Roma, 8 set – C’è molto di condivisibile nell’analisi pubblicata oggi sul Secolo d’Italia da Andrea Ungari a proposito della vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt. La sinistra europea ha progressivamente smesso di parlare a una parte consistente delle classi popolari, ha trasformato il politicamente corretto in grammatica istituzionale e ha affrontato questioni come immigrazione, sicurezza e impoverimento materiale alternando rimozione, moralismo e paternalismo. Anche la critica a un’Unione europea sempre più autoreferenziale, incapace di comprendere il distacco crescente dei cittadini, individua un problema reale.
È proprio per questo che sorprende la conclusione. Dopo avere spiegato come il progressismo abbia alimentato la propria crisi rifiutandosi di prendere sul serio le domande provenienti dalla società, Ungari torna infatti a guardare AfD attraverso categorie non molto differenti da quelle utilizzate dal campo che critica: «estremismo», «sciovinismo», rischio per l’equilibrio europeo, fino alla possibilità di un ritorno alle logiche del 1914 e del 1939. E soprattutto assegna a Giorgia Meloni una funzione precisa: essere il «baluardo» che impedisce anche in Italia la crescita di una forza più radicale alla sua destra. Ma se c’è una cosa che Giorgia Meloni dovrebbe evitare, è esattamente questa.
La tentazione del cordone sanitario di centrodestra
AfD ha ottenuto in Sassonia-Anhalt il 43,8% dei voti, mentre la CDU si è fermata al 17,2%. Non stiamo parlando di una piccola formazione antisistema cresciuta nelle pieghe della protesta, ma di un partito che ha raccolto quasi un voto su due e che ha più che raddoppiato il proprio consenso rispetto al 2021. Sì può giudicare negativamente una parte del suo programma, delle sue dichiarazioni o della sua classe dirigente. Ma politicamente il problema viene prima: che cosa stanno dicendo quasi seicentomila elettori quando scelgono AfD? Già nei mesi precedenti al voto le rilevazioni di Infratest dimap indicavano tra le principali preoccupazioni della Sassonia-Anhalt l’immigrazione, l’istruzione e la situazione economica. Nello stesso tempo la fiducia nella capacità della CDU di affrontare i problemi fondamentali del Land era crollata, mentre quella attribuita ad AfD era cresciuta enormemente rispetto al 2021. Non siamo dunque davanti soltanto alla rabbia irrazionale di un elettorato sedotto dall’estremismo. Siamo davanti alla progressiva costruzione di una diversa credibilità politica.
Qui sta il limite della categoria dell’«argine». Un argine serve quando si considera il fenomeno che arriva dall’altra parte qualcosa da contenere. Ma se quel fenomeno nasce da problemi reali che gli altri partiti hanno smesso di politicizzare, limitarsi a contenerlo significa lasciare intatte le condizioni che lo fanno crescere. È esattamente il limite mostrato dal Brandmauer tedesco: si può escludere AfD dalle coalizioni, definirla incompatibile con l’ordine politico vigente, costruire maggioranze sempre più larghe pur di impedirle di governare. Ma nessuno di questi strumenti riduce di un solo immigrato la pressione migratoria, aumenta un salario, ricostruisce sicurezza nei quartieri o restituisce fiducia nelle istituzioni. Il cordone sanitario agisce sul partito, non sulle ragioni che producono i suoi elettori. E quando gli elettori diventano il 44%, è il cordone a rischiare di apparire politicamente più anomalo del soggetto che dovrebbe isolare.
Meloni deve politicizzare l’immigrazione, non normalizzarla
La questione italiana si trova esattamente qui. Giorgia Meloni può scegliere di utilizzare la propria forza politica per portare dentro il governo problemi che per anni sono rimasti confinati ai margini del discorso pubblico. Oppure può trasformarsi nella garante incaricata di dimostrare che esiste una destra accettabile proprio perché impedisce alla destra estrema di oltrepassare determinati confini. Nel secondo caso la «normalizzazione» non riguarderebbe più soltanto Fratelli d’Italia. Riguarderebbe i problemi stessi. L’immigrazione offre l’esempio più evidente. Il centrodestra continua a presentarsi come alternativa alla sinistra perché combatte gli sbarchi, le Ong e l’immigrazione clandestina. Ma nel frattempo il decreto flussi 2026-2028 programma 497.550 ingressi di cittadini extracomunitari per lavoro. E pochi giorni fa Antonio Tajani, dal Cairo, ha spiegato con una chiarezza persino apprezzabile quale sia la filosofia: «sempre meno migranti irregolari» e contemporaneamente «un crescente numero di migranti regolari» destinati alle aziende italiane. La Farnesina parla apertamente di percorsi di mobilità legale capaci di rispondere alle esigenze della nostra economia.
È la linea che su queste colonne abbiamo già definito normalizzazione dell’immigrazione: chiudere, almeno nelle intenzioni, il confine al trafficante per aprirlo ordinatamente al datore di lavoro. Il Piano Mattei stesso rischia così di trasformarsi da progetto volto a creare condizioni di sviluppo nei Paesi d’origine in un’infrastruttura attraverso cui formare all’estero manodopera destinata successivamente alle imprese italiane. La distinzione tra immigrazione regolare e irregolare è fondamentale sul piano della legalità. Non basta però a esaurire la questione politica. Mezzo milione di ingressi programmati restano mezzo milione di ingressi programmati. Producono effetti sul mercato del lavoro, sui salari, sulla domanda abitativa, sui servizi, sulla demografia e sulla composizione futura della società italiana indipendentemente dal timbro apposto sul passaporto.
Politicizzare l’immigrazione, in questo caso, dovrebbe significare precisamente di rifiutarsi di trattarla come un problema tecnico di migliore amministrazione dei flussi. Significa domandarsi quanti ingressi siano compatibili con l’interesse nazionale, quali settori dell’economia li richiedano e perché, se sia sensato importare continuamente manodopera in un Paese con bassi salari e bassissima partecipazione al lavoro, se la scarsità di lavoratori debba essere compensata dall’estero oppure utilizzata per obbligare le imprese a investire in produttività, tecnologia e retribuzioni. Significa infine chiedersi quale Italia si voglia costruire tra venti o trent’anni. Sono domande politiche. Trasformarle in questioni amministrative è invece il modo più efficace per consegnarle a chi sarà disposto a formularle con maggiore radicalità.
Il problema del centrodestra si chiama moderatismo
Per questo il vero rischio per Meloni non viene dagli «estremisti» alla sua destra. Viene dalla progressiva moderazione della ragione stessa per cui la destra è arrivata al governo. Forza Italia rappresenta perfettamente questa possibilità. La sua posizione sull’immigrazione non consiste nel negare il fenomeno ma nell’organizzarlo meglio: più legalità, più formazione nei Paesi d’origine, più canali regolari, più lavoratori dove le imprese ne chiedono. È una posizione liberale e perfettamente coerente con gli interessi di una parte del sistema produttivo. Ma proprio per questo tende a riportare il centrodestra dentro una premessa che condivide ormai con buona parte del centrosinistra: l’immigrazione strutturale è necessaria; resta soltanto da stabilire come amministrarla. A quel punto la differenza politica si restringe alle modalità. La sinistra vuole più diritti e più integrazione, il centrodestra più controlli e più selezione. Ma nessuno discute più la premessa.
È questa la vera moderazione da temere. Non quella dei toni, che può essere persino una virtù quando permette di governare seriamente, ma quella dei fini. Essere moderati nel linguaggio e radicali nella capacità di modificare la realtà è una cosa. Conservare con un linguaggio di destra gli stessi automatismi economici, demografici e culturali costruiti negli ultimi decenni è un’altra.Ed è qui che l’analisi di Ungari rischia di ricadere involontariamente dentro il paradigma progressista che vorrebbe contestare. Se AfD viene letta principalmente come pericolo da cui proteggere la società, Meloni finisce per assumere lo stesso ruolo che in Germania il sistema assegna alla CDU: intercettare abbastanza malcontento da impedire che diventi politicamente destabilizzante, senza però permettergli di trasformare davvero le categorie del dibattito.
Le dighe lasciamole ai castori
Ma non è questo che dovrebbe fare una destra arrivata al governo dopo decenni trascorsi a denunciare immigrazione incontrollata, declino demografico, insicurezza, perdita di sovranità e subordinazione dell’interesse nazionale alle compatibilità economiche. Il centrodestra non deve diventare il Brandmauer italiano ma impedire che alcuni temi vengano desertificati da chi ha solo interesse a cavalcarli. E può farlo soltanto sottraendo al discorso populista le questioni più profonde che esso rappresenta. Portandole dentro il governo, trasformandole in conflitto politico e infine in decisione. Perché quando la politica moderata abbandona un problema non lo rende meno attuale. Lo consegna a chi è disposto, almeno a parole, ad andare oltre ciò che la sinistra ha stabilito sia dicibile e indicibile. Insomma, non abbiamo proprio bisogno di un altro argine, soprattutto se i castori incaricati di costruire la diga si chiamano Antonio Tajani, Carlo Calenda o Maurizio Lupi.
Vincenzo Monti