nel prestigioso ateneo, Zuckerberg studia informatica e psicologia, profilandosi presto come un programmatore capace e genialoide. È nei primi anni di college che «Zuck» ha l’intuizione di creare Facebook, il social network rivoluzionario che lo condurrà sulla via del successo. Una via su cui Zuckerberg si avventura con tanta intraprendenza e altrettanta spregiudicatezza. Prima soffia ai facoltosi fratelli Winklevoss l’idea originaria (che Mark migliorerà e perfezionerà) e poi liquida con cinismo il cofondatore di Facebook, nonché suo migliore amico, Eduardo Saverin. Dopo aspre diatribe legali, Zuckerberg sarà infine costretto a risarcire tutti e tre. Questi avvenimenti, che hanno segnato la genesi e lo sviluppo di Facebook, sono stati raccontati dettagliatamente e senza troppi fronzoli romanzeschi da David Fincher nel film The Social Network (2010).

L’idea alla base di Facebook è semplice ma geniale: nell’epoca digitale, la gente vuol far sapere tutto di sé e vuol sapere tutto degli altri. Niente di più, niente di meno: la retorica dell’«umanità interconnessa», del «mondo senza barriere» è, appunto, solo retorica per allocchi. Perché qui è tutta una questione di business. E «Zuck», con un laptop e l’intuizione giusta, ci ha costruito sopra un impero che fattura circa 30 miliardi di dollari all’anno. Un impero che, nel frattempo, si è allargato con l’acquisizione di Instagram (2012) e WhatsApp (2014). Il punto rilevante, tuttavia, è che Facebook – che attualmente conta più di due miliardi di utenti – non è solo esibizionismo e gossip con cui far soldi grazie alla pubblicità e agli algoritmi. Facebook è potere. Un potere che va ben oltre gli utili da capogiro della società. Facebook, in altre parole, è uno strumento formidabile che consente a Zuckerberg di disporre di informazioni minuziose sulla popolazione di mezzo globo. E chi ha le informazioni, appunto, ha il potere.

È riuscito a cavalcare
le dinamiche impazzite
della postmodernità
sfruttando al contempo
una costante della storia:
l’informazione è potere

Non è un caso, d’altronde, che il governo russo abbia sconsigliato ai propri cittadini di iscriversi al social network di «Zuck» e ne abbia creato uno ad hoc (VK), esattamente come ha fatto la Cina con Qzone. Il problema, infatti, è diventato serio: i colossi (privati) della Silicon Valley come Google, Amazon e Facebook sono ormai in grado di competere con i servizi di intelligence dei più potenti Stati del mondo. Notavamo nel numero di febbraio del Primato Nazionale (pp. 40-42) che la Cia si è rivolta ad Amazon per la creazione di una propria infrastruttura cloud, mentre il governo cinese ha utilizzato Linkedin a fini di spionaggio.

Cambridge Analytica

È alla luce di questo nuovo scenario che si deve leggere lo scandalo di Cambridge Analytica, che ha travolto Zuckerberg e lo ha portato a doversi giustificare davanti ai membri del Congresso. I contorni della vicenda sono ancora poco chiari, ma l’amministratore delegato di Facebook viene accusato di aver ceduto i dati di ben 87 milioni di persone alla società di consulenza britannica Cambridge Analytica, diretta da Alexander Nix, il quale li avrebbe poi passati a Steve Bannon, l’allora stratega della campagna elettorale di Trump. L’impressione è che lo scandalo sia stato montato ad arte e poi pilotato proprio per colpire – attraverso Bannon – l’attuale presidente degli Stati Uniti. A qualcuno, del resto, bisognerà pur dare la colpa del clamoroso fallimento dei liberal: prima le fake news, poi i «neonazisti» dell’Alt-right americana, dopo ancora il fumosissimo «Russiagate», infine Cambridge Analytica. D’altra parte, anche lo staff della Clinton si sarà rivolto a società di consulenza simili. Solo che Bannon e Trump sono stati più bravi e hanno vinto.

Zuckerberg presidente

E «Zuck» che c’entra in tutto questo? È solo il pollo che, per fare qualche miliardo in più, è rimasto intrappolato in un gioco più grande di lui? Forse no. È anzi più che probabile che il bersaglio grosso dello scandalo mediatico non fosse solo Trump, ma anche l’azionista di maggioranza di Facebook. Vediamo perché. La democrazia statunitense si è retta sin dalle origini sul potere di una ristretta cerchia di influenti famiglie wasp, che hanno da sempre espresso i vari presidenti del Paese: i Roosevelt, i Kennedy, i Bush, i Clinton ecc. Lo stesso Obama, pur non facendone parte, era però diretta emanazione di questo esclusivo e consolidatissimo establishment. Il meccanismo, però, si è rotto con la prepotente ascesa di Donald Trump, un miliardario di successo che incarna alla perfezione l’ideale del «sogno americano» e il mito del self made man. Lo stesso potrebbe accadere ora con Zuckerberg. Ancora giovanissimo (ha 33 anni), può candidarsi alla presidenza solo dopo il compimento del 35esimo anno di età. Nel frattempo, tuttavia, «Zuck» non è rimasto a guardare: circa un anno fa ha arruolato il direttore della campagna di Obama, David Plouffe, e il sondaggista della Clinton, Joen Benenson. Sempre un anno fa, ha inoltre lanciato la sua «sfida personale», che prevedeva di «visitare e incontrare gente in ogni Stato americano». Il tour è effettivamente partito, tanto che più di qualche osservatore ha cominciato a scommettere sulla sua candidatura alle elezioni del 2020. Insomma, Trump e Zuckerberg sono pericolosi per l’élite dominante perché plurimiliardari e, in quanto tali, non hanno bisogno di padrini; sono imprevedibili e difficilmente controllabili.

Nel 2017 ha arruolato
il direttore della campagna
di Obama e il sondaggista
di Hillary Clinton

Tra i due, tuttavia, c’è una differenza decisiva. Trump ha costruito le sue fortune politiche sul rifiuto dei dogmi del clero liberal e sull’orgoglio dell’America popolare e «profonda», laddove «Zuck» incarna la quintessenza del politicamente corretto. Sempre in prima fila e ben schierato in tutte le battaglie umanitarie e progressiste, Mark è uno che, tanto per fare un esempio, ha dichiarato a Harvard di volersi impegnare per «mettere fine alla povertà e alle malattie» nel mondo e di volersi battere per l’introduzione del «reddito di base universale». Facebook, inoltre, sta diventando sempre più intransigente e soffocante: censura di commenti poco ortodossi, lotta alle fake news (leggi: alle idee sgradite agli intellettuali liberal), profili «bannati» per l’utilizzo di parole «proibite» dal galateo globalista. In altre parole, Zuckerberg – attraverso la sua creatura – sta imponendo gradualmente la «neolingua» del Grande Fratello di orwelliana memoria. Ed è proprio la lingua che plasma i nostri pensieri, che orienta le menti pigre e assuefatte al sermone mondialista. Non sappiamo se lo scandalo di Cambridge Analytica rappresenti l’arresto dell’ascesa di «Zuck» e la fine dei suoi sogni presidenziali. Ma una cosa è certa: qualora la spuntasse e riuscisse ad entrare alla Casa Bianca, anche le più fosche profezie di Orwell e Ray Bradbury potrebbero apparirci sin troppo ottimistiche.

Valerio Benedetti

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