Roma, 27 lug – La recente visita a Bruxelles del segretario Usa all’Energia Rick Perry, in occasione dell’High-Level Business-to-Business Energy Forum tenuto lo scorso maggio, ha nuovamente acceso l’attenzione sulle forniture di gas liquido americano pronte a essere inviate in Europa, dove oltre il 75% del gas utilizzato (474 miliardi di metri cubi nel 2018) viene importato da paesi extra-Ue.

Quanto Gnl importiamo

A oggi, le importazioni di gnl  rivestono un ruolo ancora secondario nel vecchio continente, con una quota del 14% in arrivo principalmente da Qatar, Algeria, Nigeria e Russia. Soprattutto per ragioni di convenienza economica del gas trasportato via condotta, che non richiede costose infrastrutture e processi di liquefazione/rigassificazione. Ma la decisione con cui gli Usa stanno imponendo l’acquisto di gnl agli Stati europei potrebbe invertire la rotta.


Anche il gas liquido proveniente da oltreatlantico rappresenta un fenomeno attualmente circoscritto (intorno ai 10 miliardi di metri cubi nel 2018) seppur in forte crescita, con le statistiche della Commissione Europea che registrano un incremento del 272% nel periodo agosto 2018 – aprile 2019 rispetto quello precedente. La preparazione di un tale piano non è del resto frutto di una decisione improvvisa dell’amministrazione Trump bensì, in linea con quanto accaduto durante l’amministrazione Obama, segue il trend positivo di produzione raggiunto grazie all’adozione delle tecniche estrattive di fracking (fratturazione idraulica del suolo).

Usa contro Russia: l’Europa in mezzo

Ecco quindi spiegato il monito del segretario Perry, che sotto la minaccia di una guerra commerciale, ha intimato agli stati Ue di superare il parametro di prezzo nella valutazione del ricorso al gas americano: “Se gli europei dovessero preferire acquistare gas naturale dalla Russia (da dove oggi proviene il 43% delle importazioni Ue via gasdotto ndr), più conveniente, piuttosto che comprarlo dagli Usa, guardando esclusivamente all’economicità della fornitura e non all’affidabilità della stessa, allora, applicando lo stesso criterio, si potrebbe decidere di preferire automobili meno care delle Bmw, delle Mercedes o delle altre belle auto che l’Ue produce”.

Un’indubbia mancanza di economicità (almeno il 30% in più del gas trasportato via condotta secondo alcune stime), la quale va detto non è mai stato l’unico riferimento nelle decisioni di politica energetica, confermata anche dall’amministratore delegato di Snam Marco Alverà, che in una recente audizione di fronte alla commissione attività produttive della Camera ha sottolineato come il gas liquido americano offra “una mano da un punto di vista della sicurezza ma non sotto l’aspetto competitivo”.

Quella imposta dagli Usa rischia quindi di essere una scelta costosa, sia per quanto concerne la materia prima che le infrastrutture necessarie al suo utilizzo (l’attuale capacità di rigassificazione non sarebbe pronta ad accogliere quantitativi di rilievo soprattutto in certi paesi e gli investimenti sarebbero infine caricati sui clienti finali, industrie incluse). L’unico aspetto rilevante andrebbe rintracciato in una sempre desiderabile diversificazione delle fonti e delle zone di provenienza del gas, il che porterebbe anche a un alleggerimento del legame eurorusso, noto spauracchio in seno ai decisori della politica estera americana.

Leggendo la partita solo sotto questi aspetti si otterrebbe tuttavia un quadro parziale, che potrebbe essere completato con numerosi elementi di interesse offerti dal contesto internazionale, quali l’instabilità libica e la transizione politica in atto in Algeria, le tensioni nei rapporti Usa-Russia-Ue e, non ultimi, i venti di guerra che soffiano sullo stretto di Hormuz, dove ogni giorno transitano 21 milioni di barili di petrolio (un quinto del quantitativo mondiale).

Tutti questi fattori potrebbero improvvisamente influire sui mercati del gas naturale (attualmente interessato da un trend ribassista), il quale sarà progressivamente più importante per i sistemi energetici europei alla luce dell’abbandono del carbone utilizzato per la generazione elettrica (l’Italia si è impegnata al cd. “phase out” entro il 2025, la Germania nel 2038), con una capacità che in molti casi andrà sostituita almeno inizialmente proprio con il gas naturale, nonché della chiusura delle centrali nucleari prevista in Germania dal 2022. Anche per questo e malgrado le forti insistenze americane, Berlino sta completando il raddoppio del Nord Stream, che aumenterà i quantitativi di gas direttamente provenienti dalla Russia.

Gli Usa, impegnati su più fronti per limitare la crescita cinese, sanno che nel prossimo futuro avremo sempre più bisogno di gas naturale (Italia in primis, grazie anche allo stop alle trivelle voluto dai 5stelle) e inviano i propri ministri in Europa a gestire una partita da decine di miliardi di euro all’anno, ma soprattutto a ricordarci che la sovranità continentale ha un prezzo. Circa il 30% in più al metro cubo.

Armando Haller

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