Roma, 14 set – «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La formula, attribuita a Fredric Jameson e ripresa da Slavoj Žižek, è stata resa celebre da Mark Fisher nelle prime pagine di Capitalist Realism. Per Fisher descriveva l’incapacità contemporanea di concepire un ordine realmente diverso da quello esistente: la catastrofe può essere rappresentata, la trasformazione del sistema molto meno.
Sedici anni dopo, la frase potrebbe essere aggiornata. È diventato apparentemente più facile immaginare un’intelligenza artificiale che stermina l’umanità che discutere seriamente chi controllerà l’intelligenza artificiale, attraverso quali infrastrutture e soprattutto in quale mercato. Negli ultimi giorni una parte consistente della stampa italiana sembra essere entrata improvvisamente nell’era dell’apocalisse algoritmica. «L’IA è diventata una bomba da disarmare», titola Fanpage. Ansa arriva a «Ucciderà l’umanità entro il 2030». GreenMe parla di un’intelligenza artificiale che «potrebbe ucciderci tutti entro fine decennio». Repubblica intervista Geoffrey Hinton sotto un titolo ancora più esplicito: «Come in Terminator potrebbe eliminarci». Non si tratta di pezzi usciti nell’arco di anni, ma di una concentrazione impressionante di titoli, interviste e allarmi nel giro di pochi giorni.
La settimana in cui l’IA diventò Terminator
Il punto di partenza della nuova ondata catastrofista è reale e non va liquidato come pura isteria giornalistica. Il 9 settembre Jacob Coxon, ex ricercatore di OpenAI e Anthropic, ha lasciato quest’ultima sostenendo che all’interno dei grandi laboratori venga presa seriamente in considerazione la possibilità che sistemi superumani possano sfuggire al controllo. Pochi giorni dopo Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha pubblicato il lungo intervento We Must Pace the Frontier, chiedendo esplicitamente di rallentare l’aumento delle capacità dei modelli più avanzati. Sam Altman ha condiviso la richiesta; Elon Musk l’ha appoggiata; altri protagonisti dell’industria si sono mossi nella stessa direzione.
Le preoccupazioni, ovviamente, non nascono dal nulla: lo scorso luglio, durante test di sicurezza, modelli sperimentali di OpenAI sono riusciti ad aggirare alcuni sistemi di isolamento, accedere a Internet e compromettere parti dell’infrastruttura di Hugging Face. La stessa OpenAI ha successivamente pubblicato un rapporto dettagliato sull’incidente. Astra, il nuovo modello dell’azienda, è stato classificato internamente al livello «Critical» per le capacità di cybersicurezza. Esistono quindi problemi tecnici autentici e sarebbe altrettanto superficiale trasformare ogni discussione sulla sicurezza in una cospirazione dei colossi tecnologici. Ma sarebbe altrettanto superficiale vedere in questa dinamica qualcosa di alieno alla natura intrinseca dello sviluppo tecnologico: ogni nuova tecnologia, infatti, “inventa” un nuovo tipo di catastrofe. Dalla ruota e il fuoco, all’aeroplano e il nucleare, sviluppo vuol dire sempre nuovi rischi.
Il problema comincia nel passaggio dal rischio al racconto del rischio. Amodei non sostiene infatti che l’intelligenza artificiale debba essere abolita. Nell’apertura del suo stesso intervento attribuisce all’IA la possibilità di curare malattie, accelerare la crescita economica e produrre un salto storico nelle condizioni materiali dell’umanità. Non propone neppure una sospensione generale della ricerca: vuole rallentare la crescita delle frontier capabilities abbastanza da permettere ai sistemi di sicurezza e di interpretabilità di stare al passo. È una posizione discutibile, ma assai diversa dal «fermiamo l’IA prima che ci uccida tutti» attraverso cui il dibattito viene trasformato in prodotto mediatico. E qui emerge una prima curiosa convergenza. Il linguaggio dell’apocalisse prodotto dentro l’industria viene raccolto e amplificato proprio da quella stampa progressista che per anni ha denunciato il potere delle Big Tech. Eppure, se si guarda a ciò che le aziende chiedono concretamente ai governi, la faccenda diventa molto meno cinematografica e decisamente più politica.
I colossi chiedono allo Stato di regolarli
Il 9 settembre, curiosamente tre giorni prima dell’intervento di Amodei, OpenAI aveva pubblicato un documento dal titolo inequivocabile: The AI policy window is open. We need to act. La società chiede al Congresso americano requisiti nazionali obbligatori per i sistemi di intelligenza artificiale avanzata: valutazioni indipendenti, standard di cybersicurezza, obblighi di segnalazione degli incidenti e sistemi comuni per monitorare l’auto-miglioramento dei modelli. OpenAI sostiene espressamente che, qualora sicurezza e avanzamento delle capacità entrassero in conflitto, sarebbe necessario sacrificare velocità alla prima. Amodei arriva praticamente alla stessa conclusione. Il suo piano prevede valutatori esterni permanentemente inseriti nei laboratori, standard condivisi fra le aziende occidentali e, in prospettiva, un coordinamento internazionale. Scrive esplicitamente che il modo più efficace per imporre questo rallentamento negli Stati Uniti sarebbe una regolamentazione applicabile a tutte le società che sviluppano IA di frontiera.
A prima vista sembrerebbe quasi un caso virtuoso: un’industria potentissima che, invece di chiedere la solita deregulation, implora lo Stato di limitarla. Ma proprio qui dovrebbe accendersi qualche spia d’allarme in chiunque conosca minimamente l’economia della regolazione. Perché una grande impresa può avere ottime ragioni per desiderare norme molto severe sul proprio settore.
Regulatory capture: quando essere regolati conviene
Nel 1971 l’economista George Stigler formulò una delle tesi più influenti della teoria della regolazione: le norme pubbliche non finiscono necessariamente per proteggere i cittadini dalle imprese. Possono essere progressivamente acquisite dagli interessi che dovrebbero limitare, fino a funzionare principalmente a loro vantaggio. È il meccanismo passato alla storia come regulatory capture. Non richiede tangenti, complotti o telefonate segrete. Basta che gli attori economicamente più forti abbiano maggiore capacità di influenzare quali standard vengono considerati ragionevoli e quali costi debbano essere sostenuti per operare in un mercato. Applicato all’intelligenza artificiale, il problema è evidente. Un sistema di audit continui, red teaming obbligatorio, valutatori indipendenti, procedure di certificazione, strutture di compliance, obblighi di segnalazione, requisiti infrastrutturali e responsabilità legali elevate rappresenta un costo. Per OpenAI, Anthropic, Google o Microsoft può essere enorme ma sostenibile. Per una startup, un laboratorio universitario, una comunità open source o un nuovo concorrente può diventare semplicemente proibitivo.
Non è una fantasia libertaria. Nel rapporto Artificial Intelligence Markets, pubblicato a luglio, l’Ocse descrive già una filiera caratterizzata da fortissime concentrazioni. Il mercato dei foundation model rimane dinamico, ma chip, cloud, grandi dataset e capacità di calcolo presentano enormi barriere all’ingresso. Nel 2023 i primi tre fornitori di cloud controllavano il 74% del mercato globale e Nvidia circa il 90% delle GPU; l’Ocse avverte inoltre che lobbying e influenza normativa possono ridurre ulteriormente la contendibilità del mercato. Questa distinzione è fondamentale: oggi non esiste un monopolio assoluto dell’intelligenza artificiale, e proprio per questo il problema è interessante. Esiste un oligopolio costosissimo ma ancora ferocemente contendibile. ChatGPT rimane il primo servizio per traffico web, ma la sua quota è passata in un anno da circa il 73% al 55,5%; Gemini ha raggiunto il 25,6% e Claude è salito dall’1,9% al 9,3%. Sono dati che misurano solamente il web e non l’intero utilizzo dei servizi, ma descrivono comunque una cosa importante: la posizione dominante di OpenAI non è più incontestata. Ed è precisamente in un mercato del genere che una regolamentazione molto costosa può produrre l’effetto più rilevante. Non eliminare gli incumbent, ma cristallizzarli.
Sicurezza e interesse economico possono coincidere
Questo non significa che Amodei o Altman stiano semplicemente mentendo sui rischi dell’IA. È perfettamente possibile che credano sinceramente alla necessità di rallentare e che contemporaneamente una simile politica convenga alle loro imprese. Anzi, è proprio questo il punto che il racconto moralistico tende a perdere. Un mercato tecnologico funziona attraverso incentivi contraddittori. Ogni società può ritenere pericolosa una corsa incontrollata, ma nessuna può permettersi unilateralmente di rallentare mentre i concorrenti continuano ad accelerare. Una norma comune risolve esattamente questo dilemma: io rallento perché anche tu sei obbligato a rallentare. Nel frattempo, chi sta fuori deve pagare il prezzo necessario per entrare nel club.
Lo stesso dibattito americano ha già prodotto accuse esplicite in questa direzione. Axios ha riportato le critiche di investitori secondo cui il modello proposto da Amodei potrebbe finire per concentrare ulteriormente il potere tecnologico nelle mani dei grandi laboratori. Il Wall Street Journal, analizzando la crisi delle ultime settimane, ha evidenziato inoltre la compresenza di due fattori impossibili da separare completamente: sicurezza e pressione economica in un’industria che mobilita quantità gigantesche di capitale. Non occorre dunque scegliere tra due caricature: «l’IA sterminerà l’umanità» oppure «i rischi sono tutti inventati per fare lobbying». Un rischio reale può diventare una risorsa politica e una regolamentazione giustificata da problemi reali può ugualmente produrre concentrazione economica.
Il paradosso della sinistra tecnofobica
È qui che l’improvviso entusiasmo progressista per il rallentamento dell’intelligenza artificiale assume un significato culturale più ampio. Su queste pagine avevamo già affrontato la questione a partire da Resistere ai tempi oscuri di Asma Mhalla. Nella lettura della politologa franco-tunisina la saldatura tra Stato, Big Tech, industria militare e sistemi algoritmici starebbe producendo una nuova forma di Leviatano tecnologico, mentre attorno a figure come Peter Thiel, Elon Musk e alle nuove élite della Silicon Valley prenderebbe corpo una «tecnodestra» capace di mettere in discussione le categorie politiche del liberalismo novecentesco. La risposta proposta da una parte da un filone sempre più ampio della cultura progressista è essenzialmente difensiva: arginare, regolamentare, proteggere il soggetto dagli effetti destabilizzanti dell’accelerazione tecnologica. Il problema è che questa posizione rischia di produrre esattamente ciò che pretende di combattere.
La sinistra culturale denuncia il potere delle Big Tech, ma accetta che siano le Big Tech a stabilire quale sia la soglia oltre cui una tecnologia diventa troppo pericolosa. Denuncia l’oligopolio, ma sostiene regole che soltanto gli oligopolisti possiedono le risorse per rispettare. Denuncia la fusione tra potere pubblico e potere tecnologico, per poi invocare una struttura permanente in cui governi, autorità di controllo e grandi laboratori definiscano insieme chi possa sviluppare i sistemi più avanzati. Il risultato è un singolare conservatorismo tecnologico progressista: la tecnologia va bene finché non destabilizza troppo rapidamente gli equilibri esistenti; quando comincia ad aprire possibilità non ancora pienamente controllabili, viene immediatamente tradotta nel lessico del rischio, dell’emergenza e della tutela. Il paradosso è che i na cultura che vorrebbe criticare lo status quo riesce facilmente a immaginare la macchina che conquista il mondo. Sembra molto meno interessata a immaginare una struttura tecnologica diversa da quella dominata da quattro o cinque colossi capaci contemporaneamente di costruire l’IA e di scrivere le regole con cui l’IA dovrà essere governata.
A Pechino non aspettano l’avvento di Skynet
Il carattere particolare dell’attuale allarmismo occidentale emerge ancora più chiaramente se si guarda a ciò che stanno facendo due Paesi diversissimi tra loro: la Cina, principale avversario strategico degli Stati Uniti, e il Giappone, alleato pienamente inserito nel sistema occidentale. Nessuno dei due ignora i rischi dell’intelligenza artificiale. Entrambi parlano di sicurezza, controllo e governance. Ma in nessuno dei due casi la domanda fondamentale sembra essere diventata «come facciamo a rallentare?». La domanda è piuttosto: come facciamo a non rimanere indietro?
Pechino lo dice quasi senza eufemismi. Nell’agosto 2025 il Consiglio di Stato ha lanciato il programma “AI Plus”, con l’obiettivo di integrare l’intelligenza artificiale in ricerca scientifica, industria, consumi, servizi pubblici, istruzione e amministrazione. Il piano indica come traguardo una diffusione superiore al 70% dei nuovi terminali intelligenti e degli agenti IA entro il 2027 e superiore al 90% entro il 2030; il nuovo piano quinquennale cinese ha poi ulteriormente legato l’IA alla ricerca dell’autosufficienza tecnologica, allo sviluppo dei semiconduttori, della robotica, del physical AI e delle infrastrutture di calcolo. Non si tratta semplicemente di sviluppare chatbot migliori: l’IA viene considerata infrastruttura produttiva, industriale e strategica nazionale.
La Cina, naturalmente, non è affatto un paradiso della deregulation. Il suo sistema impone vincoli molto forti su algoritmi, contenuti, dati e sicurezza e lo stesso piano “AI Plus” insiste sulla necessità di uno sviluppo «sicuro e controllabile». Ma la differenza sta nella gerarchia politica degli obiettivi: la sicurezza serve a rendere possibile l’espansione della tecnologia, non a trasformarne l’espansione stessa nel problema. Pechino vuole più capacità di calcolo, più modelli, più applicazioni industriali, più robot, più autonomia nella filiera e persino un ecosistema open source abbastanza forte da ridurre la dipendenza occidentale. Nel suo Global AI Governance Action Plan parla esplicitamente di un ambiente politico «favorevole all’innovazione», di sperimentazione e della necessità di ridurre le barriere tecnologiche.
Non stupisce allora che la proposta di Dario Amodei sia stata letta in Cina in termini molto diversi rispetto ai titoli occidentali su Terminator. Il Global Times, organo vicino al Partito comunista, ha definito la richiesta di rallentamento una variante del vecchio «manuale della Guerra fredda», accusando Anthropic di utilizzare il linguaggio della sicurezza per difendere il vantaggio americano e, soprattutto, di accompagnarlo con la richiesta di restrizioni ancora maggiori sull’esportazione verso la Cina dei semiconduttori più avanzati. È evidentemente una lettura interessata e propagandistica ma è significativa proprio per questo: Pechino non vede soltanto un dibattito filosofico sul futuro dell’umanità; vede una battaglia per stabilire chi avrà accesso alla tecnologia che definirà il prossimo ciclo industriale.
La via giapponese all’IA
Ancora più interessante, per evitare di liquidare tutto come semplice cinismo cinese, è il caso del Giappone. Tokyo appartiene pienamente al sistema delle alleanze occidentali, è una democrazia liberale e non presenta certo l’IA come una corsa priva di rischi. Eppure il secondo Artificial Intelligence Basic Plan, approvato dal governo il 14 luglio 2026, porta un sottotitolo difficilmente conciliabile con l’immaginario della macchina da contenere: “Japan AI Transformation: A Stronger Nation. Greater Prosperity”. Il governo vuole accelerare l’adozione dell’IA nella pubblica amministrazione e nelle imprese, costruire infrastrutture nazionali di calcolo e semiconduttori, sviluppare Vertical AI e Physical AI, attrarre ricercatori e creare modelli fondamentali propri. Soprattutto introduce apertamente il concetto di “AI Sovereignty”: autonomia strategica sufficiente a evitare una dipendenza eccessiva da singoli Paesi o imprese straniere.
Persino la regolamentazione viene concepita con una logica opposta alla paralisi. Tokyo parla di “responsible agile governance”: regole continuamente rivedibili in funzione dell’evoluzione tecnologica, accompagnate da sperimentazione, valutazione tecnica e diffusione dell’IA nella società. Il governo prevede addirittura una revisione trasversale di leggi, regolamenti e procedure amministrative per accelerare la trasformazione attraverso l’IA, non soltanto per controllarla. L’obiettivo dichiarato è rafforzare contemporaneamente sicurezza e capacità nazionale, fino a utilizzare l’IA avanzata nella difesa, nella sanità, nell’istruzione, nella gestione delle calamità e nella pubblica amministrazione. È qui che il confronto diventa politicamente scomodo. Le potenze asiatiche sembrano aver compreso la stessa cosa: l’intelligenza artificiale non è semplicemente un prodotto da regolamentare, bensì un’infrastruttura sulla quale si misureranno produttività, sovranità, capacità militare e peso internazionale dei prossimi decenni. La sicurezza viene incorporata nella corsa tecnologica; non utilizzata come argomento per uscire dalla corsa.
Non fermare la tecnica: contendere il suo controllo
La questione, dunque, non è sostenere ingenuamente che ogni accelerazione tecnologica sia naturalmente positiva, a patto di non prendere come scala di misura della “positività” i valori egualitari di pace, felicità e diritti che sono sostanzialmente quelli che hanno dominato gli ultimi tre secoli di storia. L’intelligenza artificiale possiede capacità nuove, produce rischi concreti e richiede una riflessione politica che non può essere lasciata esclusivamente agli ingegneri. Il problema è esattamente l’opposto: politicizzare realmente la tecnica significa rifiutarsi di confondere sicurezza e conservazione dell’ordine esistente.
Come scrivevamo discutendo Mhalla, la trasformazione tecnologica non è né un destino davanti al quale inginocchiarsi né una deriva davanti alla quale costruire barricate. È un campo di forze è la domanda decisiva non è semplicemente quanta IA concedere all’umanità, ma chi possiede il calcolo, chi controlla i modelli, chi stabilisce gli standard e chi viene escluso dal mercato attraverso quegli standard. In questo senso, l’ondata catastrofista degli ultimi giorni rischia di spostare il dibattito esattamente dove conviene agli attori già dominanti. Se l’unica alternativa proposta è tra lasciare Sam Altman e Dario Amodei correre senza limiti oppure lasciare Sam Altman e Dario Amodei spiegare allo Stato come debbano essere regolati Sam Altman e Dario Amodei, l’alternativa non è poi così alternativa.
Insomma, il punto non è negare l’esistenza della bomba ma chiedersi seriamente chi vuole avere l’esclusiva sul diritto di disarmarla — e, soprattutto, di costruire la successiva. Ed è forse questa la versione più aggiornata e impietosa della battuta resa celebre da Fisher: non soltanto riusciamo a immaginare più facilmente la fine dell’umanità che la fine dello status quo; riusciamo a immaginare l’apocalisse molto più facilmente di un’Europa competitiva, armata e tecnologicamente sovrana.
Sergio Filacchioni