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Roma, 21 mag – Quando Matteo Salvini era ministro dell’Interno e aveva chiuso i porti per impedire l’arrivo di immigrati clandestini, parte della magistratura stava lavorando per mettergli i bastoni tra le ruote. Anche se, da un punto di vista giuridico, il leader della Lega era, di fatto, inattaccabile. È quello che emerge da una chat di WhatsApp che ora è al vaglio degli inquirenti di Perugia e che inchioda le «toghe rosse» alle loro responsabilità. Nulla di sconvolgente, forse, per chi sa da sempre qual è il modus cogitandi di certi magistrati che abusano della loro carica per scopi politici. Ma ora, appunto, ci sono le prove. E sarà molto più complicato urlare al complotto di hater e bufalari.

«Non vedo dove Salvini stia sbagliando»

Il contenuto delle chat – che è finito sotto la lente d’ingrandimento dell’inchiesta umbra che ha scosso il Consiglio superiore della magistratura – è stato divulgato oggi da Simone Di Meo sulla Verità. La chat più clamorosa vede come protagonisti Paolo Auriemma, capo della Procura di Viterbo (e che però non è indagato), e Luca Palamara, il boss della corrente Unicost e già finito nell’occhio del ciclone per lo scandalo delle nomine al Csm. «Mi dispiace dover dire che non vedo veramente dove Salvini stia sbagliando», aveva scritto Auriemma nell’agosto 2018 a Palamara nella chat incriminata, quando il ministro dell’Interno era stato sottoposto a bombardamento mediatico per la chiusura dei porti.

«Se lo indaghiamo, siamo indifendibili»

«Illegittimamente si cerca di entrare in Italia e il ministro dell’Interno interviene perché questo non avvenga. E non capisco cosa c’entri la Procura di Agrigento. Questo dal punto di vista tecnico al di là del lato politico. Tienilo per te ma sbaglio?», aveva spiegato Auriemma. Al che Palamara ha risposto: «No hai ragioneMa ora bisogna attaccarlo». «Comunque è una cazzata atroce attaccarlo adesso perché tutti la pensano come lui. E tutti pensano che ha fatto benissimo a bloccare i migranti che avrebbero dovuto portare di nuovo da dove erano partiti», aveva proseguito Auriemma. «Indagato per non aver permesso l’ingresso a soggetti invasori. Siamo indifendibili. Indifendibili». Non si sarebbe potuto dirlo meglio.

Valerio Benedetti

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