Roma, 14 set – Qualche settimana fa, su queste pagine, avevamo provato a rovesciare uno dei dogmi più resistenti del dibattito economico italiano: l’idea secondo cui il calo della popolazione attiva renda inevitabile una continua importazione di manodopera. La tesi era semplice. Quando il lavoro diventa scarso, un’economia può reagire in due modi: importare nuove braccia per conservare il proprio modello produttivo oppure investire in capitale, organizzazione, automazione e tecnologia per trasformarlo. L’Italia ha scelto prevalentemente la prima strada.
Oggi l’esplosione dell’intelligenza artificiale rende quella domanda ancora più urgente. E rende curioso che proprio Giorgia Meloni, mentre il suo governo continua a programmare centinaia di migliaia di ingressi perché alle imprese «manca manodopera», descriva contemporaneamente l’IA come una tecnologia capace di «spazzare via decine di milioni di posti di lavoro». Le due preoccupazioni possono ovviamente convivere. Ma non senza produrre una domanda politica piuttosto evidente: se davvero una tecnologia sta per consentirci di produrre la stessa quantità di valore utilizzando meno lavoro umano, perché un Paese che sostiene di essere disperatamente a corto di lavoratori dovrebbe considerarlo innanzitutto un problema?
L’Italia ha paura della soluzione al suo problema
Partiamo da una considerazione lapalissiana: l’Italia non è gli Stati Uniti. Non abbiamo un mercato del lavoro dominato dall’angoscia per un esercito di programmatori sostituiti domani mattina da un nuovo modello. Abbiamo innanzitutto un’economia che da decenni soffre di produttività debole, salari stagnanti, imprese troppo piccole, invecchiamento della popolazione e difficoltà strutturale nel trasformare innovazione in crescita. L’Ocse continua a indicare proprio la debole produttività tra i principali problemi italiani. Nel primo trimestre del 2026 il tasso di occupazione ha raggiunto un record, ma resta al 62,8%, oltre nove punti sotto la media Ocse; nello stesso tempo persistono carenze di personale in diversi settori e i salari reali rimangono ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. La soluzione, come abbiamo ripetuto spesso, non può essere semplicemente aggiungere lavoratori all’infinito.
L’intelligenza artificiale offre esattamente ciò che manca all’economia italiana: uno strumento capace di aumentare la quantità di valore prodotta da ogni singolo lavoratore. Automatizzare attività amministrative, elaborare documenti, tradurre, programmare, progettare, analizzare dati, assistere la ricerca, gestire clienti, logistica e contabilità significa permettere anche a un’impresa di dieci persone di svolgere funzioni che fino a ieri richiedevano strutture molto più grandi. Per un Paese composto prevalentemente da piccole e medie imprese questo non è un dettaglio ma probabilmente una delle maggiori opportunità tecnologiche degli ultimi decenni.
Il vero rischio italiano è usare troppo poca IA
I numeri suggeriscono infatti che il problema italiano sia esattamente opposto a quello rappresentato dal nuovo catastrofismo. Nel 2025 soltanto il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti utilizzava tecnologie di intelligenza artificiale, contro circa il 20% della media europea. La quota è raddoppiata in un anno, ma dietro il dato generale si nasconde un divario enorme: utilizza l’IA il 53,1% delle grandi imprese e appena il 15,7% delle Pmi. E l’83,6% delle imprese italiane ancora non ne utilizza affatto. Ancora più significativo è ciò che le aziende indicano come ostacolo. Tra quelle che hanno considerato l’adozione dell’IA senza poi procedere, il 58,6% denuncia mancanza di competenze, il 47,3% incertezza legislativa e il 43% costi troppo elevati.
In un quadro del genere, aggiungere nuovi livelli di compliance, certificazioni e autorizzazioni preventive significa rischiare di colpire precisamente chi dovrebbe recuperare terreno. Google può mantenere cento avvocati occupati nell’interpretazione di un regolamento. Una piccola impresa italiana no. Ecco perché la domanda sull’IA dovrebbe essere ribaltata: per l’Italia il pericolo maggiore non è che questa tecnologia corra troppo, ma che ancora una volta corra altrove mentre noi scriviamo le regole che rispetteremo solo noi.
Dal diktat delle braccia alla possibilità delle macchine
Qui il discorso sull’intelligenza artificiale incontra direttamente quello sull’immigrazione. Nel precedente articolo avevamo richiamato il lavoro di Daron Acemoglu, David Autor, Keelan Beirne e Andrew Scott: analizzando decenni di trasformazioni demografiche, gli autori mostrano come la scarsità relativa di lavoratori giovani possa favorire tecnologie labour-saving, brevetti, settori ad alta tecnologia e crescita della produttività. Non significa che basti avere meno lavoratori per diventare automaticamente più ricchi. Significa qualcosa di più importante: la scarsità modifica gli incentivi e può costringere il capitale a innovare. L’intelligenza artificiale moltiplica enormemente questa possibilità.
Naturalmente ChatGPT non raccoglierà domani mattina i pomodori e un modello linguistico non sostituirà da solo un muratore. Ma fermarsi a questa osservazione significa guardare alla tecnologia di oggi come se dovesse rimanere congelata per vent’anni. IA, visione artificiale, robotica, sistemi autonomi e nuove macchine industriali stanno rapidamente convergendo. E l’Italia non parte neppure da zero. È ancora il secondo mercato europeo per installazioni di robot industriali, dietro la Germania, anche se nel 2024 le nuove installazioni sono diminuite del 16% fino a 8.783 unità. La stessa International Federation of Robotics indica ormai automazione e robotica tra gli strumenti con cui le economie avanzate rispondono alle carenze strutturali di lavoro. Agricoltura automatizzata, magazzini robotizzati, manutenzione predittiva, mezzi autonomi, fabbriche sempre meno dipendenti da operazioni manuali ripetitive: è questa la direzione verso cui dovrebbe spingere una nazione che teme contemporaneamente l’invecchiamento e la dipendenza da flussi migratori permanenti.
La tecnologia cambia anche il problema demografico
Da anni il dibattito italiano viene presentato attraverso una semplice equazione: meno nascite significano meno lavoratori; meno lavoratori significano meno Pil; dunque bisogna importare lavoratori. Ma manca sempre una variabile decisiva: la produttività. Se cento persone possono produrre ciò che ieri richiedeva centoventi persone, la diminuzione della popolazione attiva non scompare, ma cambia completamente di natura. Diventa una questione gestibile attraverso capitale, tecnologia, formazione e riorganizzazione anziché esclusivamente attraverso sostituzione demografica. È proprio la conclusione che l’Ocse impone indirettamente quando descrive insieme invecchiamento e debole produttività come i grandi vincoli italiani. Il problema non è soltanto quante persone lavoreranno nel 2040. È quanto sarà capace di produrre ciascun lavoratore. Ed è qui che una politica identitaria dovrebbe avere qualcosa da dire.
Perché se si sostiene che un popolo debba conservare la capacità di decidere il proprio futuro, non si può contemporaneamente accettare come legge naturale un sistema economico che ha bisogno di importare continuamente nuova popolazione per funzionare. Una politica dell’identità senza una politica della produttività, della tecnologia e dell’innovazione è destinata a perdere.
Sovranità significa poter fare a meno
La sovranità, in fondo, consiste soprattutto nella possibilità di dire no. Dire no a un fornitore straniero perché ne esiste uno nazionale. Dire no all’importazione di energia perché puoi produrla. Dire no alla delocalizzazione perché automatizzare rende nuovamente conveniente produrre sul territorio. E anche poter dire no alla richiesta permanente di nuova manodopera perché tecnologia e produttività consentono di mantenere la produzione senza modificare continuamente la composizione della popolazione. Da questo punto di vista IA e automazione sono tecnologie sovraniste per eccellenza.
Ma c’è una condizione decisiva. Passare dalla dipendenza dalla manodopera estera alla dipendenza totale da OpenAI, Google o Microsoft non sarebbe sovranità: sarebbe semplicemente sostituire una dipendenza con un’altra. Per questo sviluppo libero dell’IA non può significare passività dello Stato. Significa esattamente il contrario: meno ostacoli a chi vuole innovare e più capacità nazionale di farlo. Data center, energia abbondante, supercalcolo, università, capitale di rischio, accesso ai modelli open source, incentivi alla robotizzazione e una pubblica amministrazione che diventi il primo grande cliente delle tecnologie nazionali. La stessa Commissione europea, dopo anni passati soprattutto a rivendicare il proprio primato regolatorio, sembra aver compreso il problema: il suo AI Continent Action Plan mobilita 20 miliardi per le Gigafactories, punta a triplicare la capacità europea dei data center e ha già avviato 19 AI Factories. Non perché Bruxelles abbia improvvisamente sviluppato una passione futurista, ma perché ha capito che non esiste sovranità normativa senza capacità tecnologica.
Una destra che teme l’IA ha già perso il futuro
Questo naturalmente non significa consegnare alla tecnica una licenza assoluta. Ma una cosa è regolare un comportamento dannoso, un’altra è trasformare lo sviluppo stesso della tecnologia in un’attività concessa sotto tutela. L’Europa dovrebbe stare particolarmente attenta alla differenza. Quando sei in ritardo, una regolazione pensata intorno alle capacità dei leader rischia di consolidare esattamente il loro vantaggio. Il risultato paradossale sarebbe perfetto: gli americani costruiscono i modelli, noi costruiamo gli uffici che li certificano.
È dunque proprio da destra che dovrebbe arrivare la critica più radicale alla nuova paura della tecnologia. Se si ritiene insostenibile che l’Italia dipenda continuamente dall’esterno per energia, difesa, materie prime e manodopera, non si può guardare con sospetto allo strumento potenzialmente più importante per ridurre alcune di quelle dipendenze. Un Paese con pochi giovani non deve necessariamente rassegnarsi a diventare un Paese con sempre più lavoratori importati. Può diventare un Paese nel quale ogni lavoratore produce di più, le imprese utilizzano più capitale, le macchine assorbono le mansioni peggiori e il lavoro umano viene spinto verso ciò che richiede maggiore competenza e maggiore valore.
Per l’Italia, insomma, la grande domanda sull’intelligenza artificiale dovrebbe essere quasi opposta a quella che domina in questi giorni. Non: come facciamo a rallentarla prima che cambi troppo il nostro mondo? Ma: come facciamo a svilupparla abbastanza rapidamente da non rendere irreversibile il mondo che viviamo?
Sergio Filacchioni