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Verbania, Anpi e sinistra convocano il corteo dell’infamia contro Sergio Ramelli

by Sergio Filacchioni
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Roma, 20 set – Lo avevamo detto ad agosto, parlando dello “scandalo” scoppiato intorno al nome di Sergio Ramelli: per la sinistra non ci sarà mai un limite. Non bastavano la petizione, i comunicati, le prese di posizione dei partiti, gli appelli degli ex sindaci e i banchetti nelle piazze. Adesso si scende direttamente in strada. Infatti, per domenica 27 settembre, alle 17, l’Anpi ha convocato a Verbania il corteo dell’infamia. L’obiettivo è impedire che il nome del diciottenne milanese ucciso nel 1975 da militanti di Avanguardia Operaia non venga dato a un tratto del lungolago di Intra.

C’è qualcosa di estremamente concreto in questa scena, una concretezza che batte molte speculazioni su “pacificazioni” e retoriche sulla concordia nazionale. Cinquantuno anni dopo la morte di Ramelli, organizzazioni politiche, sindacali e associative ritengono necessario mobilitare persone, bandiere e sigle perché non gli venga concesso nulla: né spazio né memoria. Perché in fin dei conti è questo il desiderio segreto, coperto dalla retorica delle “povere vittime”: spingere fuori dalla memoria nazionale i camerati assassinati. Si potrebbe pensare che poche centinaia di metri di passeggiata non facciano la differenza. E invece è proprio nello spazio la contesa.

Un corteo perché Ramelli non abbia il suo spazio

Attorno al comitato “No Intitolazione Lungolago Intra a Ramelli” si è radunato praticamente l’intero arcipelago mafioso-politico -associativo dell’antifascismo: Anpi, Arci, Libera, Cgil, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi Sinistra, Rifondazione Comunista, Giovani Democratici, Volt, Italia Viva e altre realtà cittadine. La mobilitazione viene presentata come difesa di una «memoria condivisa fondata sui valori della democrazia, dell’antifascismo e della Costituzione». Inutile dire che la formula è falsa: per loro, la memoria può essere condivisa soltanto tra di loro. Coprire di lessico democratico una posizione ideologica non la rende meno antagonista. Concedere a Ramelli il rango di vittima non rende i vandalismi, gli attacchi, gli slogan contro i fascisti e la loro memoria meno efficaci.«Vittima come tanti altri giovani». Ma loro avrebbero difeso gli assassini a spada tratta, e tutto sommato li difendono ancora. Ma ovviamente questo riconoscimento ha un limite: quando la vittima sgomita per avere il suo spazio scatta la reazione.

E per certi versi è un bene, perché ci ricorda che nessuna ambizione (o sarebbe meglio dire tentazione) di “pacificazione” dovrebbe portarci a depoliticizzare il passato: Sergio Ramelli non era soltanto un ragazzo di diciotto anni massacrato a colpi di chiave inglese. Era un militante del Fronte della Gioventù, un giovane studente che aveva fatto la sua scelta storica. Ed è precisamente questa appartenenza a bucare la cortina di fumo democratica e rendere il suo nome e la sua morte qualcosa di più che una semplice intitolazione da concedere o revocare.

La battaglia è sempre stata sul marciapiede

La posta in gioco, quindi, è il diritto di Sergio Ramelli e della sua visione del mondo di entrare nello spazio politico come principio attivo e operante. Negando la memoria a Ramelli non stanno semplicemente contestando una memoria, si stanno opponendo ad una operatività, ad un progetto storico, ad una volontà politica che esiste nonostante il loro potere. Un giorno è la targa per Ramelli, quello dopo riguarda Norma Cossetto, quello ancora dopo tocca a Franco, Francesco, Stefano, Alberto. Poi si passerà a boicottare una casa editrice. Poi dovrà essere sciolto un movimento. Poi tornerà ad essere necessario eliminare fisicamente i fasci.

Ed è precisamente questo che il corteo del 27 settembre vuole esplicare senza dirlo. Da una parte Albertella sostiene che le vittime della violenza politica “non abbiano colore”. Gli antifascisti, invece, respingono l’idea stessa che la memoria pubblica possa prescindere dall’appartenenza politica. Sono due concezioni incompatibili. Non occorre aggiungere molto altro per capire fino a che punto, in Italia, la guerra sulla memoria sia ancora una questione del presente. E quanto, ancora, sia una questione che corre sui marciapiedi.

Sergio Filacchioni

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