Roma, 26 set – «C’è un pregiudizio che, in Italia, dura da decenni: chi sceglie un istituto tecnico o professionale fa una scelta di serie B rispetto a chi si iscrive al liceo». Giorgia Meloni ha accompagnato così la decisione del governo di trasformare gli istituti tecnici in “licei tecnologici” e i professionali in “licei professionali”, parlando di una «rivoluzione culturale» capace di riconoscere finalmente pari dignità ai diversi percorsi. Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre contiene effettivamente il cambio di denominazione e interviene anche sull’ordinamento dell’istruzione tecnica, mentre vengono stanziate ulteriori risorse per i campus della filiera tecnologico-professionale.
L’intenzione dichiarata parte da un problema reale. Nella società italiana esiste una gerarchia tra gli indirizzi scolastici e il liceo ha sempre occupato nell’immaginario educativo il vertice del prestigio simbolico. Eppure la soluzione proposta dal governo contiene già una contraddizione: se tecnico e professionale possiedono una dignità propria, perché per riconoscerla bisogna chiamarli licei? La stessa operazione con cui si pretende di abbattere il primato simbolico del liceo finisce per confermarlo, assumendone il nome come marchio di qualità da estendere agli altri percorsi. Il tecnico non viene rivalutato in quanto tecnico, il professionale non viene riscattato nella specificità della propria funzione: entrambi vengono promossi linguisticamente dentro la categoria che occupava già il gradino superiore. Una gerarchia denunciata a parole viene così incorporata nella soluzione.
Nella scuola il pregiudizio viene dopo la divisione sociale
Il limite più profondo del ragionamento non è però linguistico. È l’idea che la distinzione tra scuole di serie A e di serie B nasca principalmente da un pregiudizio culturale. Quel pregiudizio naturalmente esiste, ma arriva alla fine di un processo molto più concreto. La scuola superiore italiana è attraversata da una forte stratificazione sociale: provenienza familiare, titolo di studio dei genitori e condizioni economiche continuano a orientare in maniera pesante il percorso formativo dei figli. Il Rapporto annuale Istat 2026 lo dice con particolare chiarezza. Il titolo di studio dei genitori è il fattore che discrimina maggiormente la scelta della scuola secondaria superiore e la propensione a scegliere il liceo, a parità di altre condizioni socio-demografiche, è quasi otto volte superiore quando almeno un genitore è laureato rispetto alle famiglie nelle quali il livello massimo di istruzione è la scuola secondaria inferiore. La stessa origine familiare continua poi a pesare sul conseguimento della laurea: tra i giovani con genitori che non hanno raggiunto il diploma appena il 12,8% ottiene un titolo terziario, mentre con almeno un genitore laureato la quota arriva al 64,7%.
Anche l’indirizzo frequentato fotografa questa separazione. Tra i 25-34enni diplomati al liceo il 65,8% ha conseguito almeno una laurea di primo livello; tra i diplomati tecnici la percentuale scende al 23,9% e tra quelli professionali all’11,5%. Il punto, allora, non è che uno studente del professionale “valga meno” di uno studente del classico e abbia bisogno che il presidente del Consiglio lo rassicuri del contrario. Il punto è che quei due studenti arrivano troppo spesso davanti a porte diverse sulla base della famiglia da cui provengono e, una volta entrati, percorrono strade che conducono con frequenze enormemente differenti verso l’istruzione superiore. La gerarchia simbolica tra liceo, tecnico e professionale è quindi anche e soprattutto il riflesso di una gerarchia sociale già operante. Il problema non sta nella parola “istituto”. Sta nella capacità della scuola di rompere il legame tra punto di partenza e punto di arrivo.
L’ascensore sociale si ferma a quattordici anni
È su questo terreno che la questione del merito acquista un significato politico molto più serio. Nel 2022, commentando proprio la nascita del Ministero dell’Istruzione e del Merito, Mario Bozzi Sentieri richiamava su Barbadillo una considerazione di Luca Ricolfi: in una società capace di valorizzarlo, il talento costituisce per i ceti meno favoriti uno strumento con cui compensare almeno in parte il vantaggio di chi dispone già di reddito, ricchezza e relazioni. Quando questo meccanismo si inceppa, la mobilità si riduce e le posizioni sociali tendono a sedimentarsi e trasmettersi. È esattamente la questione che dovrebbe stare al centro di una scuola “del merito”. Non rendere nominalmente simili percorsi diversi, ma impedire che l’origine familiare anticipi il destino scolastico e sociale. L’Ocse, nel suo rapporto sull’Italia del 2026, individua nella scelta precoce dell’indirizzo uno dei nodi del sistema italiano: a quattordici anni gli studenti vengono separati tra percorsi generali, tecnici e professionali proprio mentre il livello educativo e socioeconomico dei genitori rimane un forte predittore della loro scelta. Per l’Ocse questa selezione precoce accentua le differenze sociali; tra le misure indicate compare il rinvio della scelta a quindici o sedici anni.
È qui che la formula meloniana delle “scuole tutte uguali” entra in collisione frontale con la struttura materiale del sistema. L’Italia seleziona molto presto e seleziona dentro una società in cui il capitale culturale familiare pesa enormemente. Un ragazzo non arriva davanti al classico, al tecnico o al professionale come individuo astratto, libero da condizionamenti. Ci arriva con alle spalle aspettative familiari, possibilità economiche, modelli professionali, capacità di orientamento e livelli di istruzione profondamente diversi. Se la scuola si limita a raccogliere questa differenza e a organizzarla in percorsi distinti, l’ascensore sociale non riparte: certifica il piano dal quale ciascuno è salito.
Il 4+2 prende quella divisione e la trasforma in una filiera
È precisamente su questa scuola già stratificata che si innesta il 4+2. La legge 121 del 2024 istituisce una filiera formativa tecnologico-professionale composta dai percorsi quadriennali della scuola secondaria, dagli ITS Academy, dall’istruzione e formazione professionale e dagli IFTS. La finalità indicata dalla legge è rispondere insieme alle esigenze educative e professionali dei giovani e alle «esigenze del settore produttivo nazionale». Istat ricostruisce la stessa trasformazione osservando che la perdita di iscritti di tecnici e professionali ha spinto il ministero verso maggiori investimenti, un’interazione più intensa con il mondo delle imprese e soprattutto verso l’introduzione del 4+2. Per il 2026/27 risultano attivati 532 nuovi percorsi quadriennali in circa 400 istituti tecnici e professionali. Il quadro diventa allora molto semplice. Da una parte resta il percorso liceale quinquennale e prevalentemente generalista, frequentato in misura molto maggiore dai figli delle famiglie più istruite e fortemente orientato verso l’università. Dall’altra si struttura una filiera quadriennale tecnico-professionale collegata direttamente con ITS, formazione professionale e sistema produttivo, proprio negli indirizzi dove sono maggiormente presenti studenti provenienti da famiglie con minore capitale culturale. Formalmente il diploma quadriennale permette anche l’accesso all’università; socialmente, però, la divisione dei percorsi viene anticipata e organizzata lungo linee che esistevano già prima della riforma.
Qui sta il carattere “classista” della questione, intendendo per classismo scolastico non un complotto padronale per “mandare i poveri a lavorare”, ma un sistema che tende a riprodurre attraverso la formazione le differenze sociali da cui gli studenti provengono. Il 4+2 non crea questa struttura ma la raccoglie e le assegna una forma istituzionale più definita. Il figlio della famiglia culturalmente forte continua più frequentemente lungo il quinquennio generalista; quello proveniente da un ambiente meno istruito incontra più spesso il percorso che riduce di un anno la permanenza nella scuola secondaria e intensifica il collegamento con il sistema produttivo. Gli ITS, peraltro, offrono sbocchi occupazionali concreti: il monitoraggio Indire 2026 registra circa l’80% di occupati entro un anno dal diploma, e nel 92,8% dei casi il lavoro è coerente con il percorso svolto. Proprio questi risultati mostrano quale sia il vero punto. La formazione tecnica non è inferiore perché conduce al lavoro; diventa socialmente problematica quando l’accesso precoce a percorsi differenti continua a sovrapporsi alla provenienza familiare. Il lavoro può essere una scelta e un’opportunità. Diventa invece riproduzione sociale quando il sistema scolastico finisce per orientare verso quella scelta soprattutto chi vi arrivava già più probabilmente per nascita.
Il governo, nell’ultimo decreto, ha corretto almeno in parte uno degli elementi più controversi della precedente riorganizzazione degli istituti tecnici: nel primo biennio vengono recuperate le materie di base e scompaiono le 132 ore di curriculum flessibile, mentre negli anni successivi viene ridotto lo spazio che era stato previsto per gli insegnamenti costruiti sulle esigenze produttive territoriali. È una correzione sostanziale rispetto all’impianto precedente, ma lascia intatta la filiera 4+2 e il nodo della separazione precoce.
La scuola di serie B è quella da cui non si sale
Su queste colonne il problema della riforma Valditara era stato posto già nel gennaio 2024, individuando nella riduzione a quattro anni e nel raccordo diretto con imprese e formazione terziaria professionalizzante il ritorno di una scuola più orientata all’avviamento al lavoro. La critica è tornata nel 2026, quando la discussione pubblica ha finalmente cominciato a concentrarsi sulla possibilità di costruire una scuola «a due velocità», con una filiera tecnico-professionale sempre più legata alla domanda immediata del sistema produttivo. Oggi la nuova denominazione scelta dal governo rende quella contraddizione ancora più visibile: mentre si accentuano le differenze funzionali tra le strade formative, le si copre con la stessa parola.
Meloni insomma, individua un fenomeno reale ma lo colloca nel posto sbagliato e nella polemica sbagliata che naturalmente ne seguirà. La divisione tra serie A e serie B non nasce dal fatto che sulla facciata di una scuola sia scritto “liceo” e su quella accanto “istituto tecnico”. Non nasce in un virtuale “complesso d’inferiorità” degli studenti tecnici-professionali verso i liceali. Nasce quando la scuola smette di essere un luogo capace di correggere le disuguaglianze di partenza e comincia a confermarle e riprodurle; quando il livello d’istruzione dei genitori continua a determinare pesantemente l’indirizzo dei figli; quando a quattordici anni quella differenza sociale viene trasformata in una biforcazione esistenziale-educativa e quando proprio uno dei due rami viene abbreviato e raccordato più direttamente al mercato del lavoro. Chiamare tutti “licei” è una misura cosmetica, un mediocre spot elettorale che segue quello sul tetto degli stranieri nelle classi. La vera scuola di serie B non è quella che porta un nome meno prestigioso sulla porta, ma quella nella quale l’ascensore sociale sale molto più difficilmente.
Sergio Filacchioni