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Tetto agli stranieri a scuola: il problema che Meloni ammette senza volerlo affrontare

by Sergio Filacchioni
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Roma, 21 set – Basta proporre un limite alla concentrazione degli studenti stranieri nelle classi perché dal centrosinistra tornino immediatamente le parole definitive. Elly Schlein accusa Giorgia Meloni di rincorrere la «remigrazione» di Roberto Vannacci; Riccardo Magi riesuma addirittura la «purezza della razza». Eppure il provvedimento annunciato dal presidente del Consiglio a Fenix dice, almeno per ora, qualcosa di molto più semplice: un numero massimo di studenti stranieri per classe, l’obbligo di imparare l’italiano per i genitori di alunni con gravi problemi di inserimento e un divieto relativo al velo a scuola.

La reazione è significativa soprattutto per ciò che rifiuta di discutere. Nessuna «purezza» è necessaria per riconoscere che la capacità di una scuola di integrare studenti provenienti da contesti linguistici e culturali differenti non sia infinita. Lo riconosce persino Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, quando definisce il problema «fondato e condivisibile» dal punto di vista didattico, salvo poi evidenziare la difficoltà concreta di applicare un tetto nei territori dove la concentrazione degli stranieri è già molto elevata. Ed è proprio quest’ultima obiezione, più delle invettive sulla razza, a mostrare il limite dell’annuncio governativo.

Il 30 per cento c’era già prima della Meloni

Il principio, infatti, non nasce con Giorgia Meloni. La circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010 stabiliva già che gli alunni con cittadinanza non italiana non dovessero superare «di norma» il 30 per cento degli iscritti in una classe. La soglia poteva essere innalzata in presenza di studenti stranieri con adeguate competenze linguistiche e abbassata quando la conoscenza dell’italiano risultava insufficiente. Sedici anni dopo siamo dunque ancora qui. La vera novità sarebbe rendere legislativamente cogente una regola rimasta in larga parte sulla carta. Ma proprio la sua mancata applicazione, ma soprattutto la composizione demografica che dal 2010 ad oggi è drasticamente cambiata, dovrebbe suggerire una domanda meno celebrativa di quella proposta dal governo. Giannelli la formula brutalmente: nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie prevale il criterio della prossimità; se in un quartiere la presenza delle famiglie straniere è maggioritaria, «che facciamo, li mandiamo via?». E aggiunge che esiste anche «un problema urbanistico». Esattamente.

Una classe ad altissima presenza straniera non nasce per partenogenesi dentro un edificio scolastico. È generalmente il riflesso di un quartiere, e quel quartiere a sua volta riflette una trasformazione demografica. Si può spostare qualche alunno nella scuola accanto, poi qualche altro in quella successiva. Ma se la concentrazione riguarda intere zone urbane, la redistribuzione incontra presto il proprio limite matematico. Il tetto scolastico interviene dunque a valle, là dove diventano visibili gli effetti di processi che sono avvenuti a monte.

L’integrazione ha bisogno di una maggioranza capace di integrare

È anche per questo che la parola «integrazione» meriterebbe finalmente di essere sottratta alla retorica. Secondo PISA 2022, in Italia gli studenti con background migratorio rappresentavano l’11 per cento dei quindicenni; il 59 per cento dichiarava di parlare prevalentemente a casa una lingua differente da quella utilizzata nel test. I divari medi con gli studenti senza background migratorio erano di 30 punti in matematica e 31 nella lettura, anche se diventavano statisticamente non significativi correggendo per lo svantaggio socioeconomico, molto più frequente fra gli studenti immigrati. Il dato dimostra qualcosa di più concreto degli slogan: l’integrazione dipende dalla lingua, dall’ambiente familiare, dalla condizione sociale, dall’età di arrivo e dal contesto scolastico. Lo stesso Ocse osserva che una scarsa padronanza della lingua utilizzata a scuola può ostacolare l’integrazione, in particolare per chi arriva dopo aver svolto parte del proprio percorso educativo in un altro sistema.

Soprattutto, l’integrazione richiede un rapporto numerico che permetta alla cultura d’arrivo di esercitare realmente una forza assimilatrice. Un ragazzo straniero inserito in una classe prevalentemente italiana incontra spontaneamente una lingua comune, codici sociali, riferimenti e abitudini che non dipendono da un corso ministeriale. Quando invece quella proporzione si rovescia, la scuola rischia di chiedere alla burocrazia di produrre artificialmente ciò che il contesto sociale non produce più. Questa è la questione che scompare nell’incapacità della sinistra di formulare un pensiero critico senza scomodare le categorie novecentesche: c’entrano numeri, lingua, socializzazione, territorio e continuità culturale.

Chiamarla remigrazione non la rende tale

L’altro cortocircuito è quello di Schlein. Se tutto diventa «remigrazione», allora remigrazione finisce per non significare più nulla. Inutile dire che il provvedimento annunciato dalla Meloni non rimpatria nessuno, non interviene sui flussi migratori, non modifica i criteri di soggiorno e non riduce direttamente la popolazione straniera già residente. Redistribuisce studenti tra classi e istituti e tenta di rafforzarne l’inserimento linguistico. È quindi, per definizione, una politica di gestione dell’immigrazione esistente, non di inversione dei processi migratori. Qui emerge però anche la distanza tra il racconto governativo e la portata effettiva dell’intervento. Se si parte dalla tesi secondo cui alcune concentrazioni migratorie hanno superato la capacità di assimilazione di determinati territori, dividere gli stessi studenti fra tre scuole anziché due non modifica la premessa demografica che ha prodotto il problema.

Da questo punto di vista la difficoltà denunciata dai presidi è quasi più radicale della misura proposta dal governo. Dire che in alcune zone non esistono materialmente abbastanza scuole nelle quali distribuire gli studenti significa riconoscere che il problema non è più soltanto scolastico. Il governo prende atto dell’esistenza di una soglia oltre la quale l’integrazione diventa problematica, ma prova ancora a governarla come una questione di amministrazione: percentuali, ripartizioni, corsi di lingua. La sinistra, invece, reagisce come se ammettere l’esistenza stessa di quella soglia fosse moralmente inammissibile. Sono due modi diversi di evitare il problema politico posto dalla trasformazione di interi territori.

E poi c’è il velo. Ma che cosa c’è sotto?

Solo a questo punto acquista senso discutere del simbolo religioso che s’intende rimuovere, facendo bene attenzione a non compiere un’equazione troppo facile, ovvero immigrato=mussulmano. Le fonti non sono state inizialmente concordi sulla formulazione dell’annuncio: Reuters ha riferito di burqa e niqab, mentre un primo lancio ANSA riportava anche l’hijab. Il testo del provvedimento dovrà quindi chiarire se si stia parlando esclusivamente della copertura del volto oppure del velo islamico in senso più ampio. Ed è una differenza enorme: sul volto coperto esistono evidenti questioni di riconoscibilità e relazione personale, sul simbolo religioso la faccenda diventa assai più profonda. Perché in nome di quale cultura chiediamo a qualcuno di abbandonare la propria? E no, non basta rispondere tirando fuori dal cilindro Oriana Fallaci ed evocare quella vaga «identità occidentale» che ha completamente depauperato il nostro immaginario.

Il paradosso contemporaneo è che per decenni abbiamo problematizzato ogni appartenenza carnale e collettiva europea — nazione, tradizione, canone, memoria — salvo poi tornare a cercarla quando dovremmo indicare allo straniero qualcosa a cui conformarsi. Nel frattempo la scuola stessa ha assunto sempre più il lessico dell’organizzazione economica. Già il regolamento sull’autonomia del 1999 parlava di «efficienza», «efficacia», «ottimizzazione delle risorse», «offerta formativa» e perfino di «produttività scolastica». La legge del 2024 sulla filiera tecnologico-professionale collega espressamente la formazione anche alle «esigenze del settore produttivo nazionale» e agli obiettivi di Industria 4.0. Le stesse esigenze che puntualmente ci vengono sbattute in faccia – anche dal centrodestra – per giustificare sempre nuovi ingressi, decreti flussi e la famigerata manodopera. Insomma, non si può ridurre progressivamente la scuola a macchina di produzione delle competenze e, contemporaneamente, chiederle di trasmettere una civiltà viva.

Tutti più simili, tutti più poveri

E allora la domanda diventa inevitabile: tolto il velo, che cosa resta? Se allo studente musulmano chiediamo di ridurre la visibilità della propria appartenenza mentre allo studente italiano consegniamo un’identità sempre più diluita, opzionale e subordinata alla formazione del futuro lavoratore, abbiamo risolto ben poco. Abbiamo soltanto reso tutti più simili dentro uno spazio culturalmente più povero. Una cultura capace di assimilare non è quella che riesce semplicemente a cancellare i segni dell’altro. È quella che possiede ancora qualcosa da trasmettere: lingua, storia, letteratura, memoria, forme, simboli, una determinata idea dell’uomo e del suo posto nella comunità.

È qui che il dibattito aperto da Meloni tocca, forse involontariamente, il punto essenziale. Prima ancora di chiedersi quanti stranieri possa integrare una scuola italiana, bisognerebbe chiedersi quanto di italiano quella scuola sia ancora capace di trasmettere e creare. Il tetto può distribuire gli studenti; il divieto può eliminare un simbolo troppo forte; nessuno dei due, da solo, riempie il vuoto.

Sergio Filacchioni

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