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Roma, 2 ago – Essere al centro del Mediterraneo può essere una benedizione o una maledizione. Al crocevia di diversi popoli, di diverse culture, di diverse sfere di influenza geopolitiche ci si può affermare come elemento d’ordine di tutto ciò, oppure subirle tutte. Sfortunatamente, quest’ultimo è il caso dell’Italia. I 37 anni dalla strage di Bologna ce lo ricordano. Una mattanza alla cui matrice fascista non crede più nessuno, tranne i bolognesi che, in questo modo, possono lucidare un perenne attestato di antifascismo cum laude, che in Italia fa sempre curriculum. Ma chi è interessato alla verità sa bene come essa sia da ricercare altrove.

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Di recente sta molto prendendo quota la pista palestinese. Altre piste, che andavano in direzioni opposte, hanno stranamente fatto più fatica a farsi largo, persino in chi non si accontenta delle verità preconfezionate. Ma non ci interessa qui parteggiare per l’una o l’altra ipotesi. Quello che, politicamente, ci sembra di poter affermare in modo incontestabile, è che la strage sia maturata nell’ambito di una più vasta opera di destabilizzazione del Mediterraneo, quello che un tempo era il Mare Nostrum e che, nel 1980, nostro non lo era più da un pezzo, anche se allora avevamo ancora la capacità di recitarvi un ruolo. Oggi non accade più neanche questo, ed ecco perché, nel ritorno in grande stile del terrorismo internazionale, non siamo neanche più percepiti come obbiettivi.

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A questo proposito, vale la pena di rileggersi l’editoriale di Ernesto Galli Della Loggia uscito ieri sul Corriere della Sera e che non riguarda Bologna, né il terrorismo odierno, ma l’attuale situazione geopolitica e diplomatica dell’Italia. Un articolo sorprendente, anche se non sempre condivisibile perché pervaso di un fatalismo insopportabile. L’Italia, spiega l’editorialista, è oggi più sola che mai, senza alleati, senza amici. “Dopo il ‘45 – spiega Galli Della Loggia – la via dell’alleanza occidentale e dell’integrazione europea è stata naturalmente una scelta obbligata. Ma essa è servita a coprire un vuoto: il vuoto apertosi con la sconfitta, che non è stata una semplice sconfitta militare ma ha significato il ridimensionamento brutale dell’intera autorappresentazione nazionale formatasi dall’Unità in avanti. Si è trattato di un vuoto che la democrazia repubblicana non è stata capace di colmare. Sempre più convinti a sproposito della presunta assoluta inattualità dell’idea di nazione (si provino gli illustri membri dell’Ispi o dell’Aspen a organizzare un seminario su tale inattualità a Parigi o a Berlino: si provino, si provino), non siamo stati capaci di rifare a noi stessi un’immagine del Paese da spendere e affermare nelle relazioni internazionali, di disegnare una mappa plausibile, e soprattutto condivisa, dei nostri interessi vitali, e di crederci davvero. Magari accettando l’idea che tali interessi andavano perseguiti anche con l’inevitabile dose di spregiudicatezza. Invece niente: quando si tratta dell’Italia l’impressione è che ad essere spregiudicati sono sempre gli altri. Troppo spesso in un mondo popolato di lupi confessi e di lupi travestiti da agnelli abbiamo pensato che fare la parte degli agnelli autentici equivalesse ad avere una politica”.

È un’ottima chiave di lettura. Agli italiani, purtroppo, è stato fatto credere che nel 1945 avesse perso il fascismo. Aveva perso, invece, l’Italia. La perdita non solo della sovranità, ma anche della nostra capacità di pensarci come nazione, ha avuto effetti incalcolabili sulla nostra vita pubblica. Ancora oggi, quindi, noi viviamo totalmente all’ombra di quella sconfitta. Il 1945 chiama il 1980, il 1980 chiama il 2017.

Adriano Scianca

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