Home » CasaPound, Piantedosi e quella «volontà di regolarizzazione» riconosciuta dai giudici ma non dalla politica

CasaPound, Piantedosi e quella «volontà di regolarizzazione» riconosciuta dai giudici ma non dalla politica

by La Redazione
0 commento

Roma, 10 set – Siamo tornati di nuovo a quel periodo dell’anno in cui il problema di Roma sembra essere CasaPound. Cambiano i governi, cambiano i ministri, cambiano le emergenze che attraversano la Capitale, ma prima o poi torna puntuale l’annuncio sul palazzo di via Napoleone III. Ancora una volta a riaprire il dossier è stato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in un’intervista a La Stampa: l’immobile è inserito nel piano degli interventi della Prefettura e «sarà restituito alla proprietà». È bastato questo perché ripartisse immediatamente il conto alla rovescia mediatico sullo sgombero.

Peccato che, proprio nelle stesse ore, siano state depositate le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello relativa all’occupazione dello stabile. E il passaggio più interessante riguarda precisamente il comportamento degli occupanti e il significato attribuito dai giudici al pagamento effettuato.

La sentenza su CasaPound e la «volontà di regolarizzazione»

La Corte, infatti, valorizza il «comportamento resipiscente» degli imputati, che hanno provveduto al pagamento delle spese e della provvisionale in favore della parte civile. Ma soprattutto scrive che tale pagamento è «sintomatico del riconoscimento della antigiuridicità della condotta e della volontà di regolarizzazione», attraverso il versamento di una somma quantificata dal Tribunale «in relazione al canone di locazione sostanzialmente evaso negli anni». Ed è proprio questo il punto politico della vicenda giudiziaria. Mentre il Viminale torna a evocare frontalmente lo sgombero, la Corte d’Appello mette nero su bianco che il comportamento degli occupanti esprime una volontà di regolarizzazione. E allora la domanda diventa inevitabile: se esiste una volontà di regolarizzazione, se vi è stato un pagamento parametrato proprio al canone di locazione non corrisposto negli anni, perché l’unico linguaggio che la politica continua a conoscere è quello del pugno duro?

Lo sgombero come annuncio politico

CasaPound si trova in via Napoleone III da oltre vent’anni. Non siamo davanti a una situazione appena scoperta, né a un’emergenza esplosa ieri. Lo Stato conosce perfettamente da decenni la condizione dello stabile. Eppure il copione si ripete con una regolarità stagionale: dichiarazione del ministro, titoli sullo sgombero imminente, entusiasmo della sinistra e nuova trasformazione di via Napoleone III nel principale problema dell’ordine pubblico romano. Nel frattempo la Capitale continua a convivere con decine di immobili degradati, zone sottratte al controllo effettivo delle istituzioni e problemi sociali ben più vasti. Ma CasaPound conserva una carica simbolica senz’altro particolare. Via Napoleone III non viene trattata come una questione amministrativa da risolvere, come sempre più spesso accade con le occupazioni di sinistra: viene utilizzata come un bersaglio da riesumare periodicamente in vista delle elezioni.

Il contrasto è ancora più evidente se si guarda a quanto accaduto appena pochi giorni fa al Porto Fluviale: l’ex caserma occupata dal 2003 è stata trasformata, dopo un intervento pubblico da 13,2 milioni di euro, in un complesso di edilizia residenziale pubblica. Il 7 settembre sono state consegnate le chiavi di 48 dei 54 alloggi realizzati, mentre il Campidoglio ha celebrato l’operazione come un «modello» di rigenerazione e inclusione, arrivando a indicarlo come possibile riferimento anche per altre occupazioni come Spin Time. Da una parte, dunque, un’occupazione viene accompagnata verso la regolarizzazione con milioni di euro di fondi pubblici, conservandone persino la comunità originaria; dall’altra, quando si parla di CasaPound, la sola parola politicamente pronunciabile sembra essere “sgombero”. Proprio mentre la Corte d’Appello riconosce agli occupanti di via Napoleone III una «volontà di regolarizzazione», la politica torna a utilizzare quello stabile come promessa elettorale da tirare fuori al momento opportuno.

Regolarizzare CasaPound o continuare con la retorica?

A questo punto si aprono due strade. La prima è affrontare davvero una vicenda che dura da oltre vent’anni, verificando concretamente le possibilità di regolarizzazione. La seconda è continuare a utilizzare lo stabile come oggetto di una rappresentazione diabolica permanente, nella quale l’annuncio dello sgombero vale quasi più dello sgombero stesso. Finora è stata scelta soprattutto la seconda. Se davvero l’obiettivo fosse risolvere il problema, questo elemento dovrebbe almeno aprire una discussione.

Vincenzo Monti

You may also like

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati