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Roma, 31 mar – Alla fine degli anni Novanta, il nome di Guillaume Faye godeva di un’aura leggendaria in pochi lettori colti, nostalgici dell’età aurea della Nouvelle Droite, ma era sostanzialmente ignoto ai più, essendo ormai passato troppo tempo dai fasti della sua opera principale, il Sistema per uccidere i popoli, risalente addirittura ai primi anni ’80.
Quando, esattamente 20 anni fa, uscì Archeofuturismo, entrambe le categorie di lettori – quelli che non ne conoscevano l’esistenza e quelli che si domandavano che diavolo di fine avesse fatto – ne furono scossi. Il testo, infatti, era una vera bomba atomica: per lo stile e per i contenuti. Controverso, esagerato, provocatorio, certamente, come tutti gli scrittori importanti sanno essere. Va detto che la nuova primavera fayana non ebbe grosso seguito: pur con qualche eccezione (Pourquoi nous combattons?, per esempio), la formula alchemica del successo di Archeofuturismo non fu più ripetuta e le seguenti prove dell’autore finirono presto per essere ripetitive e generalmente mancanti di mordente e brillantezza.
L’opera del ’98, tuttavia, incise fortemente sull’immaginario dei due decenni che seguirono, non perdendo sostanzialmente di attualità. È quindi più che benvenuta l’iniziativa di Aga, che ne ha appena curato la ristampa, dopo quella curata nel 1999 dalla Seb, che della casa editrice di Maurizio Murelli fu diretta antenata. La tesi del libro è nota, anche solo per essere stata orecchiata qua e là: bisogna unire Evola e Marinetti, il sacro e la tecnoscienza, la potenza dell’arcaico e le suggestioni avveniristiche. La gustosa novella che chiudeva il saggio ne dava un’immagine plastica, con un funzionario dell’impero eurosiberiano che viaggiava per le steppe con un modernissimo treno proiettile, godendosi dal finestrino la corsa di un branco di lupi.
Ma era soprattutto il discorso sull’islam che era destinato a sconvolgere i vecchi ammiratori di Faye e a creare dibattito nel suo pubblico naturale. Il vecchio cantore della “causa dei popoli” contro il sistema americanocentrico riemergeva dal nulla chiamando alla guerra contro i musulmani. Eresia, tradimento, zampino della Cia o del Mossad? Sul tema, come al solito, la visione fayana tendeva a portare i concetti all’estremo, con non poche forzature e qualche argomento tagliato con l’accetta. Su tutto questo discorso, e in generale sul legame tra questione immigratoria e questione islamica, resta tuttora insuperata la lunga recensione, non di questa opera, ma della successiva, La colonisation de l’Europe, proposta da uno dei maggiori sodali di Faye in Italia, Stefano Vaj (Per l’autodifesa etnica totale, apparsa sulla rivista L’Uomo libero), in cui le ambiguità di un anti-islamismo primario erano ben sviscerate.
libro archeofuturismoVent’anni dopo, se quella che all’epoca sembrò un’ossessione non ha acquistato i caratteri della profezia, poco ci manca. A tre anni di distanza da Archeofuturismo, Al Qaeda si prese la briga di lanciare la più grande sfida terroristica della storia agli Stati Uniti d’America. E tutti, va detto, all’epoca commentammo, peraltro non senza qualche ragione, che chi semina vento… L’impressione era che si trattasse di una questione specifica degli statunitensi, sia che in Bin Laden si volesse vedere una marionetta americana, sia che se ne facesse l’interprete estremo ma consequenziale di una reazione al loro potere planetario. Solo qualche anno dopo il terrorismo islamista comincerà a colpire indiscriminatamente anche gli europei, con una frequenza e una ferocia tali da scoraggiare qualsiasi indefesso irriducibile delle false flag a prescindere. Nelle periferie multirazziali, era sorto un odio sordo e spietato verso tutto quello che noi siamo, ben al di là di ciò che diciamo o facciamo, ben oltre i nostri distinguo, pur fondati e sacrosanti, tra Europa e Occidente. Aveva quindi ragione Faye a chiamarci alla crociata? Di sicuro aveva avuto ragione nel farci ragionare su un tema che avevamo sempre affrontato secondo coordinate culturali vecchie di almeno un secolo.
Poco dopo il ritorno dell’ex neodestro, in Francia comparve una risposta filo-islamica a Faye: Les Croises de l’Oncle Sam, di Tahir de la Nive. La cosa più interessante del saggio era tuttavia data dalla prefazione di Claudio Mutti, che riprendeva uno per uno i riferimenti culturali di Faye, mostrando come, nel corso degli anni, essi avessero mostrato simpatia verso l’islam: come si potevano “unire Evola e Marinetti” contro Maometto, quando entrambi avevano elogiato la religione musulmana, così come del resto Nietzsche, Heidegger etc? La replica aveva un senso, ma si basava su un errore di fondo: l’idea di applicare all’islam “in casa nostra”  le medesime categorie interpretative valide per l’islam “a casa sua”. Le chiavi ermeneutiche andavano aggiornate, tenendo presente una minoranza sempre meno… “minoritaria” che, in Europa, si dimostrava assai poco disposta a discorrere del sufismo e di Guénon, preferendo piuttosto adoperarsi per far proprio un continente che non c’era alcuna ragione di non considerare come futura terra d’islam. Va tuttavia detto che qualsiasi riflessione seria sul tema fu ben presto vanificata dallo sgomitare di una destra fallaciana, occidentalista, triviale, ostile alla religione e alla tradizione musulmana più che altro perché nemica di qualsiasi religione e di qualsiasi tradizione.
La questione, insomma, resta ancora tutta da pensare. Ma per farlo, servirebbe una capacità di uscire da slogan adolescenziali, astratti e autoreferenziali (“peggio i centri commerciali di una moschea”, come abbiamo sentito recentemente, che non vuol dire proprio un bel nulla), mantenendo allo stesso tempo il sangue freddo per imporre una nostra visione delle cose, non strumentalizzata né strumentalizzabile, non presa a noleggio dai mestatori di ogni dibattito, non mutuata dai saltimbanchi mediatici, comprensibile per il grande pubblico ma senza facilonerie sloganistiche. Il passaggio, lo si capisce bene, è strettissimo. Riuscire a individuarlo è tuttavia ciò che distingue i rivoluzionari dalle marionette.
Adriano Scianca



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