TYLER-BAMBINO-TRANSGENDER-2Roma, 16 apr – Qualche giorno fa due giornali inglesi, Mirror e The Guardian hanno trattato la notizia del crescente aumento di bambini transgender in Inghilterra.

La storia di questi bambini, è stata raccontata sulla rete televisiva BBC2, dal documentarista Louis Theroux, nello speciale Transgender Kids, andato onda domenica 12 aprile alle 21. Secondo i dati raccolti da Theroux, ci sono dai 300 mila ai 500 mila transgender nel Regno Unito, e il 5% si trova ad affrontare la crisi di identità sessuale fin dalla tenera età. I numeri raccolti non sono però affidabili perché mancano le statistiche ufficiali a riguardo.

L’ Apa (American Psychiatric Association) definisce nel Dsm (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) il “Disturbo dell’identità di genere in bambini” come un “persistente e intenso disagio rispetto al sesso assegnato, insieme al desiderio di essere dell’altro sesso. Si riscontra un persistente interesse rispetto all’abbigliamento e alle attività tipiche del sesso opposto, e un rifiuto del proprio genere“. Il Dsm specifica che “il comportamento da maschiaccio in una bambina, e un comportamento effeminato in un bambino” non sono assolutamente sufficienti per poter fare una diagnosi, che richiede “un profondo disagio rispetto alla propria identità di genere“. Oggi si preferisce utilizzare l’acronimo Agio (Organizzazione atipica dell’identità di genere) per identificare questo tipo di problematica dell’infanzia.

Nonostante la mancanza di dati ufficiali sui bambini transgender, la sanità pubblica britannica (Nhs) offre aiuto psicologico a famiglie con minori, anche di 3 anni, che “ritengono“ di essere nati nel sesso sbagliato; cure farmacologiche, ormonali e paga anche le operazioni di cambio del sesso, per gli over 18, a un costo di circa 10 mila sterline a intervento.

Nel biennio 2009-10 i bambini sotto gli 11 anni che si sono rivolti ai Centri che trattano i transgender, sono stati 19 e sono aumentati drasticamente a 77 nel biennio 2014/2015.

Situazione simile ad Amsterdam, nel VU Medical Center, che ha sviluppato un protocollo per la presa in carico di adolescenti e preadolescenti con la disforia di genere che prevede anche la «sospensione della pubertà» dopo i 12 anni tramite l’utilizzo di farmaci appositi che bloccano la produzione degli ormoni sessuali e, dopo un periodo che può arrivare al massimo a 4 anni, se viene confermata la diagnosi di disforia di genere gli adolescenti sono reindirizzati, grazie a un’altra terapia ormonale, verso la pubertà dell’altro sesso.

Tale protocollo è stato adottato in Canada, negli Stati Uniti, in Australia, in Giappone e in molti paesi del Nord Europa, come Germania e Gran Bretagna. In Italia l’unica richiesta per la sua introduzione è stata formulata dall’ospedale Careggi di Firenze un paio di anni fa, ma senza successo dal momento che ci si è chiesti se fosse stato giusto sottoporre i bambini a “manipolazioni biologiche” e se fosse possibile prendere una decisione così radicale, come il cambiare sesso, durante l’infanzia.

È necessario sottolineare, a tal proposito, che nella suddetta clinica olandese, solo tra i 22 e il 30% dei bambini diagnosticati persiste nella disforia di genere anche da adolescente. Per questo sarebbe opportuno non interferire in nessun modo con il loro sviluppo naturale. Infatti i farmaci utilizzati fermano la produzione degli ormoni sessuali e quindi impediscono la piena maturazione sessuale e lo sviluppo dei cosiddetti caratteri sessuali secondari . Voce, barba, pomo d’Adamo nei maschi, seni e fianchi nelle femmine.

Edgardo Menvielle, che segue bambini transgender nel Children’s National Medical Center di Washington, e centinaia di famiglie in tutto il paese grazie ad un network online, ha stimato che l’80% di questi bambini finisce per tornare al proprio sesso biologico, mentre il restante 20% rimane transgender in età adulta.

Per questo motivo ci sono psichiatri, come Kenneth Zucker, che ritengono controproducente consentire la transizione nei bambini, promuovendo invece la neutralità per i bambini che hanno un disagio rispetto alla loro identità di genere.

Non bisogna sottovalutare, infatti, che tutti i bambini mostrano curiosità per giochi, abbigliamento, modi dell’altro genere. Alberto Pellai, medico che si occupa di prevenzione di comportamenti a rischio nell’età evolutiva, sostiene che nel gioco i bambini, vivono le avventure più straordinarie, incarnano i personaggi più improbabili, inventano amici immaginari. E che, nel “facciamo finta che…” succede di tutto, anche che i maschi si vestano da femmine e viceversa ma che tutto questo serve a stimolare la fantasia e a crescere.

“Cristallizzare” per sempre a cinque, sette o nove anni l’identità di un bambino può rivelarsi una scelta pericolosa a maggior ragione se si tratta di una identità di genere differente da quella che si è ricevuta al momento della nascita.

Infine, come dimostrò il dottor Judd Marmor, che fu presidente dell’Apa e impegnato attivista pro-gay, la non conformità sessuale di origine biologica (esposizione prenatale ad alti tassi patologici di ormoni) non portava necessariamente neppure ad un comportamento di tipo omosessuale. Egli diceva che l’omosessualità, anche in questi casi, “può essere evitata poiché come è stato osservato, i bambini costituzionalmente effeminati e le bambine costituzionalmente mascoline possono sviluppare normali relazioni eterosessuali, se l’ambiente familiare in cui vivono e le opportunità di vita sono favorevoli a un appropriato processo di identificazione sessuale”

Marta Stentella

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