Roma, 13 set – Un gesto può essere provocatorio senza essere politico. Può generare scandalo, reazioni, denunce, migliaia di commenti e perfino qualche imitazione senza spostare di un millimetro i rapporti di forza che pretende di contestare. Anzi, può ottenere l’effetto contrario: prendere una questione reale, magari enorme, e renderla improvvisamente grottesca perché da quel momento quella questione avrà il volto, la voce e i modi di chi l’ha ridotta a una gag.
È quanto dimostra quella piccola galassia di influencer che negli ultimi mesi ha fatto dell’immigrazione e dell’Islam il proprio terreno privilegiato di slopaganda. Il 4 settembre Simone Carabella si è presentato al parco del Piraghetto di Mestre durante la preghiera islamica del venerdì per replicare un siparietto già visto: panino in mano e cellulare acceso per cercare lo scontro. Pochi giorni dopo ci ha “pensato” Ferenc Venturelli, conosciuto sui social come Eterno, a rincarare la dose: a favore di ripresa video ha preso una copia del Corano, l’ha strappata e le ha dato fuoco. Perfino Roberto Vannacci, al cui Futuro Nazionale Venturelli risulta tesserato, ha preso le distanze spiegando che deridere religioni e culture altrui non appartiene alla linea del partito. Ma il punto non è scandalizzarsi. A quello ci pensa a vario titolo il mondo progressista che ha sempre bisogno di ridurre l’opposizione a fenomeno grottesco, e di cui quindi non ci si può fidare per sviluppare una critica vera. Bisogna invece chiedersi: a che cosa serva tutto questo?
La piaga degli influencer di destra
Sarebbe facilissimo rispondere a questi teatrini con la solita predica sulla militanza, contrapponendo il giovane cresciuto a pane e TikTok a un’età dell’oro fatta di sezioni, manifesti e assemblee. Sarebbe però sbagliato, perché la politica non è mai stata un albo professionale e non esiste una patente o una medaglia rilasciata a chi ha distribuito più volantini. Un giornalista, un videomaker, un influencer o una singola personalità pubblica possono incidere sull’immaginario e sul dibattito molto quanto organizzazioni formalmente strutturate. Insomma, la critica può partire soltanto – per assurdo – prendendo molto sul serio il ruolo dell’influencer e della nuova comunicazione digitale. La domanda più seria possibile quindi è: quale capacità politica produce un’azione? Ed è proprio qui che il modello Carabella-Eterno mostra tutta la propria inconsistenza. Al termine dell’azione resta quasi esclusivamente la sua rappresentazione. Non un’inchiesta sull’islamismo politico. Non una conoscenza maggiore delle comunità presenti sul territorio. Non una proposta sull’immigrazione, sulla cittadinanza, sull’assimilazione o sulla remigrazione. Non una rete, un’organizzazione, una vertenza, una conquista. Resta il filmato dell’influencer che ha fatto arrabbiare qualcuno.
Carl Schmitt, che pure viene spesso evocato da chi ama riempirsi la bocca con la parola «conflitto», spiegava qualcosa di molto meno banale. La distinzione fra amico e nemico non coincide con quella fra “buono” e “cattivo” e nemmeno con l’ostilità privata: riguarda il grado di intensità con cui una comunità riconosce un’opposizione capace di coinvolgerne concretamente l’esistenza. Il politico non consiste dunque nel litigare di più, ma nel riconoscere, organizzare e condurre un conflitto reale. Dare fuoco a un libro è certamente più appariscente e facile che studiare la penetrazione dell’islamismo nelle periferie europee, seguire i finanziamenti di associazioni e centri culturali, comprendere il rapporto tra immigrazione e mercato del lavoro o elaborare una politica praticabile. Ma proprio qui, in fondo, sta l’inganno alla base del successo social: la posa radicale che viene scambiata per reale radicalità politica.
Quando il problema scompare dietro il provocatore
Carabella aveva già mostrato il funzionamento del meccanismo a Villa Gordiani, presentandosi con un panino alla porchetta a un’iniziativa organizzata dal Mercato Arabo. Anche in quel caso esisteva un possibile tema politico, lo avevamo detto commentando il fatto: il rapporto fra associazionismo, comunità immigrate, identità religiosa e costruzione del consenso nelle periferie da parte della sinistra. Ma quel tema è stato rapidamente divorato dal personaggio e dalla scenetta. Ed è questo il danno principale prodotto da simili operazioni. Non rendono un problema più radicale, ma solo più facile da neutralizzare.
Chi ritiene che l’immigrazione di massa stia modificando profondamente le città italiane dovrebbe avere interesse a imporre il confronto su casa, scuola, sicurezza, salari, servizi, demografia, cittadinanza e sovranità territoriale. Chi considera problematica la crescita di forme comunitarie islamiche non assimilate dovrebbe costringere gli avversari a discutere di integrazione, diritto, reciprocità, finanziamenti esteri e compatibilità fra norme religiose e ordinamento civile. Se però tutto viene ridotto a un uomo che mangia un panino davanti a chi prega o a un altro che incendia un Corano, l’avversario riceve un regalo enorme: non deve più rispondere al fenomeno, gli basta screditare l’idiota. A quel punto una questione seria diventa sospetta per contagio, l’idiozia di uno diventa l’idiozia di tutti, nessuno può più parlarne senza che ci sia la reductio ad Carabella.
Il patriota col telefono e l’algoritmo punitivo
Qui una vecchia intuizione di Guy Debord conserva una precisione impressionante. Nella Società dello spettacolo lo spettacolo non è semplicemente una grande quantità di immagini: è un rapporto sociale che viene mediato dalle immagini. Nell’ambiente digitale questo meccanismo si è democratizzato e ciascuno può costruire se stesso come personaggio, trasformare la propria identità in un profilo e misurare continuamente il successo attraverso la reazione prodotta. Ma il passaggio decisivo avviene quando la telecamera smette di documentare l’azione e comincia a determinarla. Carabella e gli altri “influencer del degrado” non trovano casualmente una situazione politicamente significativa e decidono di raccontarla. La situazione deve essere preparata e resa abbastanza esplosiva perché il video funzioni. Insomma, il contenuto non viene dopo il fatto: è il fatto a essere progettato come contenuto.
È il trionfo perfetto dello spettacolo politico. E non cambia molto che il protagonista urli “basta woke” oppure “viva il woke”: il meccanismo rimane imperniato sull’economia dell’attenzione. Perché in fin dei conti l’algoritmo non ha problemi con il patriota arrabbiato, con l’uomo bianco indignato o con il Corano bruciato. Perchè non sono contenuti politici. L’algoritmo punisce la comunicazione politica che rende visibili preparazione, competenza, rapporti, risultati e durata. Quando cioè l’immagine rimanda a qualcosa che continuerebbe a esistere anche se nessuno la pubblicasse, anche se il social non esistesse.
Dal Corano al cappellino MAGA, manca il punto di vista
C’è però un secondo elemento che rende il fenomeno meno folcloristico di quanto sembri. Allargando l’inquadratura compare infatti una convergenza culturale sorprendente tra i vari Carabella e Venturelli con un mondo che basa la sua esistenza sulle cultural wars. Prendiamo per esempio Lorenzo Caccialupi. Rispetto a Carabella ed Eterno presenta un’immagine molto più ordinata: studente, comunicazione studiata, rapporti internazionali, bandiere e cristianesimo politico. Ma la genealogia dichiarata porta direttamente negli Stati Uniti. Durante un periodo di studio americano Caccialupi incontrò Charlie Kirk a un evento di Turning Point; da quell’incontro arrivò il celebre invito «Make Italy Great Again». Dopo l’uccisione di Kirk, Caccialupi ha rilanciato la propria attività social e fondato Raise the Flag, costruendo tutta la propria comunicazione attorno a immigrazione, Islam, anti-wokismo, bandiera italiana e immaginario trumpiano.
È qui che tre personaggi apparentemente molto diversi finiscono per parlare la stessa lingua: quella dei «neocon all’amatriciana», ovvero quella destra italiana che assorbe dall’America un intero pacchetto di guerre culturali e lo vernicia rapidamente di tricolore. Anti-woke, anti-Islam, valori genericamente “cristiani”, culto della provocazione, patriottismo continuamente esibito, centralità assoluta della libertà di espressione e soprattutto politica concepita come sequenza permanente di cultural wars. E così si crea un paradosso quasi perfetto: persino per immaginare una grande Italia bisogna tradurre slogan americani, perdendo l’occasione di sviluppare un vero “punto di vista italiano ed europeo”.
L’Islam come scorciatoia politica
L’anti-islamismo elementare funziona particolarmente bene dentro questo schema perché permette di eliminare tutte le distinzioni scomode che pure esistono: immigrazione diventa Islam; Islam diventa islamismo; Islamismo diventa criminalità. La questione demografica viene fusa con quella religiosa; l’integrazione con la sicurezza; la politica estera con la presenza di una moschea sotto casa. Alla fine resta una contrapposizione iconografica facilissima da comunicare: il crocifisso contro il Corano, il maiale contro l’halal, Mameli contro la preghiera. Ma una comunicazione politica seria dovrebbe fare precisamente il contrario. Dovrebbe riuscire a distinguere per poter colpire ciò che considera davvero problematico. Dovrebbe sapere quando si trova davanti a una questione religiosa, quando a una questione migratoria, quando a un problema di ordine pubblico e quando invece a una forma organizzata di islamismo politico. Senza queste distinzioni si ottiene soltanto un nemico totale talmente generico da non poter essere affrontato politicamente. Insomma, è proprio qui che l’imitazione americana mostra un limite ancora più profondo dell’imitazione stessa. Una parte della destra europea ha finito per combattere il progressismo importando dall’America il suo avversario speculare: stesso fanatismo, stessi riflessi, stessi temi. Il risultato è una “pappa politica” esclusivamente reattiva che sa perfettamente che cosa detesta, ma fatica assai di più a definire quale ordine voglia costruire al posto di ciò che contesta.
L’impotenza che si traveste da comunicazione
Ecco allora il punto. Carabella ed Eterno non sono criticabili perché «troppo estremi», ma perché sono troppo poco politici. La loro radicalità è quasi interamente scenografica perché richiede uno smartphone, un bersaglio disponibile e una reazione abbastanza forte da trasformare il gesto in contenuto. Dopodiché il ciclo può ricominciare altrove senza una soluzione di continuità, senza che sia stato reso un vero contributo ad una causa. Inutile ribadire che non c’è nulla di autenticamente sovversivo in questa dinamica. Possiamo anzi spingerci a dire che è perfettamente funzionale al sistema: identità come brand, indignazione come carburante, conflitto come engagement, persona come prodotto.
C’è quindi un compito autenticamente rivoluzionario e conflittuale da porsi. Non solo riaffermare il primato del politico sull’economia, sui consumi e sulla tecnica. Ma riaffermare il primato del politico sul contenuto, dello stile sulle pose, del comportamento sull’atteggiamento. Intendiamoci, una forza politica può e deve usare social, meme, video e provocazioni. Ma deve farlo perché possiede qualcosa da comunicare, non per nascondere il fatto che, dietro la comunicazione, non c’è quasi niente. L’unità di misura resta elementare: un’azione vale per le capacità che crea, per i rapporti che modifica e per ciò che lascia quando è finita. Se genera soltanto notorietà, ha prodotto un personaggio. Se genera soltanto indignazione, ha prodotto uno spettacolo. Se dopo il conflitto qualcosa esiste che prima non esisteva — conoscenza, organizzazione, comunità, potere — allora forse ha prodotto politica.
Per questo, più che chiedere a Carabella ed Eterno di essere più moderati, bisognerebbe porre loro una domanda molto più difficile. Tolto il musulmano da provocare, tolto il progressista da scandalizzare e spenta la telecamera, che cosa rimane della loro idea d’Italia?
Sergio Filacchioni