Roma, 25 set – È bastata una settimana per capire quanto fosse deleteria la riesumazione di Beppe Grillo. Domenica scorsa Fedez lo ha riportato davanti a un pubblico nel suo Pulp Podcast, dopo anni in cui il fondatore del Movimento 5 Stelle era progressivamente scomparso dalla scena politica. Grillo si è definito «postumo di me stesso da vivo», ha regolato qualche conto con Giuseppe Conte e ha rivendicato ancora una volta il ruolo del visionario arrivato troppo presto, quello che vent’anni fa avrebbe visto ciò che gli altri ancora non erano in grado di vedere.
Pochi giorni dopo è arrivata una dimostrazione forse involontaria di quanto quel Grillo sia invece rimasto esattamente dov’era. Il Senato ha approvato definitivamente la legge delega sul nucleare sostenibile, consegnando al governo dodici mesi per costruire il quadro normativo necessario a riportare l’energia atomica nel perimetro delle possibilità industriali italiane. Non è stata inaugurata una centrale e non è stata posata una prima pietra. L’Italia ha semplicemente deciso che, dopo quasi quarant’anni, il nucleare può tornare a essere una tecnologia da discutere, progettare e eventualmente utilizzare invece di un tabù da custodire.
La risposta di Grillo è arrivata puntuale: «Lettera a un ventenne che crede nelle balle nucleari». Ed è forse il titolo, prima ancora del contenuto, a raccontare tutto. Non una critica al progetto del governo. Non un’analisi dei costi. Non una contestazione della strategia energetica. Una lettera al giovane ingenuo che «crede nelle balle», scritta dall’adulto che le balle le avrebbe già smascherate e che, con paterna indulgenza, gli concede perfino il diritto di continuare a sbagliare «Qualsiasi cosa succeda, sappi che ti voglio bene lo stesso», conclude.
Il giovane immaginario di Beppe Grillo
La cosa più fastidiosa della lettera non è nemmeno il suo antinuclearismo. È il destinatario immaginario che Grillo si costruisce. Un ventenne incapace di informarsi, suggestionato da qualche slogan letto sui social, convinto che il nucleare serva alla decarbonizzazione o alla sicurezza energetica perché qualcuno glielo avrebbe «venduto». Un giovane che deve essere preso per mano e accompagnato alla verità dall’uomo che ha già attraversato il futuro. È un paternalismo particolarmente curioso da parte di chi ha costruito una parte consistente della propria fortuna politica sulla retorica della partecipazione dal basso e della demolizione delle vecchie élite pedagogiche. Perché il giovane di Grillo può partecipare, certo. Purché arrivi alle conclusioni di Grillo.
Se pensa che valga la pena investire nell’energia nucleare non ha semplicemente un’opinione diversa: ha creduto a una balla. Se considera gli SMR una tecnologia da sviluppare è stato abbindolato. Se ritiene che un Paese industriale debba ragionare oggi sul proprio fabbisogno energetico del 2040, non sta pensando al futuro: qualcuno gli sta «rubando» il futuro. Il metodo è quello più classico. Prima si infantilizza l’interlocutore, poi lo si salva. Ed è qui che la lettera smette di essere soltanto un intervento sul nucleare e diventa qualcosa di più interessante: una piccola autobiografia politica del grillismo.
Il problema non è se sarà davvero il 2033
Naturalmente Grillo trova un appiglio reale. Il ministro Pichetto Fratin ha indicato il 2033-2034 come possibile finestra per l’avvio dei primi reattori. È una previsione ambiziosa, forse persino troppo ambiziosa, perché l’Italia deve ancora costruire buona parte dell’architettura normativa, autorizzativa e industriale necessaria. Solo che Pichetto non ha promesso agli italiani che nel 2033 staccheremo una bottiglia di spumante sulla prima centrale. Ha parlato esplicitamente del 2033-2034 «ben che vada». La differenza dovrebbe essere comprensibile perfino senza una letterina pedagogica. Ma soprattutto la questione è un’altra. Supponiamo pure che Grillo abbia ragione sui tempi. Supponiamo che il primo impianto arrivi nel 2036, nel 2038 o ancora più tardi. E quindi?
La morale della lettera è sorprendente: siccome fra molti anni il mondo sarà diverso, quelle che oggi immaginiamo essere le nostre esigenze potrebbero essere cambiate. Grillo invita il ventenne a pensare a quando aveva tredici anni, poi a quando ne aveva cinque: quante cose sono cambiate? Tutto vero, ed è esattamente per questo gli Stati fanno programmazione energetica. Una rete elettrica, una centrale, un sistema di accumulo, un’infrastruttura ferroviaria, un porto, una filiera industriale non vengono progettati sulla base di ciò che servirà martedì prossimo. La politica strategica esiste precisamente perché il futuro sarà diverso dal presente. Seguendo sul serio l’argomento di Grillo non dovremmo costruire quasi nulla che abbia tempi di realizzazione lunghi, perché al momento dell’inaugurazione il mondo potrebbe essere cambiato. È la perfetta filosofia dell’immobilismo italiano: il futuro è incerto, dunque aspettiamo che arrivi.
Quando una difficoltà diventa una proibizione
Qui ricompare un tratto che va molto oltre Beppe Grillo. Per decenni una parte della politica italiana ha sviluppato una straordinaria capacità di prendere qualsiasi difficoltà concreta e trasformarla nella dimostrazione che non si debba fare nulla. Le scorie? Allora niente nucleare. I tempi sono lunghi? Allora è troppo tardi per iniziare. Una tecnologia non ha ancora raggiunto la piena maturità commerciale? Allora non bisogna investirci.Non abbiamo ancora una filiera completa? Allora è inutile provare a costruirla.
Il paradosso è che così facendo ogni profezia finisce per autoavverarsi. Non possediamo una filiera perché abbiamo smesso di costruirla; poi l’assenza della filiera diventa l’argomento per non ricostruirla. Non abbiamo impianti perché li abbiamo chiusi; poi l’assenza degli impianti dimostra che riaprirne sarebbe troppo complicato. Non abbiamo competenze industriali sufficientemente diffuse; dunque guai a creare la domanda che permetterebbe di ricostruirle. È quella stessa mentalità che su queste pagine abbiamo definito la cultura dei “custodi dell’impotenza”: non la prudenza di chi pretende standard, controlli e sostenibilità economica, ma l’utilizzo preventivo di ogni problema come diritto di veto. Beppe Grillo ne offre una rappresentazione quasi didattica.
Gli SMR non sono unicorni
A un certo punto della lettera compare persino la caricatura dei «reattorini modulari», costruiti «ipoteticamente in serie», per i quali nel mondo occidentale «non esiste nemmeno un prototipo funzionante». È il genere di frase costruita per essere tecnicamente difendibile e politicamente ingannevole. È vero che oggi non esiste ancora in Occidente uno SMR commerciale in esercizio. È altrettanto vero che in Canada il primo BWRX-300 di GE Hitachi è già entrato nella fase di costruzione autorizzata a Darlington. Non è un oggetto immaginato in qualche brochure del ministero italiano ma un progetto reale, licenziato dall’autorità canadese e in avanzamento verso la prima unità. Nel mondo esistono inoltre già piccoli reattori modulari operativi in Russia e Cina.
L’Europa, nel marzo scorso, ha adottato una strategia che punta esplicitamente all’entrata in funzione dei primi SMR europei nei primi anni Trenta. Questo garantisce che funzioneranno economicamente? No. Garantisce che l’Italia riuscirà a costruirli nei tempi annunciati? No. Dimostra però quanto sia grottesco passare dalla necessaria incertezza tecnologica alla rappresentazione di una fantasia buona soltanto per i gonzi. L’intero sviluppo industriale funziona così: prima una tecnologia è costosa, nuova, incompleta e rischiosa; poi qualcuno costruisce capacità, supply chain, standardizzazione e scala produttiva. Se l’argomento fosse «non esiste ancora una produzione di massa, dunque non bisogna investire nella produzione di massa», nessuna produzione di massa sarebbe mai nata.
Le rinnovabili e il giochino dei prezzi
Poi arriva il conto della serva. Grillo mette accanto i circa 56,8 euro/MWh delle recenti aste italiane sul fotovoltaico, i 72,8 dell’eolico e le ipotesi da 70-100 euro/MWh circolate per il futuro nucleare. La conclusione viene lasciata quasi al lettore: vedete? Le rinnovabili costano già meno, quindi il nucleare è inutile. Peccato che un megawattora prodotto alle due del pomeriggio di una giornata di sole e un megawattora disponibile quando il sistema ne ha bisogno non siano economicamente la stessa cosa. Non è propaganda nuclearista ma il motivo per cui qualsiasi sistema con percentuali crescenti di fonti intermittenti deve investire contemporaneamente in accumulo, reti, interconnessioni, gestione della domanda e capacità programmabile. L’IEA continua a indicare proprio l’espansione delle reti e della flessibilità come uno dei grandi colli di bottiglia della transizione elettrica.
Il fotovoltaico costa poco. Benissimo. Bisogna costruirlo. L’eolico è competitivo. Benissimo. Bisogna utilizzarlo dove ha senso. Ma da qui a fingere che il prezzo d’asta di un pannello solare abbia magicamente risolto il problema di un sistema elettrico nazionale passa la stessa distanza che esiste fra produrre energia e avere una politica energetica. Ed è precisamente questo che il ritorno del nucleare dovrebbe significare: non la ricerca della fonte miracolosa, ma la ricostruzione di una capacità di scelta che l’Italia ha abbandonato. Lo scrivevamo già il giorno dopo l’approvazione della legge: il punto non è tornare nostalgicamente agli anni Sessanta, ma recuperare sovranità energetica, capacità industriale, ricerca, formazione e una filiera nazionale inserita in quella europea.
Il grillismo sopravvissuto al Movimento
Ed è qui che il ritorno televisivo – o meglio, podcaster – di Grillo assume quasi un valore simbolico. Da Fedez ha spiegato che il Movimento 5 Stelle non gli appartiene più, che Conte lo ha trasformato in un partito normale, che lui può ormai soltanto «dare input alle idee». Sul Movimento può anche avere ragione. Il grillismo, però, è sopravvissuto benissimo senza il Movimento. Sopravvive ogni volta che un problema viene trasformato in un divieto. Ogni volta che la difficoltà di costruire diventa un argomento contro la costruzione. Ogni volta che l’incertezza sul futuro viene utilizzata per non investire nel futuro ma nell’assistenzialismo. Ogni volta che la prudenza smette di significare governare il rischio e torna a significare evitarlo rinunciando all’azione.
È una mentalità che ha attraversato nucleare, grandi opere, infrastrutture e politica industriale italiana molto più a lungo della stagione elettorale dei Cinque Stelle. E trova oggi nel vecchio fondatore una forma quasi perfetta: il profeta che annuncia il fallimento di ciò che non vuole venga tentato e poi chiede di conservare la profezia nel cassetto per poterla esibire fra sette anni. È la postura della Cassandra permanente, quella che trasforma ogni questione politica in una gara per poter dire un giorno «ve l’avevo detto».
Una nazione, però, non dispone del lusso di limitarsi ad avere ragione dopo. Deve scegliere, costruire competenze, correre rischi, correggere gli errori e programmare ciò che ancora non esiste. Grillo invita il suo ventenne immaginario a stampare la lettera e riaprirla nel 2033. E allora sorge una domanda molto più concreta: quante altre cose dovrebbe rinunciare a costruire oggi l’Italia per permettere a Beppe Grillo di avere ragione domani?
Sergio Filacchioni