Roma, 22 set – Antonio Tajani accusa Alternative für Deutschland di voler favorire la secessione dell’Alto Adige. AfD smentisce: «Riprenderci il Südtirol? È una stupidaggine», ha risposto l’eurodeputato Marc Jongen, ricordando peraltro che storicamente il territorio apparteneva all’Austria e non alla Germania. Domani, intanto, al Bundestag si terrà davvero un convegno organizzato dal gruppo parlamentare di AfD sull’ottantesimo anniversario dell’Accordo di Parigi, con la partecipazione di Otto Mahlknecht, vicepresidente dei Freiheitlichen sudtirolesi.
Limitarsi quindi all’allarme di Tajani significa probabilmente guardare dalla parte meno interessante. Non ci sono, allo stato delle cose, carri armati tedeschi diretti al Brennero. Esiste però un separatismo sudtirolese organizzato, culturalmente attivo e capace di intrecciare rapporti oltreconfine. Ed esiste soprattutto una concezione dell’identità che merita di essere presa sul serio proprio da chi, come noi, considera la nazione qualcosa di più di una circoscrizione amministrativa.
Il separatismo e l’antifascismo permanente
La Süd-Tiroler Freiheit non ha mai nascosto i propri obiettivi. Nel suo programma figurano l’indipendenza dall’Italia, la concessione della cittadinanza austriaca ai sudtirolesi, la difesa della lingua e della cultura tedesca e ladina e l’eliminazione dei nomi geografici definiti «fascisti». La formula utilizzata è altrettanto esplicita: la migliore protezione «dall’Italia» sarebbe non appartenere all’Italia. Qui l’antifascismo non funziona soltanto come giudizio storico sul Ventennio. Diventa uno degli strumenti attraverso i quali viene costruita una genealogia dell’estraneità italiana. «Alto Adige» viene definito una denominazione fascista; i toponimi italiani diventano «pseudoitaliani» o «tolomeiani»; monumenti e segni della presenza nazionale vengono letti attraverso la stessa griglia. È una linea portata avanti dalla Süd-Tiroler Freiheit da anni e ancora presente nella sua comunicazione più recente. Il meccanismo politico è abbastanza evidente: se l’italianità dell’Alto Adige può essere fatta coincidere interamente con il fascismo, allora delegittimare il secondo significa progressivamente delegittimare la prima. È precisamente questa equivalenza che una lettura nazionale italiana dovrebbe contestare senza disconoscere per riflesso l’esperienza fascista.
L’Italia non comincia nel 1922
L’Alto Adige, infatti, non compare nella storia nazionale italiana con la marcia su Roma. L’irredentismo nasce politicamente dopo il 1866 come prosecuzione del processo risorgimentale e la stessa Treccani ricorda Trentino, Alto Adige e Venezia Giulia tra i territori che una parte consistente della nostra cultura risorgimentale considerava appartenenti allo spazio nazionale ancora da completare. All’interno dello stesso irredentismo vi furono posizioni differenti sul confine di Salorno e su quello del Brennero: è storia, non un problema da nascondere. Ma è soprattutto il tentativo di isolare il caso altoatesino dal più generale processo di costruzione delle nazioni europee che produce una storia falsa e parziale.
Gli Stati nazionali moderni non sono nati trovando popolazioni perfettamente omogenee che parlavano già la stessa lingua, possedevano la stessa memoria e si riconoscevano spontaneamente nella stessa capitale. Le nazioni – nessuna esclusa – sono anche e soprattutto il prodotto di processi di integrazione politica e culturale: obbligo scolastico, amministrazione centralizzata, obbligo di leva nell’esercito, infrastrutture, lingua comune, alfabetizzazione di massa, simboli e rituali. L’omogeneizzazione nazionale non è dunque un’invenzione fascista comparsa improvvisamente sulle montagne altoatesine. È uno dei processi fondamentali attraverso cui si è costituita l’Europa politica moderna. Trasformare retroattivamente ogni processo di nazionalizzazione in una ragione sufficiente per rimettere in discussione i confini contemporanei significa aprire una questione che non riguarda più soltanto l’Italia.
Quando un’identità diventa politica
Il giurista tedesco Carl Schmitt, nel suo Concetto del politico, affermava che l’amico e il nemico non sono categorie attraverso le quali auspicare continuamente il conflitto. Sono il criterio attraverso cui si individua l’intensità specificamente politica di una contrapposizione. Una differenza religiosa, economica, culturale o linguistica diventa politica quando è abbastanza forte da aggregare realmente gli uomini secondo un «noi» e un «loro». La guerra ne rappresenta la possibilità estrema, non l’esito obbligatorio. Da questo punto di vista uno slogan come «Süd-Tirol ist nicht Italien» è interessante proprio perché supera la semplice rivendicazione linguistica e toponomastica per affermare che esiste un «noi» sudtirolese definito attraverso la negazione di un’appartenenza italiana.
Finché questa distinzione vive nei partiti, nelle conferenze, nei libri, negli anniversari e nelle battaglie toponomastiche, il conflitto rimane politico e culturale. Ma proprio per questo sarebbe ingenuo considerarlo irrilevante: non è meno conflittuale e politico di un terrorismo separatista organizzato. Le identità politiche si costruiscono molto prima di arrivare alle istituzioni e alle guerre: attraverso memoria, formazione, simboli, lessico, élites, rappresentazione di sé. Il separatismo sudtirolese questo lavoro lo fa da decenni, con la connivenza di chi in Italia ha sempre lavorato contro l’unità, l’indipendenza e la potenza della Nazione.
Il problema europeo dei piccoli separatismi
C’è infine una questione più grande dell’Alto Adige che sarebbe stupido ignorare. L’Europa contiene centinaia di identità territoriali, linguistiche e storiche. Se il principio diventa che ogni identità abbastanza distinta debba necessariamente tradursi in sovranità, il processo di frammentazione non possiede un punto finale evidente ma estendibile all’infinito. Figuriamoci in Italia, patria indiscussa del campanilismo. Ma la stessa logica può essere applicata alla Catalogna, alla Scozia, alle Fiandre, alla Corsica, ai Paesi Baschi e potenzialmente a livelli territoriali sempre più piccoli. Ogni nuovo confine può contenere a propria volta una minoranza che rivendica il diritto a stabilirne un altro.
Da una prospettiva nazionale, il paradosso sta proprio qui: la valorizzazione delle identità particolari può finire per produrre non un’Italia e un’Europa più forti, ma una moltiplicazione indefinita delle sovranità e delle contrapposizioni territoriali. Eppure sul Novecento europeo sono già passate queste tempeste, così come problemi che oggi tornano “nuovi” erano già stati superati dalla riflessione interna allo stesso nazionalismo: da Enrico Corradini a Berto Ricci e Carl Schmitt, la via per superare il particolarismo identitario senza rinnegare le energie nazionali era già stato indicata nella costruzione di un grande spazio europeo.
Due Stati, tre territori, nessun nuovo confine
È forse questa l’idea europea più interessante emersa dal secolo della nazionalizzazione delle masse: non negare le identità storiche, ma impedire che ogni differenza abbia bisogno di trasformarsi in una nuova frontiera. Il Tirolo storico può esistere culturalmente senza che debba rinascere politicamente sulle macerie dei confini italiani e austriaci. Un sudtirolese germanofono può conservare lingua, memoria e rapporti con Innsbruck senza che tutto questo implichi necessariamente la negazione dell’Italia. Allo stesso modo, riconoscere l’esistenza di queste appartenenze non obbliga lo Stato nazionale a trasformarsi in una semplice struttura provvisoria destinata prima o poi a dissolversi.
La polemica intorno ad AfD serve almeno a ricordarlo. Il vero tema non è immaginare improbabili rivendicazioni territoriali tedesche che gli stessi esponenti di AfD negano ma osservare ciò che accade quando un’identità territoriale continua a costruire politicamente il proprio «noi» attraverso un «loro» identificato con l’Italia. Su questo terreno il separatismo non si affronta con il panico diplomatico e nemmeno fingendo che una questione identitaria sia soltanto amministrativa. Si studiano le sue idee, le sue reti, la sua produzione culturale e il modo in cui racconta la storia per contrapporre altre idee, altre reti, altra produzione culturale e un modo diverso di raccontare la storia. Sul secondo passaggio, oggi, ci troviamo in posizione particolarmente arretrata, grazie soprattutto a una sinistra che ha dichiarato guerra a tutta la storia italiana pre-1943.
L’Italia come base, l’Europa come orizzonte
In fondo la questione posta dal separatismo del Südtirol riguarda tutta l’Europa: stabilire se il suo futuro consista nel trasformare ogni differenza in una nuova sovranità oppure nel costruire uno spazio nel quale identità forti possano coesistere dentro una nuova dimensione più forte, non più debole. È dentro questa seconda ipotesi che si colloca la migliore tradizione nazionalista italiana: l’Italia come realtà etnico-culturale e progetto politico, l’Europa come orizzonte di civiltà e potenza.
Sergio Filacchioni