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Roma, 13 set – Puntuale come le tasse e la morte (di quel residuo di sovranità che resta all’Italia), tornano a farsi sentire le sirene del Mes. Solito spartito, soliti corifei: dal Pd – con il governatore emiliano Stefano Bonaccini arrivato ieri a dichiarare: “Ai 5 Stelle dico, metto a rischio il governo se non mi permettono di accedere ai 36 miliardi del Mes” – a Italia Viva, passando per gli immancabili appelli di Più Europa e arrivando alla sedicente “opposizione” in quota Forza Italia. Non passa giorno che si legga un appello ad attivare il Meccanismo europeo di stabilità, presentato a reti unificate – non si tratta di un artificio retorico: è letteralmente così – come il proverbiale uovo di Colombo per il nostro sistema sanitario che nel corso della pandemia ha mostrato tutte le sue carenze nell’affrontare le fasi più acute dell’emergenza. Ma il Mes rappresenta davvero l’inaspettata ancora di salvezza? No, per almeno cinque motivi.

1/ L’Italia non ha perso l’accesso ai mercati

Il Mes nasce – e resta – uno strumento al quale attingere in caso di difficoltà nei meccanismi di finanziamento dello Stato che faccia richiesta di accesso alle misure di sostegno. La rappresentazione plastica di ciò si rintraccerebbe, fra le altre cose, nelle tensioni che dovessero rintracciarsi in sede di collocamento dei relativi titoli pubblici.

Una situazione in cui l’Italia non si trova. Tutt’altro. Nonostante un debito destinato a sforare quota 160% del Pil e un calo del prodotto che potrebbe persino toccare la doppia cifra, raramente si è assistito a così ampi e costanti successi delle aste dei nostri Bot e Btp. Per quanto riguarda i primi, ad esempio, è dalla seconda asta di giugno (generalmente ne vengono condotte due al mese) che i Buoni ordinari del tesoro a 12 mesi vengono emessi a tasso negativo. Altrettanto bene va ai titoli di più lunga durata: il tasso negativo lo troviamo fino alla scadenza dei due anni, mentre per i Btp a 5 anni si veleggia attorno allo 0,5% e per quelli a 10 anni siamo poco al di sopra del punto percentuale. Se proprio vogliamo estendere l’analisi, l’ultimo Btp ventennale emesso martedì scorso ha raccolto richieste per otto (dicasi: otto) volte l’offerta, strappando un rendimento lordo inferiore al 2%. Senza considerare, in ultimo, che il ministero dell’Economia ad agosto ha superato i 100 miliardi di disponibilità liquide depositate presso Banca d’Italia. Più di tre volte tanto il valore di marzo di quest’anno. Se è normale che una nazione con un alto debito pubblico conservi scorte di liquidità immediatamente utilizzabili, è però quantomeno curioso che ciò avvenga – e per tale magnitudo – in un periodo di conclamata crisi e soprattutto di fronte alle implicite garanzie offerte dalla Bce in termini di acquisto (sia pur sul mercato secondario) dei titoli emessi.

2/ Non esiste alcun risparmio

Fra le tante virtù taumaturgiche accostate al Mes, vi sarebbe quella di un presunto risparmio in termini di spesa per interessi. Secondo le prime simulazioni il prestito “pandemico” sarebbe a tasso a praticamente zero qualsiasi sia l’emissione a 7 o a 10 anni dei relativi titoli. Primo problema: è un tasso variabile, perché il Meccanismo emette continuamente titoli sul mercato, per poi “ribaltare” volta per volta il costo della raccolta sui debitori. Da qui il secondo problema: il confronto non può quindi essere fatto con i normali Titoli di Stato, che non vengono definiti “a reddito fisso” per caso.

Tanto più che il costo zero, attualmente, è anche su una parte non indifferente di questi utlimi, a prescindere dal rendimento offerto in sede di asta. Il motivo è presto detto: la Bce ne sta acquistando (e continuerà ad acquistarne per almeno un altro anno) a mani basse, per il tramite delle banche centrali nazionali. Banca d’Italia, nel nostro caso, il cui utile – nel quale rientrano anche gli interessi incassati dalla gestione di questi attivi che detiene in portafoglio – viene destinato per circa i 3/4 al ministero dell’Economia. Si può a buon diritto parlare di retrocessione al Mef degli interessi sui Titoli di Stato, che in qualche modo vengono così ad essere “sterilizzati”, almeno nei loro effetti sui saldi di finanza pubblica.

3/ Il Mes è un creditore privilegiato

C’è di più. Non solo il risparmio di fatto non esiste – e se esiste è limitatissimo – ma può addirittura trasformarsi in una perdita secca. Il Mes, infatti, è un creditore privilegiato, nel senso che in caso di fallimento viene soddisfatto prima degli altri.

Posto che nelle attuali condizioni – vale a dire con la Bce che, sia pur quasi per caso, sta facendo il mestiere di una banca centrale – il fallimento dell’Italia non è un’opzione sul tavolo, ciò comporta comunque effetti non indifferenti. Ad oggi tutti i debitori sono considerati sullo stesso livello, soggetti a parità di trattamento. In presenza di un creditore privilegiato, qualunque sia la sua quota, gli altri diventano automaticamente creditori subordinati, con il rischio che chiedano (e ottengano, come si è verificato in passato) interessi anche di poco superiori rispetto agli attuali corsi. Un aggravio sulla quasi totalità del debito pubblico rispetto ad un misero sconto su una sua pressoché infinitesimale parte: bastano elementari nozioni di aritmetica per capire che non c’è storia.

4/ Non è vero che il Mes è senza condizioni

In quanto strumento istituzionale dell’architettura dell’Unione Europea – e nello specifico dell’eurozona – il Mes poggia su tutta una serie di previsioni normative. A partire dal terzo comma dell’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, che recita: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità“. Non meglio va con il trattato istitutivo del Mes stesso, tutto un profluvio di “condizioni rigorose” e “protocolli d’intesa” la cui redazione è affidata “alla Commissione europea di concerto con la BCE e, laddove possibile, insieme all’FMI”. Quella che fino a pochi anni fa chiamavamo Troika.

Se trattati non sono tuttavia immediatamente applicabili, ulteriori specificazioni in termini “operativi” le troviamo nei regolamenti attuativi del Meccanismo. In dettaglio, nel regolamento Ue 472/2013, che spiega per filo e per segno a cosa sono soggette le nazioni che chiedano di attivare i sistemi di tutela finanziaria. E’ qui, all’articolo 7, che fanno capolino i programmi di “aggiustamento macroeconomico” (chiedere alla Grecia per un’opinione in merito), a loro volta basati “sulla valutazione della sostenibilità del debito pubblico” che, ricordiamo, per l’Italia veleggia ormai verso il 160% del Pil: ben lontano dagli obiettivi comunitari, quindi molto vicino ad un – irrazionale, ma altrettanto insindacabile – giudizio di insostenibilità, almeno secondo i cervellotici criteri di Bruxelles.

Fin qui lo stato dell’arte. Veniamo così al dato politico, per cui il Mes “sanitario” sarebbe senza condizioni. In virtù di cosa, vien da chiedersi? Della lettera firmata da Dombrovskis e Gentiloni con la quale rassicuravano che l’unico vincolo era legare le spese all’emergenza sanitaria? E da quando in qua una lettera di due commissari europei può derogare a trattati regolamenti comunitari mai emendati né riscritti?

5/ Il Mes lo chiedono quelli che hanno tagliato di tutto

Scriviamo un romanzo fantasy. Ammettiamo che il Mes sia senza condizioni e che convenga in termini di flussi di cassa degli interessi da corrispondere. Ipotizziamo quindi che il governo italiano ne faccia richiesta di attivazione. Per finanziare cosa?

Il term sheet, vale a dire il decalogo sull’utilizzo dei fondi, parla abbastanza chiaro: le spese ammissibili sono quelle “dirette e indirette relative alla cura e alla prevenzione relativamente alla crisi da Covid-19”. Possono così (forse) rientrarvi i tamponi nelle scuole proposti dalla Bellanova, ne fanno sicuramente parte anche quelle per “rifare tutti i pronto soccorso d’Italia”, come ha proposto Marattin sempre di Italia Viva. Suona tuttavia abbastanza ipocrita che ad avanzare queste proposte siano gli stessi che, negli anni scorsi, non hanno lavorato con il cesello ma con la mannaia per tagliare all’inverosimile soprattutto nel settore della sanità: sono quasi 40 i miliardi che mancano al nostro Servizio sanitario nazionale. Cifra – nota di colore – curiosamente simile al massimo che possiamo richiedere al Mes.

Filippo Burla

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