Pechino, 29 dic – Nel 2017, la Cina è diventata il più grande paese produttore di energia elettrica del mondo, rappresentando oltre il 24% della produzione globale e arrivando a superare persino gli Stati Uniti d’America.

Per riuscire a conquistare una posizione dominante nel mondo dei produttori di elettricità, la Cina ha investito molto nel potenziamento delle sue infrastrutture energetiche. Questi investimenti hanno creato giganti energetici tra cui la China Three Gorges Corporation (CTGC), che è diventata il terzo fornitore mondiale di energia elettrica nel 2017, il gruppo Guodian e il gigante del carbone Shenhua Group.


La Cina ha investito oltre 452 miliardi di dollari tra il 2013 e il 2018 all’estero nel settore della produzione e distribuzione di energia. Tali importi non tengono conto di tutti gli investimenti fatti  a monte e cioè degli  investimenti che contribuiscono alla produzione di energia e allo sviluppo di una reale sovranità energetica alla quale mira  la Cina. Infatti, la Cina investe molto nelle materie prime per lo sviluppo di energie fossili o verdi, nelle terre rare (essenziali per la costruzione di pannelli solari) in Groenlandia o in particolare nella famosa miniera di Mountain Pass. Ma anche in idrocarburi con quote nei campi di South Pars in Iran o nel megaprogetto artico LNG2.
 Nello specifico i 452 miliardi impegnati sono stati investiti nella costruzione di infrastrutture di trasporto come nel Laos o nella costruzione di nuove unità produttive attraverso investimenti azioniari nella diga di Belo Monte in Brasile, in Electrobras, nella acquisizione o partecipazione in società straniere come il 24% della greca Admie, il 40% della rete di distribuzione filippina ed infine gli investimenti e aiuti allo sviluppo o prestiti concessi da istituzioni cinesi in Africa, nel Pacifico o in Europa.

Per essere in grado di portare avanti una processo di elettrificazione globale, la Cina ha sviluppato l’ultra alta tensione. Come suggerisce il nome, è necessario utilizzare tensioni sufficientemente elevate da poter fornire elettricità a lunga distanza. Maggiore è la tensione, minore è la caduta di pressione lungo la linea. Grazie a questo iniziativa la Cina è in grado di portare la luce su migliaia di chilometri, come l’esportazione di oltre 4000mW dalla Cina al Pakistan, fino alla casa più remota che può essere collegata alla rete centrale. Questo dispositivo funziona anche per importare energia da un punto lontano come la Germania, che ha importato energia elettrica dalla Cina attraverso questa rete nel 2016, creando un’autentica autostrada energetica.
Tutto ciò  significa che domani un paese in deficit energetico sarà in grado di fornire energia a un altro, anche se questo paese si trova a migliaia di chilometri di distanza.

È probabile che queste reti globali passino attraverso diversi paesi, alcuni dei quali non sono necessariamente alleati, e quindi determinino significative questioni geopolitiche. La Cina ha registrato un vero e proprio atteggiamento proattivo nello sviluppo della rete per creare una sinergia globale attraverso l’acquisizione e la partnership strategica nell’azienda portoghese  Edp.

L’insieme di queste iniziative è la conseguenza diretta della dottrina della New Silk Road ed è parte della “strategia nazionale” secondo Xi Jiping. L’ex capo della China State Grid Corporation spiega che  dal 2020 al 2030 promuoverà l’interconnessione tra i continenti. Per fare questo, la Cina ha investito, come evidenziato dal Financial Times, in più di 83 progetti in tutto il mondo nel 2018 e ha creato più di 37 network di 37000 km Ultra High Voltage in tutto il mondo fino ad oggi.

Oltre alla Cina, solo alcune aziende come Siemens, ABB e Alstom hanno dimostrato la loro capacità di utilizzare  una tale  tecnologia. Tuttavia la postura offensiva cinese si è esplicitamente manifestata con  Alstom Grid poiché il gruppo francese ha dovuto adattarsi a standard cinesi già in atto per l’importanza della rete sviluppata dai cinesi. Una tale dinamica di standardizzazione consente al produttore di imporre il suo ritmo, ma anche il suo standard. Ciò gli conferisce potere di comando e controllo e, quindi, come la concentrazione degli operatori, contribuisce a centralizzare la rete globale di domani in un unico polo. La pressione della Cina sul Giappone sulle terre rare nel 2011-2012 è stato un primo segnale di allarme. Allo stesso modo, possiamo citare il dibattito svoltosi in Australia sul rischio di controllo della rete 5G da parte degli operatori cinesi.

La mancanza di standard europei basati sul know-how dei maggiori produttori continentali di energia potrebbe alla fine apparire come un punto debole rispetto alla concorrenza dell’industria elettrica cinese. 
Per quanto riguarda la progressiva concentrazione di produzione e distribuzione, le reazioni sono per il momento marginali. Le ultime reazioni sono la vendita da parte della Grecia (imposta dal Fmi e dall’Ue) dei suoi monopoli di stato durante la crisi. L’Unione Europea ha deciso di sacrificare l’industria solare il 6 settembre 2018. L’eliminazione delle barriere tariffarie contro la Cina da parte dell’Europa – mentre invece l’India e gli Stati Uniti d’America li rafforzano – solleva dunque la questione della credibilità della politica europea.

Giuseppe Gagliano

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  1. Articolo completo e molto interessante,forse dovrebbero leggerlo alcuni burocrati incompetenti, comunistoidi ed indegni , a livello europeo o qualche ignorante italiota che ancora rifiuta i moderni termovalorizzatori, nel momento in cui a Copenaghen hanno appena costruito e terminato uno stabilimento moderno ed avanzato in centro città……….nel frattempo in Cina gli studi sulle energie alternative proseguono, ovviamente anche con l’utilizzo del nucleare e delle risorse fossili, poiché ancora non siamo in grado come tecnologia di essere ad impatto zero………. auguri.

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