Home » Il futuro in uniforme: le “Starship Troopers” di Trump e la conquista dello spazio

Il futuro in uniforme: le “Starship Troopers” di Trump e la conquista dello spazio

by Sergio Filacchioni
0 commento

Roma, 8 set – Il dettaglio più interessante delle nuove uniformi immaginate da Donald Trump per la Space Force non è che assomiglino a quelle di Starship Troopers. È che Trump abbia dichiarato apertamente di volere proprio quello. Domenica il presidente americano ha pubblicato su Truth Social il concept di una divisa «next generation»: giacca antracite, dettagli neri, stivali, berretto e il Delta della Space Force ripetuto quasi ossessivamente. Sotto, nessun tentativo di nascondere la provenienza: «ispirata alla disciplina e alla funzionalità dell’uniforme di Starship Troopers», modernizzata per i «Guardians of the space domain».

Al momento si tratta di un concept presidenziale, inserito in quel tipo di comunicazione trash-pop a cui ci ha abituato la Casa Bianca trumpiana, e non di una nuova uniforme formalmente adottata dalla forza armata. Ma ovviamente è bastato il concept affinché nel giro di poche partisse il prevedibile catechismo: qualcuno dovrebbe spiegare a Trump che Paul Verhoeven non stava celebrando il fascismo, ma facendone una satira. Ma come spesso accade è precisamente la spiegazione a essere meno intelligente dell’immagine che pretende di spiegare.

Starship Troopers: Verhoeven e la satira “non capita”

Che Starship Troopers sia una satira del militarismo non è una scoperta. Verhoeven lo ha ripetuto per decenni e non si è mai sforzato di essere particolarmente sottile. Ha raccontato di essersi ispirato a Leni Riefenstahl, di aver cercato per Johnny Rico un prototipo «biondo, bianco e arrogante», di aver costruito i suoi giovani protagonisti sul modello levigato della propaganda e di aver fatto comparire Neil Patrick Harris in una divisa volutamente prossima a quella delle SS. Il regista voleva raccontare «fascisti che non sanno di essere fascisti» e pensava che il riferimento fosse talmente evidente da non richiedere spiegazioni.

Peccato che i problemi comincino sempre dall’intenzione pedagogica. È chiaro a chiunque che non basta stabilire che l’autore “intendeva condannare” qualcosa per stabilire l’effetto di quella rappresentazione. Per due ore Verhoeven mette davanti allo spettatore ragazzi giovani, belli e atletici che si addestrano e combattono insieme contro un nemico mostruoso per cui nessun sano di mente può empatizzare. Chi potrebbe immedesimarsi in aracnidi giganteschi che squartano esseri umani? L’unico scudo tra questo destino orrendo e l’umanità sono proprio le uniformi, le astronavi da battaglia, le gerarchie e il cameratismo che il regista vorrebbe mettere in ridicolo. Insomma, anche Verhoeven non può sfuggire a una regola basilare: se vuoi rappresentare il militarismo come qualcosa di seducente per denunciarne la seduzione, devi prima renderlo seducente. E dopo che lo hai fatto non puoi più pretendere di controllare interamente il risultato.

Se per mostrare quanto è pericolosa una certa idea devi darle bellezza, disciplina, corpo, ritmo e mito, hai già ammesso che possiede una forza che il commento morale successivo non può semplicemente cancellare. Poi trent’anni dopo arriva Trump, guarda quella divisa e dice: perfetta per una Space Force che deve estendere il dominio statunitense sulla galassia. Non è che non abbia capito il film, è la forma ad avere continuato il proprio viaggio indipendentemente dalle buone intenzioni.

Dalla fantascienza alla dottrina militare

Infatti, il punto potrebbe essere soltanto una divertente disputa estetica se intorno a quella divisa non stesse cambiando il mondo reale. Tre giorni prima del post di Trump, il nuovo Chief of Space Operations Douglas Schiess ha rivolto il suo primo messaggio ai Guardians: la Space Force deve essere pronta a «fight and win» le guerre americane ottenendo e mantenendo la «space superiority». Ma questo non è un linguaggio memetico o una gag: è la formulazione ufficiale della missione militare americana nello spazio. La Strategic Guidance del Combat Forces Command è ancora più esplicita: «Protect, Defend, and Attack». Le forze spaziali devono poter conquistare e mantenere la superiorità nello spazio, proteggere le capacità americane e consentire agli Stati Uniti di proiettare potenza. Il documento parla apertamente di forze «ready for war», della necessità di normalizzare operazioni di attacco e dello spazio come terreno decisivo per la superiorità militare negli altri domini.

A quel punto la divisa di Starship Troopers smette di essere soltanto una citazione cinematografica e diventa la raffigurazione perfettamente leggibile di qualcosa che esiste già: il ritorno della conquista nel vocabolario del futuro. Per almeno trent’anni ci era stato raccontato esattamente il contrario. La tecnologia avrebbe progressivamente neutralizzato il conflitto. Internet avrebbe unito il mondo. Il commercio avrebbe reso la guerra irrazionale. Le frontiere sarebbero diventate residui amministrativi. L’automazione avrebbe liberato l’uomo dalla fatica. La politica sarebbe stata sostituita dalla gestione. Il futuro, in sostanza, avrebbe coinciso con una gigantesca amministrazione planetaria del benessere.

E invece è arrivato il drone FPV. Sono arrivati i sistemi autonomi, il targeting algoritmico, la guerra elettronica, i satelliti da difendere e da neutralizzare, l’intelligenza artificiale militare. E mentre gli Stati Uniti costruiscono una forza armata il cui scopo dichiarato è conquistare la superiorità spaziale, la Cina prepara il passaggio della robotica umanoide dal laboratorio al campo di battaglia. Reuters ha ricostruito oltre cento documenti cinesi tra appalti, brevetti, studi e pubblicazioni militari: il PLA sta sperimentando umanoidi per ricognizione, logistica e scenari di assalto urbano. Un articolo del PLA Daily ha ipotizzato il passaggio «dal supporto al combattimento al combattimento primario»; anche l’esercito americano ha già avviato una competizione per sviluppare «militarized humanoid capabilities». Per ora questi sistemi restano energivori, fragili e lontani dall’immagine hollywoodiana del terminator autonomo. Ma l’indirizzo del futuro è chiarissimo per chi ha il coraggio di sostenerne lo sguardo senza ricorrere a vecchi schemi mentali.

La Silicon Valley ha riscoperto lo Stato

Lo stesso rovesciamento, come abbiamo visto in passato, si vede già nell’industria tecnologica americana. Ad aprile Palantir ha condensato The Technological Republic di Alexander Karp e Nicholas Zamiska in un manifesto di ventidue punti. Il linguaggio sembra provenire da un universo distante anni luce dalla Silicon Valley libertaria degli anni Novanta: le aziende tecnologiche avrebbero un debito morale verso il Paese che ne ha permesso l’ascesa; l’IA militare verrà costruita comunque; la vera domanda è chi la costruirà e per quale scopo; all’era atomica starebbe succedendo un nuovo sistema di deterrenza fondato sull’intelligenza artificiale. Contemporaneamente Palantir attacca filosoficamente il pluralismo vuoto, il relativismo e l’idea che tutte le culture producano gli stessi risultati.

È difficile trovare una smentita più spettacolare della favola secondo la quale lo sviluppo tecnico avrebbe inevitabilmente prodotto società sempre più post-politiche. La tecnica, oggi come ieri, non abolisce la distinzione tra amico e nemico. Ed è forse questa la vera ragione per cui la fotografia pubblicata da Trump merita più di una risata. Il presidente americano fa quello che la politica ha sempre fatto nei momenti di trasformazione: costruisce immagini abbastanza semplici da dare una forma mitica a processi enormemente complessi.

Insomma, la grande previsione mancata degli ultimi decenni non riguarda una singola tecnologia ma la natura stessa della storia. Pensavamo che il progresso tecnico avrebbe chiuso l’epoca della potenza, della gerarchia, del conflitto e delle grandi appartenenze. E invece scopriamo tra stupore e indignazione che può moltiplicarne gli strumenti. E così mentre la Cina studia umanoidi destinati un giorno a combattere e Palantir chiede agli ingegneri di tornare al servizio della nazione, la Space Force prepara i propri uomini a conquistare la superiorità nello spazio. Verrebbe quasi da dire che quelli addormentati in un sogno distopico non sono loro, ma chi ancora si ostina a volersi difendere dal futuro.

Sergio Filacchioni

You may also like

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati