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Crisi dello spread: è stata la Bce a giocare sporco?

by Filippo Burla
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Roma, 5 giu – Solo un normale aggiustamento di mercato, con aumento del premio per il rischio chiesto dagli investitori nelle more della creazione del nuovo esecutivo giallo-verde e delle prospettive economiche italiane connesse al suo contratto di governo? Difficile a credersi, visto che gli andamenti dei corsi finanziari non sempre sono così rapidi e, se di panico si tratta, i segni emergono poco per volta. A questo giro, invece – così come accadde nel 2011, per inciso – lo spread si è impennato nell’arco di poche ore, un andamento assolutamente anomalo e probabilmente connesso a massicce vendite operate da uno sparuto manipolo di soggetti.
Tutto un complotto verso l’Italia ad opera di pochi ma ben armati speculatori? Forse sì, ma operazioni di questo tipo sono in teoria molto più difficili da porre in essere da quando la Bce, lanciando il programma di Quantitative Easing, ha di fatto messo una sua garanzia (sia pur implicita) almeno sulla quota-parte di titoli del debito sovrano che ha acquistato per tramite delle banche centrali nazionali. Per l’Italia, questa “garanzia” da parte di Francoforte riguarda circa 350 miliardi di euro di debito, il 14% del totale: non proprio un’inezia.
Leggi anche – Vi spieghiamo perché l’aumento dello spread è una bufala
Com’è dunque potuto succedere che nonostante la potenza di fuoco di Draghi sia stata possibile una speculazione al ribasso contro l’Italia? O meglio: cosa non ha funzionato nello “scudo” della Bce? Non ha funziona che l’Eurotower ha ad un certo punto – guarda il caso, proprio nel periodo in cui si andava delineando la prima ipotesi di governo Lega – Cinque Stelle – ha ridotto l’acquisto proprio di titoli del debito pubblico italiano: 400 milioni in meno a maggio, 3,6 miliardi acquistati in totale rispetto ai 4 miliardi del mese precedente. Motivazioni tecniche, spiegano dalla Bce, legate alla scadenza di titoli tedeschi i cui proventi andavano reinvestiti a favore di Berlino. Più acquisti dalla Germania (il 28% del totale), meno dall’Italia (il 15%): il risultato non cambia, anzi si aggrava visto che lo spread rappresenta proprio il differenziale fra i titoli delle due nazioni. E la tempistica con cui tutto ciò è avvenuto fa sorgere più di un sospetto.
Filippo Burla

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