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FM02022015-chevronVarsavia, 2 feb – Chevron, gigante Usa del petrolio e del gas, è soltanto l’ultimo tra i grandi operatori a mollare le esplorazioni di gas di scisto – o “shale gas” – in Polonia, preceduto negli ultimi tempi da Exxon Mobil, Total e Marathon Oil.

La Chevron ha infatti dichiarato che terminerà le proprie esplorazioni del gas di scisto in Polonia, un settore che ha mancato di confermare le sue originarie promesse di trasformare gli approvvigionamento energetici dell’Europea orientale.

L’unità polacca della Chevron ha deciso di terminare le operazioni sul gasi di scisto in Polonia in quanto le relative opportunità non competono più favorevolmente con altre opportunità presenti nel portafoglio globale di Chevron ”, ha dichiarato il gruppo in un comunicato.

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Attività della Chevron nello shale gas in Polonia

Sia Chevron sia le altre grandi società di esplorazione ed estrazione furono originariamente attratte dalle stime che suggerivano grandi riserve di gas di scisto in Polonia. Tuttavia, da quando queste società hanno avviato le esplorazioni, le stesse stime sono state ridimensionate e le condizioni geologiche per le perforazioni – che vanno sotto il nome di fracking – si sono rivelate più difficili del previsto.

Negli scorsi mesi, la rapida caduta dei prezzi globali dell’energia ha costretto i maggiori player energetici a tagliare i budget di spesa per investimenti nei progetti meno sicuri, e lo stesso valore azionario della Chevron, al pari delle altre major, è tornato ai livelli del 2012 perdendo circa il 30% dal picco dello scorso luglio.

Il gas di scisto attraversa un brutto momento anche in Romania, altro paese in cui è attiva la Chevron, tanto che il primo ministro romeno Victor Ponta dichiarò lo scorso novembre che la Romania pareva non disporre di riserve di gas di scisto, nonostante gli sforzi condotti per la sua ricerca.

chevron-stopI governi dell’Europa orientale, in particolare Polonia, Romania e Lituania, nel recente passato hanno abbracciato entusiasticamente il sogno del gas di scisto come via per ridurre la rispettiva dipendenza dall’energia importata dalla Russia, vista come una fonte di vulnerabilità a causa della crescente tensione delle relazioni col Cremlino e le recenti discontinuità nelle forniture.

Tuttavia, nello scorso mese di dicembre, Chevron uscì unilateralmente anche dal progetto di sfruttamento del bacino di gas di scisto nella regione di Lvov, nell’Ucraina occidentale, a causa della caduta dei prezzi del petrolio e del gas.

Ciò nonostante, l’Europa orientale sta già diversificando i proprio approvvigionamenti con altri mezzi, in particolare mediante l’importazione di gas naturale liquefatto (LNG) da produttori come il Qatar, e il potenziamento delle connessioni con la rete di trasmissione del gas dell’Europa occidentale.

Il problema è che il gas liquefatto, a causa dei processi di trasformazione e del trasporto, costa assai di più del gas russo, come reso dolorosamente evidente anche dalle vicende del rigassificatore costruito in mare al largo di Livorno, mentre una migliore connessione con le reti occidentali, se può essere utile alla stabilizzazione delle forniture, evidentemente non contribuisce ad aggiungere un solo metro cubo di gas sul lato delle forniture primarie complessive.

In realtà la fuga dai progetti più costosi e dai ritorni più incerti, nel contesto della deflazione petrolifera, non riguarda soltanto l’Europa orientale.

Chevron Canada ha sospeso il suo progetto di esplorazione petrolifera nel mare di Beaufort, situato nell’artico, per un periodo indefinito a causa dell’incertezza nei ritorni economici,

Nel frattempo, non appare migliore la situazione delle perforazioni per esplorazione ed estrazione di idrocarburi di scisto negli stessi Usa, a casa della Chevron, come abbiamo documentato su queste colonne alcune settimane fa, riflettendo il dato globale della riduzione del prezzo del petrolio di oltre il 50% in sei mesi. I dati aggiornati rispetto alla nostra ultima analisi indicano che in appena una settimana, dal 23 al 30 gennaio, il numero di piattaforme di esplorazione ed estrazione operative negli Usa  diminuita di 90 unità, un record da quando la società di rilevamento Baker Hughes avviò il conteggio mensile di questi impianti nel 1975, ossia 40 anni fa.

Secondo Goldman Sachs, questa diminuzione del numero di impianti negli Usa è la più veloce e consistente (meno 242 in un anno, equivalente al 13% del totale) rispetto a qualsiasi altro mercato importante.

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Bacini di gas e petrolio di scisto negli Usa

L’enorme sforzo di esplorazione di giacimenti non convenzionali condotto negli anni passati, quando il prezzo del petrolio ha oscillato intorno a valori molto alti, nello stretto intervallo tra 85 e 110 dollari al barile, ha prodotto – soprattutto negli Usa, ma anche in Canada e altri paesi – un forte aumento delle estrazioni di gas e petrolio, e ha suscitato il sogno dell’autosufficienza energetica almeno nell’Europa orientale.

Oltre i dettagli e le contingenze dei singoli progetti, il quadro complessivo emerso dalle vicende degli ultimi mesi suggerisce che la maggior parte dei progetti non convenzionali avviati negli anni scorsi, si tratti degli idrocarburi di scisto, delle risorse nell’artico, delle sabbie bituminose o delle acque molto profonde, non reggono economicamente perché il prezzo corrente del petrolio, tra 40 e 50 dollari al barile, si colloca su valori che appena all’inizio degli anni 2000 sarebbero sembrati alti, e che ora al contrario giudichiamo troppo bassi, oppure perché le stime delle risorse estraibili si rivelano gonfiate, o infine a causa dei reali costi di esplorazione ed estrazione che superano di molto quanto preventivato.

Con il drastico stop ai progetti domestici, così come alle prospettive, per altro abbastanza vaghe, di importazione di gas preventivamente liquefatto direttamente dagli Stati Uniti (a loro volta sempre più lontani dall’autosufficienza energetica), e infine con il declino dell’estrazione di gas nei paesi dell’Unione Europea, all’Europa orientale non rimane che il solito fornitore storico, l’odiata Russia che, con questi recenti sviluppi – ampiamente previsti – consegue una vittoria strategica di enorme importanza sul piano sia geopolitico sia economico, nonché potenzialmente una formidabile arma di ricatto.

Solo un improbabile colpo di reni della politica europea, paradossalmente invece sempre più ostile al gigante euro-asiatico, potrebbe invertire una rotta che altrimenti rischia di trasformarsi in una catastrofe economica e sociale dalla portata difficilmente prevedibile proprio a partire dai paesi più orientali dell’Europa stessa, dipendenti oltre misura – e, a quanto pare, inevitabilmente – dal gas russo.

Francesco Meneguzzo

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