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Berlino è rossa, sorpresa: la sinistra radicale conquista le città della sinistra

by La Redazione
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Roma, 21 set – Da qualche mese la sinistra europea sembra aver trovato nuovi modelli da celebrare. Prima Zohran Mamdani a New York, poi la crescita di Vänsterpartiet in Svezia e infine Elif Eralp, che con Die Linke ha conquistato il primo posto alle elezioni di Berlino. Cambiano le città e i sistemi politici, ma il racconto è simile: una sinistra più radicale, meno interessata a presentarsi attraverso il linguaggio woke e nuovamente concentrata su affitti, salari, costo della vita, welfare e Palestina sarebbe tornata capace di “parlare al popolo”.

Qualcosa è effettivamente cambiato. Sarebbe difficile non accorgersene osservando la campagna berlinese di Die Linke. La questione centrale è stata quella abitativa: controllo degli affitti, contrasto alla speculazione, edilizia pubblica e soprattutto attuazione del referendum del 2021 sulla socializzazione di circa 220mila appartamenti appartenenti ai grandi gruppi immobiliari. Il tema non è marginale in una città nella quale, secondo i dati riportati da Reuters, gli affitti sono quasi raddoppiati dal 2014 e nella quale le autorità stimano un fabbisogno di 211mila nuove abitazioni entro il 2040.

È significativo anche il modo in cui questo risultato viene raccontato dalla sinistra italiana. Elif Eralp non viene proposta anzitutto come incarnazione di una categoria ideologica, ma come la candidata che vuole intervenire sugli affitti e sui grandi proprietari, che mobilita militanti porta a porta e parla esplicitamente di rapporti di forza. Il vecchio repertorio progressista non è scomparso e la stessa Linke berlinese continua a sostenerlo. Semplicemente non occupa più il centro della narrazione. La porta d’ingresso è tornata a essere materiale. Fin qui, però, il racconto del «ritorno della sinistra» rischia di correre più veloce dei numeri.

A Berlino la Linke ha conquistato soprattutto la sinistra

Die Linke è effettivamente passata dal 12,2% delle seconde preferenze del 2023 al 25,7% del 2026, diventando il primo partito. È una crescita enorme. Ma nello stesso periodo i Verdi sono scesi dal 18,4 al 14,3% e la SPD dal 18,4 al 12,1%. Nel 2023 SPD, Verdi e Linke totalizzavano insieme il 49%; oggi raccolgono complessivamente poco più del 52%. La differenza è decisiva. La Linke guadagna oltre tredici punti, mentre l’area composta dai tre principali partiti della sinistra berlinese si espande di circa tre. Non siamo davanti alla trasformazione improvvisa di una città conservatrice in una nuova patria socialista. Siamo anzitutto davanti a un gigantesco spostamento dei rapporti di forza interni a una città che votava già prevalentemente a sinistra. Le stime sui flussi elettorali di Infratest dimap rendono il fenomeno ancora più evidente: il saldo della Linke sarebbe di circa 57mila voti guadagnati dai Verdi, 39mila dalla SPD e 75mila dall’astensione, mentre il saldo con la CDU sarebbe positivo di circa 16mila voti. Il risultato resta politicamente importante, ma cambia natura. Più che sfondare il muro avversario, Eralp ha svuotato i partiti che occupavano lo spazio immediatamente accanto al suo. È una lotta per l’egemonia interna prima ancora che una conquista dell’esterno.

E questo permette anche di comprendere perché la nuova centralità di affitti e costo della vita sia così spinta dalla sinistra nostrana. Die Linke non deve necessariamente trasformare l’elettore conservatore in socialista. Le basta convincere un elettore verde che il suo problema principale non sia più la rappresentazione simbolica ma l’affitto che aumenta, persuadere un socialdemocratico che la SPD non sia abbastanza aggressiva sul terreno economico e riportare alle urne una quota di giovani o precari che aveva smesso di vedere differenze significative nell’offerta politica. È un’operazione molto meno epica dell’assalto al Palazzo d’Inverno, ma elettoralmente può funzionare benissimo.

Mamdani ha fatto qualcosa di molto simile

Persino il caso di New York, assurto ormai a paradigma internazionale per la nuova sinistra, va letto tenendo presente la struttura politica della città. La vera impresa di Zohran Mamdani, infatti, è avvenuta innanzitutto dentro il Partito Democratico. Alle primarie del giugno 2025 raccolse il 43,8% delle prime preferenze e sconfisse infine Andrew Cuomo con il 56,4% nel round conclusivo del voto classificato. Mamdani ha conquistato il campo progressista newyorkese già preponderante. Basti pensare che alle presidenziali del 2024 Kamala Harris aveva raccolto, sommando le linee Democratic e Working Families, oltre 1,9 milioni di voti su circa 2,8 milioni di voti validi, cioè circa il 68%; Trump, sommando Republican e Conservative, era intorno al 30%. Questo mostra qual è il vero obiettivo politico della sinistra radicale: trasformare la composizione interna della maggioranza urbana, imponendo a una città già largamente democratica e progressista una leadership molto più radicale della precedente.

Anche a New York il contenuto della campagna era stato sul congelamento degli affitti, i trasporti, il costo della vita e servizi m, che hanno fornito a Mamdani una lingua politica immediatamente comprensibile. La Palestina ha costituito contemporaneamente un forte elemento identitario e mobilitante, soprattutto negli ambienti giovanili e militanti. Il punto non è quindi che la nuova sinistra abbia abbandonato le battaglie culturali precedenti. Ha imparato a non presentarle necessariamente come il prodotto principale in vetrina.

La Svezia e il problema della scala

Anche il risultato svedese richiede proporzioni corrette. Vänsterpartiet è cresciuto dal 6,74 circa all’8,40%, passando a trenta seggi, sei in più rispetto alla precedente legislatura. Il blocco di centrosinistra ha ottenuto complessivamente 176 seggi contro i 173 della destra. È dunque una vittoria nazionale, ma di misura, e la crescita della sinistra radicale resta quella di una componente minoritaria di una coalizione molto più vasta. È interessante, però, osservare dove la polarizzazione raggiunga livelli estremi. Reuters ha rilevato che nella zona di Rinkeby, caratterizzata da una fortissima presenza di popolazione di origine immigrata, il centrosinistra ha raggiunto circa il 94% dei consensi. È un dato che mostra quanto possano diventare omogenei alcuni ecosistemi elettorali urbani. Cittadinanza, generazioni, provenienza, religione, reddito e integrazione producono comportamenti molto differenti. Ma quando determinate concentrazioni sociali e demografiche si sovrappongono alla struttura politica della grande città, possono contribuire a consolidare maggioranze già esistenti. Ed è proprio qui che compaiono dei seri dubbi sull’esportabilità di questo modello.

Il laboratorio metropolitano

A pensarci bene, New York e Berlino possiedono quasi tutte le condizioni ideali per questa nuova sinistra: moltissimi affittuari, prezzi immobiliari elevatissimi, popolazione giovane e mobile, università, settore dei servizi, elevata presenza di cittadini di origine straniera, forte densità associativa e una tradizione politica già orientata a sinistra. In un ambiente simile, la questione della casa è straordinariamente potente perché riesce a tenere insieme soggetti differenti. Lo studente e il lavoratore precario non devono condividere una teoria generale della società per concordare sul fatto che l’affitto assorba una quota crescente del reddito. Il giovane professionista progressista e l’immigrato naturalizzato possono avere culture politiche molto diverse e trovarsi comunque dalla stessa parte di un conflitto tra inquilino e grande proprietario immobiliare. Ma che cosa rimane della formula una volta usciti dalla metropoli?

Il proprietario di una casa in una piccola città, l’operaio di un distretto industriale, il pensionato di provincia o l’abitante di un territorio in declino demografico non vivono necessariamente la questione abitativa nello stesso modo. Possono essere colpiti più duramente dal prezzo dell’energia, dalla chiusura di un ospedale, dalla distanza dai servizi, dall’immigrazione o dalla perdita di posti di lavoro industriali. La stessa piattaforma capace di costruire una maggioranza a Kreuzberg può quindi perdere parte della propria forza a cinquanta o cento chilometri di distanza. Le elezioni tedesche del 20 settembre hanno fornito quasi contemporaneamente un’immagine speculare. Mentre Die Linke diventava primo partito a Berlino, in Meclemburgo-Pomerania Anteriore l’AfD raggiungeva il 38,3% e il primo posto, mentre la CDU precipitava al 4,9%. Nella stessa giornata elettorale emergevano così due radicalizzazioni differenti: una capitale che sposta a sinistra il proprio baricentro politico e un Land orientale molto meno metropolitano che si muove nella direzione opposta. È la rappresentazione di una frattura che attraversa ormai da decenni buona parte dell’Occidente: grandi città e territori periferici stanno diventando ambienti politici sempre più differenti.

Più città contro provincia che sinistra contro destra?

Qui si trova forse la questione più rilevante nascosta dietro l’entusiasmo per Eralp e Mamdani. Il nuovo radicalismo progressista può vincere molte battaglie urbane senza avere ancora dimostrato di possedere una strategia nazionale maggioritaria. Allo stesso modo, le destre radicali possono accumulare percentuali enormi nelle province, nelle aree postindustriali o nelle regioni periferiche senza riuscire necessariamente a penetrare nei centri delle grandi metropoli. Il rischio è allora quello di leggere come avanzata lineare ciò che potrebbe essere soprattutto polarizzazione geografica. La Linke non deve conquistare tutta la Germania per arrivare al 25% a Berlino. Le basta diventare il partito dominante del particolare universo sociale berlinese. Il punto non è tanto che la sinistra radicale abbia finalmente scoperto che parlare di affitti funziona meglio di discutere ossessivamente di linguaggio e rappresentazione. Ma che la città dice molto nella corsa interna alla sinistra e poco nella politica nazionale.

Più che la riconquista della società da parte della sinistra, stiamo assistendo alla progressiva formazione di due società elettorali che abitano lo stesso Stato e sempre meno lo stesso mondo politico. E in quel caso la grande novità degli anni Venti non sarà tanto il gran ritorno della sinistra, quanto la fine di uno spazio politico nazionale davvero comune.

Vincenzo Monti

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