Roma, 7 set – La reazione più prevedibile al terremoto elettorale della Sassonia-Anhalt è stata anche la meno interessante: il ritorno del “ritorno del nazismo”. È bastato che AfD raggiungesse il 43,8% perché il discorso pubblico tornasse sul binario consueto: l’estremismo di destra e la democrazia in pericolo. Ma proprio la forza del risultato dovrebbe imporre l’operazione opposta, ovvero smettere per un momento di chiedersi che cosa sia AfD e domandarsi che cosa stia accadendo ai tedeschi. L’affluenza è salita al 77,8%, record per il Land; secondo Infratest dimap AfD ha conquistato il 59% degli operai. Insomma non è più il voto residuale di una nicchia ma una frattura popolare, sociale e nazionale.
Il successo di AfD e il nazismo come categoria eterna
La Repubblica federale ha costruito progressivamente una parte importante della propria identità politica sull’elaborazione del passato; la DDR aveva seguito una strada differente, facendo dell’antifascismo una dottrina di Stato e uno dei propri miti fondativi. Genealogie diverse, che hanno però consegnato alla Germania riunificata un rapporto con il Novecento assai più pervasivo di quello delle altre nazioni europee. La memoria non è rimasta soltanto memoria, ma nel tempo ha contribuito a delimitare ciò che fosse politicamente ammissibile. È su questo piano che va fissato il voto della Sassonia-Anhalt perché acquista un significato che eccede il destino stesso di AfD. Non dimostra che i tedeschi abbiano «dimenticato Hitler», ma qualcosa che le forze progressiste hanno sempre temuto: l’evocazione del nazionalsocialismo non basta più a determinare il comportamento politico di un popolo. Ciò che sembra indebolirsi quindi non è tanto il passato, che pure resta ampiamente condannato, ma quell’automatismo disciplinare sul presente.
Da questo punto di vista la formula, ripetuta a pappagallo anche in Italia, secondo cui «anche Hitler arrivò al potere attraverso le elezioni» è storicamente insufficiente. Inutile mettersi in questa sede a tracciare differenze storiche, dottrinarie, antropologiche tra la Germania di oggi e quella del passato, tra AfD e NSDAP, tra Alice Weidel e Adolf Hitler. Ogni persona dotata di capacità analitica è in grado di comprendere da sé che la Germania del 2026 non è la Germania del 1933. Perché ricondurre ogni rottura politica ai campi di concentramento è proprio l’operazione che utilizza la storia per impedire di distinguere. Ed è proprio l’operazione che ciclicamente fallisce nel capire la realtà.
Il voto di popolo oltre la Brandmauer
La Brandmauer, il cordone sanitario politico contro AfD, rende ancora più evidente questo problema. Finché oltre il muro stava una minoranza relativamente contenuta, esso delimitava il margine del sistema. Quando AfD raccoglie quasi il 44%, quel muro finisce inevitabilmente per attraversare la società stessa. Non a caso la stessa ARD ha descritto la Sassonia-Anhalt come un Land ormai diviso in «due campi»: AfD da una parte, il complesso degli altri partiti dall’altra. La contrapposizione ad AfD è diventata persino una motivazione decisiva per gran parte degli elettori di SPD e Verdi. E qui il dato del voto operaio vale più di molte tassonomie. Quasi sei operai su dieci, infatti, hanno votato AfD. Ed è significativo che, proprio mentre il vecchio soggetto della sinistra cambia campo, esso smetta di comparire come «classe lavoratrice» e ricompaia frequentemente come somma di attributi: maschio, meno istruito, economicamente fragile. Ma dietro l’identikit rimane la domanda che conta: perché i ceti che avrebbero dovuto trovare la propria rappresentanza naturale nella socialdemocrazia o nella sinistra scelgono oggi il partito collocato fuori dal perimetro della rispettabilità?
C’è la frattura fra Est e Ovest, mai completamente rimarginata. Ci sono territori segnati da spopolamento e marginalità, la questione migratoria, la sicurezza, la guerra, una differente sensibilità verso la Russia e soprattutto una domanda di riconoscimento nazionale. La stessa ARD rileva che AfD è ormai considerata dal 36% degli elettori la forza che rappresenta meglio gli interessi della Germania orientale, ruolo un tempo occupato dalla Linke. AfD non ha certo inventato queste tensioni. Le raccoglie e dà loro una forma politica. Ed è precisamente qui che la carnalità del voto conta più delle fredde elucubrazioni geopolitiche. Si possono misurare gli interessi di Mosca, Washington e delle altre potenze, ma nessuna operazione esterna fabbrica dal nulla milioni di cittadini disponibili a rompere con l’ordine politico esistente. Prima delle pedine sulla carta geografica vengono i popoli che quelle carte dovrebbero rappresentare.
AfD e la “cappa antifascista”
Il significato del momento sta allora nella capacità di distinguere il partito dal movimento storico che lo attraversa. I partiti sono contenitori contingenti; possono cambiare, fallire, normalizzarsi o essere superati. I mutamenti dell’immaginario collettivo possono invece sopravvivere a chi temporaneamente li intercetta. E questo è molto più interessante dei legami dell’AfD. Quello che affiora da questa tornata è più un desiderio di normalità nazionale che di “lunghi coltelli”: la pretesa di discutere immigrazione, sovranità, guerra, identità e interesse tedesco senza sottoporre ogni domanda al tribunale della politica moderata. Ma soprattutto il rifiuto che la memoria, o meglio il suo uso martellante, esaurisca per sempre l’identità politica di un popolo.
Per questo la macchietta a reti unificate del «ritorno del nazismo» rischia di dire sempre meno sul presente e sempre più sull’incapacità di leggerlo. Il copione è fin troppo conosciuto per tornarci sopra. La vera novità è che milioni di tedeschi, pur conoscendo perfettamente quel copione, hanno votato comunque per l’”indicibile”. La cappa antifascista è scalfibile esattamente dove vorrebbe essere più granitica: ovvero nella certezza di avere il monopolio della storia, non solo quella passata ma anche quella futura. Ogni questione più grande – dall’Europa, al riarmo e l’Ucraina – viene dopo e non si esaurirà certo con la parabola dell’AfD: ma se la Germania saprà pensarsi non più come il popolo che deve espiare una colpa storica, ma come un popolo che ha il diritto di decidere ciò che vuole essere, allora l’Europa tutta è chiamata a rivedere le sue coordinate.
Sergio Filacchioni