Roma, 10 set – Quando Roberto Vannacci parla di «patriarcato mediterraneo» si sorride con sufficienza. Quando la destra radicale pronuncia la parola Remigrazione arrivano sociologi, editorialisti e costituzionalisti a spiegare che la politica è una faccenda seria, che non si governa attraverso slogan identitari e che la realtà è infinitamente più complessa dei desideri. Quando invece Elly Schlein annuncia che, qualora il centrosinistra vincesse le elezioni, «tra le prime cose» ci sarebbe il riconoscimento dello Stato di Palestina, improvvisamente torniamo nel rassicurante territorio della responsabilità, del pragmatismo e del realismo. Eppure basterebbe fare la più prosaica delle domande: quale Stato?
Schlein lo ha detto l’8 settembre alla festa nazionale di Avs, sul palco con Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, durante un confronto dedicato precisamente alla costruzione del programma dell’alternativa. Il riconoscimento palestinese è stato indicato insieme a salario minimo, congedo paritario, politica energetica e altre priorità del futuro campo largo. Non una battuta sfuggita durante un comizio, dunque, ma uno degli atti che la segretaria del Pd vorrebbe caratterizzassero l’avvio di un eventuale governo progressista.
Schlein e la scienza immaginaria del progressismo
Per inciso, il problema non è essere favorevoli o contrari all’esistenza di uno Stato palestinese. E ancora meno consiste nel trasformarsi, per reazione alla sinistra, nell’ennesimo occidentalista d’ordinanza disposto a considerare automaticamente ragionevole qualsiasi cosa venga imposto da Tel Aviv. Il problema è capire per quale misteriosa legge politica il progetto di Schlein dovrebbe appartenere al regno del concreto mentre quelli dei suoi avversari sarebbero confinati in quello dell’ideologia.
Perché «riconoscere la Palestina» è certamente un atto concreto nel suo significato diplomatico: un governo italiano può deliberarlo. Molto meno concreta è la realtà statuale che quel riconoscimento presuppone. La Palestina immaginata dalla soluzione dei due Stati dovrebbe comprendere Gaza e Cisgiordania sotto una medesima autorità politica. Ma oggi quell’autorità non esercita una sovranità effettiva e unitaria. L’Autorità palestinese dispone di competenze limitate in parte della Cisgiordania; Israele mantiene una presenza e un controllo determinanti su vaste porzioni dei territori; a Gaza la transizione rimane tutt’altro che compiuta.Lo riconosce implicitamente persino l’Unione europea. Nell’agosto scorso Bruxelles ha ribadito di voler sostenere l’Autorità palestinese affinché possa «riprendere il controllo effettivo di Gaza». Formula interessante: se deve riprenderlo, significa semplicemente che oggi non lo possiede. Contemporaneamente l’Ue chiede il disarmo permanente di Hamas e il ritiro israeliano, cioè precisamente la costruzione futura delle condizioni politiche e militari senza le quali quello Stato non può esistere nella forma auspicata.
A luglio Hamas ha annunciato persino lo scioglimento del proprio governo de facto e la disponibilità a cedere l’amministrazione a un comitato di tecnocrati. Ma i ministeri e il personale nominato dal movimento sono rimasti operativi e Hamas ha continuato a mantenere funzioni di sicurezza nelle aree sotto il proprio controllo. Ancora ad agosto il nodo fondamentale restava lo stesso: Israele subordinava il proprio ritiro al disarmo di Hamas, Hamas pretendeva invece la cessazione delle operazioni israeliane prima di procedere sul dossier delle armi. Il 10 settembre Reuters descrive ancora come limitati i progressi nell’attuazione del piano. Dunque Schlein non propone semplicemente di prendere atto di uno Stato già costituito. Propone di attribuire riconoscimento diplomatico a un ordine politico che dovrebbe ancora riuscire a dotarsi di un’autorità unitaria, di un monopolio della forza, di un controllo territoriale sufficientemente definito e di un assetto stabile dei rapporti con Israele. Il che può essere una strategia perfettamente legittima, a patto di vederla come politica e non come scienza esatta.
Le utopie rispettabili e quelle proibite
È qui che il paragone con la Remigrazione diventa meno bizzarro di quanto possa sembrare, specialmente se parliamo del modo in cui vengono giudicate dal circuito della “rispettabilità”. La Remigrazione parte da una determinata lettura dei fenomeni migratori e demografici e immagina di modificarne gli esiti attraverso strumenti politici, legislativi, economici e diplomatici. Si può ritenerla sbagliata ma bisogna dimostrarlo. Non basta dichiararla «paranoia ideologica», come se dall’altra parte dell’arco politico le decisioni scaturissero direttamente da una mente illuminata e infallibile. Persino il «patriarcato mediterraneo» vannacciano, con tutta la sua deliberata provocatorietà, rende esplicita una cosa che il progressismo preferisce nascondere: la politica contiene sempre una concezione di ciò che la società dovrebbe diventare. Vannacci lo dice in una maniera che presta il fianco alla caricatura. La sinistra lo fa utilizzando il lessico del diritto, dell’emergenza, della competenza e dell’inevitabilità. Ma l’operazione resta politica.
Il grande successo culturale del progressismo degli ultimi decenni è stato infatti quello di smettere apparentemente di possedere un’ideologia senza smettere minimamente di produrla. Le proprie preferenze non vengono più presentate come preferenze: diventano «la scienza», «l’umanità», «i diritti», «il buon senso», «la comunità internazionale». Quello che dovrebbe essere diventa ciò che inevitabilmente sarà; chi dissente non propone un ordine differente, ma semplicemente non avrebbe compreso la realtà. Eppure la Palestina di Schlein è esattamente un dover essere. Non perché i palestinesi non esistano come popolo, né perché non abbiano diritto alla propria autodeterminazione, ma perché lo Stato concretamente immaginato dalla diplomazia europea deve ancora essere costruito politicamente sul terreno.
Il progressismo ci deve spiegare cosa intende fare
È qui che emerge fino in fondo il carattere performativo del progressismo. Una cultura politica che ama presentarsi come amministratrice razionale della complessità vive in realtà di simboli, consacrazioni e gesti identitari almeno quanto – se non di più – dei suoi avversari. Il riconoscimento della Palestina collocato «tra le prime cose» di un futuro governo ne è un esempio perfetto: prima ancora di incidere sui rapporti di forza in Medio Oriente, serve a dichiarare un’appartenenza, a occupare una posizione morale, a mostrare al proprio mondo quali siano i suoi riferimenti. Almeno la Remigrazione nasce dentro un conflitto politico materiale — immigrazione, cittadinanza, permanenza sul territorio, politiche di rimpatrio, rapporti con i Paesi d’origine — e lega esplicitamente questa concretezza a una visione dell’identità e della continuità nazionale.
Il paradosso è evidente: il progressismo può elevare i propri simboli a programma di governo e continuare a chiamarli realismo, mentre pretende che ogni progetto identitario dell’avversario venga espulso preventivamente dal campo delle politiche concretamente discutibili. E proprio per questo, se vuole presentare il riconoscimento della Palestina come una scelta concreta e non come una liturgia identitaria, la sinistra dovrebbe finalmente spiegare che cosa intende fare il giorno dopo. Qual è la sequenza politica che dovrebbe condurre dallo Stato riconosciuto allo Stato reale? Quale rapporto immagina con Israele, quale ruolo attribuisce ad Arabia Saudita, Egitto e Giordania, che cosa intende fare con Hamas, come pensa che l’Anp possa acquisire un potere che oggi non possiede, chi dovrebbe garantire sicurezza, confini e continuità territoriale? Sulla Palestina il progressismo si ferma alla formula iniziale e tratta il riconoscimento come se contenesse già in sé tutto ciò che viene dopo. Se davvero si vuole parlare di realismo, allora è proprio quel “dopo” che andrebbe messo sul tavolo.
La Palestina reale non corrisponde alle aspettative
Ed eccoci allora alla questione più semplice. Perché quella di Schlein può essere un’utopia rispettabile mentre quelle degli altri devono essere necessariamente deliri? Non c’è nulla di scandaloso nel volere trasformare la realtà. È probabilmente la definizione stessa della politica. Uno Stato palestinese oggi incompleto può diventare domani uno Stato sovrano; una politica migratoria oggi considerata irreversibile può essere modificata; istituzioni e strutture sociali possono cambiare. Il punto è smetterla con la pretesa che soltanto una parte politica abbia il diritto di immaginare il futuro, mentre agli altri sarebbe consentito esclusivamente amministrare il presente secondo coordinate già fissate. E proprio qui diventa significativa la formula di Schlein: «tra le prime cose». Non perché il riconoscimento palestinese sia più realizzabile di altre cose, ma perché elevarlo ad atto inaugurale di un governo significa attribuirgli un valore politico e simbolico fondativo.
Legittimo. Ma allora altrettanto politico e altrettanto legittimo è che un’altra forza consideri fondativi il controllo dell’immigrazione, la questione demografica, la natalità, la sovranità economica o persino una politica di Remigrazione. Poi saranno gli elettori, i rapporti di forza, le leggi e soprattutto la realtà a misurarne possibilità e conseguenze. Perché il problema non è che Elly Schlein abbia un’utopia. Il problema è che soltanto le utopie progressiste hanno ottenuto il privilegio di chiamarsi realismo.
Vincenzo Monti