Questo articolo, che tratteggia l’influenza del mito di Roma nella storia europea, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2018.

«Sino dai giorni della mia lontana giovinezza, Roma era immensa nel mio spirito che si affacciava alla vita. Dell’amore di Roma ho sognato e sofferto, e di Roma ho sentito tutta la nostalgia. Roma! e la semplice parola aveva un rimbombo di tuono nella mia anima. Più tardi, quando potei peregrinare fra le viventi reliquie del Foro e lungo la Via Appia e presso i grandi templi, sovente mi accadde di meditare sul mistero di Roma, sul mistero della continuità di Roma. Mistero è l’origine. La cosiddetta critica storica può industriarsi a sfrondare la leggenda, ma sempre una zona d’ombra rimane, dove la leggenda, insostituibile dal freddo e spesso assurdo ragionamento, torna superbamente a fiorire»[1]. Queste parole furono pronunciate in Campidoglio da Benito Mussolini il 21 aprile 1924, allorché gli fu conferita la cittadinanza onoraria della capitale. Tra i primi provvedimenti del nuovo governo fascista ci fu non a caso l’istituzione del Natale di Roma (1923), che divenne festa nazionale a partire dal 21 aprile dell’anno successivo.

Il fascismo, in effetti, è stato l’ultimo movimento politico ad aver assunto Roma e la «romanità» come mito attivo e mobilitante. Il senso di questa operazione mitopoietica lo spiegò sempre Mussolini il 21 aprile 1922, a pochi mesi dalla marcia sulla capitale: «La Roma che noi onoriamo, non è soltanto la Roma dei monumenti e dei ruderi, la Roma dalle gloriose rovine fra le quali nessun uomo civile si aggira senza provare un fremito di trepida venerazione. […] La Roma che noi onoriamo, ma soprattutto la Roma che noi vagheggiamo e prepariamo, è un’altra: non si tratta di pietre insigni, ma di anime vive; non è contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione dell’avvenire. Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito»[2].

Per il Duce, in sostanza, il rapporto del fascismo con Roma antica non si basava su un processo di tipo antiquario, mimetico, bensì su una riattivazione rivoluzionaria, vòlta al futuro, del mito che i Romani – volenti o nolenti – avevano consegnato alla posterità. In questo caso, dunque, è l’avvenire (inteso come progetto politico) a influenzare il passato (concepito come memoria attuale), non viceversa.

Nostalgia del futuro

Si tratta, d’altronde, di concetti ribaditi, anche negli anni della «maturità» del regime, da uno dei più raffinati romanisti dell’epoca, Pietro De Francisci: «Per intendere la funzione e la portata della conoscenza storica giova tener presente come questa tenda sempre ad una ricostruzione del passato e non si esaurisca in una semplice raccolta di dati o di fonti. Ricostruzione del passato che si compie sotto l’influenza dell’immagine del presente, cioè di quella specie di quadro che ogni uomo – e lo storico non meno degli altri – si compone, combinando elementi scelti fra le innumerevoli e spesso contraddittorie manifestazioni della vita attuale; quadro che, a sua volta, è determinato da punti di vista connessi con la visione dell’avvenire, cioè con quello che si vuole o si crede abbia ad essere il corso futuro della storia. Ogni conoscenza storica è dunque il prodotto d’un’attività spirituale complessa, in quanto importa una selezione e interpretazione di elementi, una disposizione di questi secondo una particolare prospettiva, una elaborazione di esperienze ad un fine. È quindi manifestazione attiva e lavoro produttivo dello spirito, partecipazione effettiva alla formazione d’un sistema di cultura e d’un tipo di civiltà. Ed è conoscenza fatalmente soggetta all’influenza di questa (o almeno alla coscienza che di questa si possegga): giacché ogni civiltà propende all’esaltazione di quei valori storici che rispondono ai suoi fini ed ha per base una visione sintetica che tende ad armonizzare il passato e il presente con quel futuro verso il quale la volontà costruttrice dirige la sua azione»[3].

Pietro De Francisci (1883-1971)

Questo rapporto dinamico e volontaristico che un popolo può intrattenere con la sua memoria storica – aspetto che, ovviamente, non connotò solo il fascismo – è stato finalmente riconosciuto dalla storiografia. La quale, ancora obnubilata dall’onda lunga della guerra civile, fino a poco tempo fa si era data a un esercizio ben poco decoroso. Un esercizio che si manifestava – e talvolta ancora si manifesta – nel ripetere come un mantra il luogo comune secondo cui il fascismo avrebbe utilizzato il mito di Roma per meri e vuoti scopi propagandistici, manipolandolo e, di fatto, usurpandolo; nello scovare e denunciare gli antichisti che avevano messo a disposizione del regime mussoliniano le loro competenze e la loro passione; oppure nel parlare ossessivamente dei cosiddetti «sventramenti» urbanistici nella capitale, da cui nacquero ad esempio via dell’Impero (oggi via dei Fori imperiali) e via della Conciliazione. Che, chissà perché, piacciono a tutti tranne che agli intellettuali antifascisti.

Tra le testimonianze di questo mutamento di prospettiva, mi limiterò a citare le più rappresentative. La prima riguarda Andrea Giardina, tra i più autorevoli storici di Roma antica, il quale ha insistito sul «carattere creativo, e non solo imitativo, delle visioni romane del fascismo», specificando che «la romanità fascista non era un modello fossilizzato, da riprodurre con una sensibilità da antiquari, ma una realtà in movimento, un processo in perenne trasformazione»[4]. La seconda testimonianza riguarda invece l’attuale historicus maximus del movimento mussoliniano, ossia Emilio Gentile, che, già nel suo celebre Il culto del littorio (1993), contribuì forse per primo a scardinare i vecchi luoghi comuni circa il rapporto tra fascismo e romanità. Ebbene, Gentile ha recentemente chiarito nella maniera più esaustiva e convincente la natura di questo rapporto: «Nella iconografia fascista, l’italiano nuovo era spesso associato alla figura del legionario romano, specialmente dopo la conquista dell’impero. Tuttavia, il fascismo non pensava seriamente a resuscitare negli italiani i legionari romani né l’italiano nuovo che aveva in mente era modellato sul romano antico. L’italiano nuovo del fascismo doveva essere integralmente inserito nella società industriale e tecnologica, controllata dallo Stato totalitario per essere posta a servizio della grandezza nazionale. Per il fascismo, l’italiano nuovo e la nuova Italia dovevano essere il prodotto originale e inedito dell’esperimento totalitario; il romano della modernità era l’uomo collettivo organizzato, un individuo assorbito nella società di massa della comunità totalitaria attraverso l’organizzazione del partito unico: era il “cittadino soldato”, interamente dedito, anima e corpo, allo Stato fascista, lanciato alla conquista del futuro, con tutti i mezzi che la modernizzazione metteva a disposizione per una politica di grandezza e di potenza»[5].     

Il fascismo, pertanto, non intendeva la romanità in senso regressivo, bensì in senso genuinamente rivoluzionario. L’origine mitica non era cioè concepita come residuo fossile da riesumare, bensì come potenza primordiale da evocare e rigenerare. Una potenza originaria che si faceva assalto al futuro, slancio verso l’avvenire. Nelle parole di Martin Heidegger: «L’inizio è ancora. Non è alle nostre spalle, come ciò che già da lungo tempo sia stato, ma sta davanti a noi. In quanto è la cosa più grande, l’inizio è già passato in anticipo al di sopra di tutto il veniente, e così anche al di sopra di noi, e si è inoltrato nel futuro. L’inizio ha fatto irruzione nel nostro avvenire e sta come la lontana ingiunzione che ci impone di ricongiungerci alla sua grandezza»[6].

La Terza Roma

Questa irruzione del mito di Roma nell’avvenire, com’è noto, non interessò in Italia solo il fascismo. Tutta la fase precedente l’ascesa delle camicie nere fu infatti dominata dall’idea della rinascita dell’Italia all’insegna di Roma. Il concetto stesso di «Risorgimento», ad esempio, implicava la rinascita della nazione italiana al termine dei lunghi e dolorosi secoli di divisioni e servaggio che, dalla caduta dell’impero di Roma antica, avevano caratterizzato le disperse popolazioni della penisola. L’unità politica smarrita, la potenza militare svanita e la decadenza culturale post-rinascimentale pesavano come un macigno sul popolo che, nonostante tutto, ancora abitava quell’Italia che Virgilio aveva cantato come «gran madre di messi, terra sacra a Saturno, gran genitrice d’eroi» (Georgiche, II 173-174).

Giuseppe Mazzini (1805-1872)

I maggiori cantori moderni di questa rinascenza italiana sotto l’egida di Roma furono soprattutto Giuseppe Mazzini, Alfredo Oriani e Gabriele D’Annunzio. È specialmente grazie a loro che si diffuse con formidabile successo il mito della Terza Roma, ossia di quella «più grande Italia» che avrebbe dovuto seguire alla Roma dei Cesari e a quella dei Papi. L’idea di una vocazione universale della Città eterna, collegata al topos del «genio italico», esercitò così un fascino irresistibile su quei patrioti che decisero di dare la vita per l’Italia risorgente.

Un mito europeo?       

Se l’Italia non è pensabile senza Roma, tuttavia Roma, pur appartenendole, è sempre stata qualcosa di più dell’Italia. Il mito di Roma si è infatti gradualmente imposto come un mito a vocazione universale, eccedente i confini geografici e politici della penisola. Prima con l’impero dei Cesari, poi con il magistero morale e religioso della Chiesa cattolica (che nel medioevo era un po’ il corrispettivo dell’attuale Unione europea), Roma ha cioè saputo parlare a tutte le genti, non solo a quelle italiche e poi italiane. Ciò fu dovuto in particolare a due fattori: 1. alla volontà e capacità di espansione imperiale, che portò all’integrazione di nuovi cittadini all’interno della comunità politica romano-italica; 2. al primato culturale della Roma papale, che seppe dare un’impronta indelebile all’intera Europa con la sua romanità cattolica (perlomeno fino al XVI secolo, allorché la Riforma scisse per sempre l’ecumene cristiana).

Il mito di Roma, pertanto, non è rimasto confinato alla sola Italia, ma si è diffuso in tutta l’Europa, permanendovi anche in seguito alla caduta dell’Impero romano d’Occidente. Questo mito, inoltre, non è mai stato univoco, ma è stato declinato nelle maniere più disparate: pensiamo solo al Sacro romano impero della nazione germanica e alla Chiesa cattolica, che attinsero al modello di Roma in maniera antagonistica per tentare di imporre, ognuno a proprio vantaggio, la loro egemonia sul continente europeo; ma pensiamo anche alla Francia a cavallo tra XVIII e XIX secolo, che si connotò dapprima in senso repubblicano e anti-tirannico ai tempi della Rivoluzione (esaltando il Bruto tirannicida) e poi in senso imperiale con Napoleone (prendendo a modello il Cesare conquistatore e «populista»).

J.-L. David, Il giuramento degli Orazi, 1785, Louvre, Parigi

Questo non vuol dire però che quello di Roma fosse un mito buono per tutte le stagioni. Al di là delle sue varie declinazioni, la romanità è sempre stata portatrice di idee-forza constanti come l’universalità e maestà del potere, il dominio della legge e dell’ordine politico, il senso della disciplina e la volontà di potenza. Tutta l’Europa, del resto, porta ancora i segni di questa impronta indelebile: ad esempio i nomi del potere regale e imperiale (Kaiser, Czar ecc.) così come i simboli del potere politico, tra cui i fasci littori che adornano gli scenari della Rivoluzione francese, del Risorgimento, finanche la statua di Lincoln a Washington Dc.

Se il mito di Roma ha in un certo senso unito l’Europa, è stato nondimeno in grado anche di dividerla. Innanzitutto in senso geografico: l’antico impero romano comprendeva infatti tutta l’area mediterranea (che oggi è divisa in tre zone culturalmente differenti), lasciando invece esclusa buona parte dell’Europa settentrionale e orientale. Senza pensare, poi, ai numerosi casi di resistenza all’espansionismo romano, i quali avrebbero in seguito alimentato sentimenti etno-nazionali contrari all’universalismo di Roma. I nomi di Vercingetorige, Calgaco e Arminio/Hermann sono in questo senso eloquenti. Anche perché, malgrado certe raffigurazioni irenistiche che se ne sono fatte, l’obiettivo dell’impero di Roma rimase sempre quello indicato da Virgilio: parcere subiectis e imponere morem, ossia perdonare i sottomessi e imporre un ordine, o meglio una cultura, uno stile di vita. Fondare un impero, infatti, non è mai stato come andare a un pranzo di gala. In altre parole, Roma non è il mito dell’Europa, ma solo uno dei suoi miti, benché senza dubbio il più affascinante e pervasivo.        

Un mito globalista?

Se ancora dobbiamo liberarci delle esagerazioni partorite da quelli che Berto Ricci chiamava i «rètori augustei»[7], oggi è però ancora più importante rintuzzare i tentativi di accaparramento del mito di Roma da parte del globalismo cosmopolita e livellatore. Questi tentativi si esprimono attraverso la diffusione di veri e propri falsi storici. Della tolleranza (limitata) e delle modalità (in parte coercitive) della romanizzazione si è già detto. Nel dibattito attuale sono però soprattutto altre le manipolazioni che rischiano di deformare l’immagine della Roma antica, spesso operate paradossalmente dagli stessi intellettuali che rinfacciano a Mussolini e al fascismo una romanità artefatta e abusiva.

Oggi assistiamo
alla diffusione
di falsi storici
per accreditare
una romanità
di stampo globalista

La prima di queste deformazioni riguarda senz’altro la visione di un impero romano multirazziale, indiscriminatamente inclusivo e dai confini labili. Si parla infatti sempre più di frequente di una «Roma meticcia» e di un diritto di cittadinanza elargito con straordinaria generosità. Ovviamente, le cose non stanno affatto così. Esaltare le «origini miste» della Roma romulea, formata da Latini, Sabini ed Etruschi, per dipingere l’Urbe secondo il modello del melting pot statunitense è un’operazione furba, ma dal fiato corto. L’amalgama di popolazioni affini per fenotipo, lingua, prossimità geografica e sostrato culturale non può certo essere paragonato all’integrazione di popolazioni che provengono da altri continenti e sono portatrici di un’identità etnica spesso inconciliabile con la civiltà europea. Lo stesso discorso vale per la questione della cittadinanza: a Roma non è mai esistito lo ius soli; al contrario vigeva il più rigido ius sanguinis a carattere patrilineare (persino il figlio di una donna romana acquisiva la cittadinanza del padre straniero, non quella della madre).

Anche l’elargizione della cittadinanza avveniva solo in determinate condizioni e, comunque, al termine di lunghi processi di romanizzazione. L’idea di un allargamento indiscriminato della cittadinanza – perlomeno fino alla famosa Constitutio Antoniniana del 212 d.C., che peraltro pare fosse dovuta più a questioni fiscali che non «morali» – rimase sempre un’idea estranea alla sensibilità romana. Infine, parlare di confini perforabili in merito alla cultura romana è letteralmente ridicolo, se pensiamo al fatto che Roma fu fondata sull’uccisione di chi aveva cercato di violarne i confini (Remo), che gli stranieri venivano accolti al limes da uomini armati e non certo da cartelli recitanti «welcome refugees», e che a Roma veniva venerato addirittura un dio specificamente deputato alla protezione dei confini, il dio Terminus.

Cartone animato prodotto dalla Bbc

Non sono neanche mancate le forzature di antichisti di tutto rispetto, come l’insigne archeologo Andrea Carandini che, in uno dei suoi ultimi libri, ha scritto in tutta serietà: «Di fronte a un profugo bisognerebbe porsi questa domanda: “se fosse un altro Enea?”»[8]. Esclusa l’ignoranza e volendo lasciare il beneficio del dubbio in quanto alla malafede, qui è però evidente la captatio benevolentiae di Carandini nei confronti dell’attuale establishment politico-culturale. Perché Carandini sa benissimo che Enea era sì profugus, ma pur sempre il fato profugus che giunse in Italia con le sua arma. In altre parole, Enea non «scappava dalla guerra», anzi a Troia l’aveva combattuta (e persa) e veniva ora a combatterne un’altra in Italia, la quale, tra l’altro, era pur sempre la patria primigenia di Dardano, capostipite dei Troiani, e mèta indicatagli dagli dèi. Per Enea, dunque, si trattava di un ritorno all’antica terra madre della sua stirpe, una terra da riconquistare con le armi. Insomma, se i profughi parcheggiati oggi nei centri di accoglienza, i cui antenati non hanno mai lambito le frontiere della penisola, fossero veramente – come suggerisce Carandini – tanti Enea, dovremmo allora prepararci a una nuova guerra. Non proprio una bella prospettiva, si converrà.

Se c’è una cosa che ci insegna la storia di Roma, al contrario, è proprio che la filantropia esasperata nei confronti dei profughi è quanto mai pericolosa. Lo ha ricordato di recente Alexander Demandt, uno dei più stimati decani dell’antichistica tedesca. In un articolo intitolato Il tramonto dell’impero romano: la fine dell’antico ordine, pubblicato sulle colonne della Frankfurter Allgemeine Zeitung, Demandt non ha esitato a ricordare alla Merkel che nel IV secolo l’accoglienza dei Romani verso i Goti portò a esiti disastrosi[9]. Il contributo dello storico tedesco, benché proveniente da un’autorità indiscussa degli studi di settore, suscitò – com’era facile attendersi – un vespaio di polemiche. Proprio perché oggi la questione non è più storiografica, ma è prettamente politica. E Roma, ancora una volta, anzi ora più che mai, ha bisogno di combattenti fedeli e pronti a difendere i suoi confini.

Valerio Benedetti


[1] B. Mussolini, Per la cittadinanza di Roma, in Opera omnia, a cura di E. e D. Susmel, 44 voll., La Fenice, Firenze 1951-1963, poi Volpe, Roma 1978-1980, vol. XX, p. 234.

[2] Id., Passato e avvenire, ivi, vol. XVIII, pp. 160-161.

[3] P. De Francisci, Spirito della civiltà romana, Principato, Milano-Messina 1940, pp. 5-6.

[4] A. Giardina, Ritorno al futuro: la romanità fascista, in A. Giardina – A. Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 215-216.

[5] E. Gentile, Fascismo di pietra, Laterza, Roma-Bari 2007, p. 214.

[6] M. Heidegger, Discorso di rettorato (1933), in Scritti Politici (1933-1966), a cura di G. Zaccaria, Piemme, Casale Monferrato 1998, p. 134

[7] B. Ricci, La rivoluzione fascista, Aga, Milano 20142, p. 174.

[8] A. Carandini, Il fuoco sacro di Roma. Vesta, Romolo, Enea, Laterza, Roma-Bari 2015, p. 139.

[9] A. Demandt, Untergang des Römischen Reiches: Das Ende der alten Ordnung, faz.net, 22 gennaio 2016.

2 Commenti

  1. Come si fa a pubblicare una roba del genere ed essere cosi’ senza vergogna? Immondizia che non cita fonti, forza le interpretazioni a dire quello che uno vuol far loro dire, ignora praticamente tutto quello che e’ successo nella letteratura scientifica sulla frontiera negli ultimi 50 anni. Pensa che esista una storia priva di politica, e far finta di leggerla, quando poi si falsificano le cose (dove l’abbiamo lasciati gli schiavi liberati che assumevano la cittadinanza? dov’e’ la millantata patrilinearita’ nell’estensione progressiva della cittadinanza come metodo di assimilazione? dov’e’ la razza nel mondo antico?)

    Questa merda non dovrebbe poter essere pubblicata. N on esiste storiografia senza politica, e questo ciarpame dimostra che l’utilizzo politico della storia, a questo punto, non si da’ neanche piu’ peso di scremare le controfattualita’ e argomentare le proprie posizioni assurde.

    Che manica di buffoni.

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