Questo articolo, che mette in discussione le teorie antirazziste sull’origine dell’uomo in Africa, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di dicembre 2017.

Veniamo tutti dall’Africa. Questa almeno è la teoria dominante tra i paleoantropologi che cercano di scrivere la storia dell’origine del cosiddetto Homo sapiens, ovvero dell’essere umano moderno. Questa teoria, chiamata Out of Africa, sostiene che l’Homo sapiens più antico sia il cosiddetto Uomo di Kibish, i cui resti trovati in Etiopia sudoccidentale nei pressi del fiume Omo risalgono a circa 200mila anni fa. Da questa zona, ritenuta la culla di un’origine unica dell’uomo, l’Homo sapiens si sarebbe via via sparpagliato con progressive migrazioni fino ad arrivare ad abitare tutto il mondo. Sempre secondo questa teoria, l’uomo così come lo conosciamo sarebbe giunto in Europa solo nel Paleolitico superiore, circa 30mila anni fa, quindi molto dopo la sua comparsa nell’Africa subsahariana.

La teoria Out of Africa

A supporto di questa teoria ci sarebbe poi quella della cosiddetta «Eva mitocondriale». Eseguendo una comparazione sul Dna mitocondriale di campioni appartenenti a diverse etnie, gli scienziati hanno supposto che le sequenze di Dna siano evolute da quella di un antenato comune. Poiché i mitocondri – degli organelli addetti alla respirazione cellulare e dotati di Dna proprio – vengono ereditati solo dalla propria madre, questa supposizione porta alla teoria secondo la quale tutti gli esseri umani avrebbero una linea di discendenza femminile derivante da un’unica donna. Appunto, la Eva mitocondriale che, secondo la filogenia, sarebbe vissuta proprio nell’Africa sudorientale circa 200mila anni fa.

Come ovviamente accade per questioni che riguardano accadimenti di centinaia di migliaia di anni fa, con reperti spesso incompleti e catene evolutive che presentano buchi – i famosi «anelli mancanti» – si resta sempre nel campo delle ipotesi. Eppure questa dell’origine africana dell’uomo sembra diventata più un dogma che una semplice teoria. Più volte il fatidico «veniamo tutti dall’Africa» è stato usato più come slogan che come argomento scientifico. Veniamo tutti dall’Africa, quindi siamo tutti immigrati africani, quindi chi siamo noi per bloccare le migrazioni di massa dal continente africano? E poi ancora, veniamo dall’Africa, quindi in qualche modo siamo, o almeno eravamo, tutti neri. Del resto, per paradosso, il fatto di pensare che tutte le etnie siano un’evoluzione di quella nera subsahariana, che risulterebbe così – a rigor di logica – la meno evoluta, non è una tesi che dispiacerebbe a de Gobineau.

Ma il dogma dell’origine africana per discendenza matrilineare da una «Grande Madre Africana» sembra soprattutto avere una forte valenza simbolica per gli araldi fanatici del politically correct dem, i quali vorrebbero relegare il maschio bianco europeo e la cultura patriarcale europea ai margini fino a farli sparire, come se un eventuale primato temporale di nascita dell’uomo in Africa piuttosto che in Europa o il fatto che gli africani siano nati prima degli europei possano avere effettivamente un valore per depotenziare la centralità storica e culturale europea.

Le nuove scoperte

Ma, al di là delle evidenti falle logiche nei discorsi che derivano da questa teoria, è davvero così sicuro che «veniamo tutti dall’Africa»? Certo, la teoria è ancora la più accreditata negli ambienti accademici, ma sono almeno dieci anni che ogni scoperta in questo campo sembra demolirne le fondamenta.

Nel 2006 una ricerca coordinata dal Cenieh di Burgos – alla quale ha collaborato anche il dipartimento di Biologia animale e dell’uomo della Sapienza – e i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica americana Pnas, è arrivata a risultati che non concordano affatto con la Out of Africa. Il team di scienziati avrebbe raccolto i dati morfologici di circa 3000 denti appartenenti a ominidi del genere Australopithecus e Homo vissuti in un periodo che va da 2 milioni di anni a circa 10mila anni fa. Dai risultati risulterebbe che il popolamento dell’Europa sarebbe stato il frutto non di migrazioni africane, ma di un complicato mix di immigrazioni ed emigrazioni dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa stessa. Lo studio proverebbe inoltre che il genere Homo si sarebbe formato anche in Asia ed Europa e non solo in Africa e che quindi l’Homo sapiens sarebbe proprio il frutto di questo mix.

Nell’agosto del 2012 il ritrovamento casuale, da parte di un bambino di 11 anni, dei resti di un mammut di 45mila anni nel golfo siberiano del fiume Yenisej, in pieno circolo polare artico, portò a un’altra sorprendente scoperta, poi divulgata nel gennaio 2016 dalla rivista Science. Lo studio sulle ossa fossili avrebbe infatti evidenziato segni di ferite che dimostrano un’organizzazione di caccia molto avanzata, nonché segni di macellazione e asportazione del grasso. Il che vuol dire – oltre al fatto che il circolo polare artico era abitato dagli Homo sapiens parecchie decine di migliaia di anni prima che giungessero le migrazioni dal Sud subsahariano – che quegli uomini erano anche particolarmente abili nella costruzione di strumenti, nel fabbricare abiti caldi e allestire rifugi per sopravvivere a climi rigidi e ambienti inospitali, tutte caratteristiche che in quei tempi le «popolazioni originarie» provenienti dal Sud non avevano.

Un’origine europea?

Ma le scoperte che avrebbero del tutto demolito la teoria dell’origine africana sono arrivate tutte negli ultimi mesi. Nel maggio scorso un team internazionale di scienziati tra cui Jochen Fuss, Nikolai Spassov, David R. Begun, Madelaine Böhme (firmatari dell’articolo sulla rivista del Plos, il Public Library of Science) avrebbe ritrovato dei fossili di un ominide con denti molto simili a quelli umani che sarebbe vissuto tra la Grecia e la Bulgaria circa 7,2 milioni di anni fa. La creatura, chiamata Graecopithecus Freybergi, è un diretto antenato della specie Homo e presenta molari larghi e smalto denso proprio come negli uomini. La scoperta dimostra che i presunti antenati dell’Homo avevano cominciato a evolversi in Europa già 200mila anni prima che questo avvenisse in Africa e i dati delle ricerche degli scienziati del team supporterebbero il fatto che la divergenza tra scimpanzé e uomo sia avvenuta nel Mediterraneo e non in Africa.

A settembre un’altra clamorosa scoperta fatta dallo scienziato Gerard D. Gierlinski, professore dell’Istituto geologico della Polonia, avvenuta sempre in Grecia, nell’isolotto cretese di Trachilos: una serie di impronte vecchie 5,7 milioni di anni che presentano la classica struttura del piede umano con cinque dita e un calcagno. Si tratterebbe in questo caso di un «ominine», cioè una sottofamiglia degli ominidi che, secondo la teoria evolutiva, si sarebbe scissa differenziandosi in uomini e scimpanzé. Fino a questa scoperta il più antico ominine conosciuto era vecchio di 4,4 milioni di anni: l’Ardipithecus ramidus, i cui fossili trovati in Etiopia sono tuttora tra le prove a supporto della teoria Out of Africa. Ma le impronte dell’antenato africano presentano quattro dita e un alluce che sporge verso l’esterno, come le scimmie. La più antica impronta conosciuta con forma umana con cinque dita e un calcagno era invece vecchia «solo» 3,7 milioni di anni ed era stata rinvenuta a Laetoli, in Tanzania. L’impronta di Trachilos confermerebbe i risultati dello studio sui denti del Grecopithecus: milioni di anni prima che quelli finora considerati gli antenati dell’uomo iniziassero a evolversi in Africa, tra Creta, la Grecia e l’Europa mediterranea erano presenti ominini già differenziati dagli scimpanzé, evoluti, bipedi, eretti e dalla dentatura umana.

Una storia da riscrivere

Infine, nell’ottobre scorso è arrivato quello che sembra essere il colpo definitivo ad Out of Africa: un altro dente di un «primate ominide» trovato in Germania, nella valle del Reno nei pressi della città di Eppelsheim, dall’incredibile età di 9,7 milioni di anni. Per gli esperti il dente avrebbe caratteristiche molto simili a quelle della famosa Lucy, la femmina australopiteco ritrovata in Etiopia nel 1974 che avrebbe fornito una ulteriore «prova» per la teoria dell’origine africana dell’uomo. Il problema è che Lucy ha «appena» 3,2 milioni di anni e la teoria di cui è testimonial prevedrebbe che l’umanità avrebbe iniziato a evolvere proprio da quel ceppo circa 400 mila anni fa, nell’Africa Orientale, per poi approdare in Europa circa 30 mila anni fa. Sempre secondo questa teoria, esseri come il Graecopithecus e l’ominide della valle del Reno non sarebbero dovuti esistere fuori dall’Africa e soprattutto in Europa se non molti milioni di anni più tardi. Storia riscritta e Out of Africa definitivamente abbandonata? Ovviamente no. Come sempre accade, la comunità internazionale degli scienziati è restia a tornare sui suoi passi, soprattutto quando si tratta di un «dogma» dei cui risvolti simbolici e politici abbiamo già parlato. Finora, dopo queste scoperte, la risposta ufficiale è sempre stata molto cauta, variando da «bisogna stare calmi» a «potrebbe essere un caso isolato». Il fatto è che i casi isolati cominciano ad essere un po’ tanti e già molti scienziati e riviste specializzate parlano di «storia dell’uomo totalmente da riscrivere».

Carlomanno Adinolfi

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5 Commenti

  1. La teoria delle grandi migrazioni della storia non mi ha mai convinto, soprattutto oggi che viene utilizzata come paradigma per giustificare le ondate migratorie che stanno sconvolgendo l’Europa.
    La mia contestazione si basa su semplici ragionamenti e altrettanto semplici rilievi.

    Secondo la scienza ufficiale il genere umano (Homo Sapiens) ha fatto la sua comparsa in Africa 500 mila anni fa secondo alcuni, 200 mila anni fa secondo altri. Le prime migrazioni dal continente africano verso tutto il mondo iniziarono, sempre stando alla paleontologia ufficiale, 120 mila anni fa e culminarono 15 mila anni fa quando l’Homo Sapiens-Sapiens è giunto nel continente americano attraverso lo stretto di Bering, il tratto di mare che separa la Siberia dal Canada.

    La motivazione principale a sostegno della tesi migratoria è la scarsità di cibo dovuto all’ultima glaciazione (Würm) che spinse i primi uomini ad abbondonare l’Africa per sbarcare in Europa e poi nel resto del mondo.
    Siamo in pieno Paleolitico, un’era caratterizzata da grandi sconvolgimenti climatici che hanno cambiato la faccia della terra. I ghiacciai coprivano la superficie di gran parte dell’Europa centro settentrionale e le successive piogge torrenziali e il disgelo dei ghiacciai sommersero terre e crearono laghi e acquitrini.

    Come abbiano fatto in queste condizioni i nostri antenati, senza alcuna cognizione di dove fossero e dove stessero andando, a piedi, senza mezzi di trasporto, strumenti di orientamento e tracciati da seguire, a superare impervie catene montuose, attraversare fiumi, laghi e oceani, terre sterminate e foreste impenetrabili; come fecero a resistere alle temperature polari senza morire assiderati è il primo dei numerosi quesiti a cui la scienza ufficiale non sa rispondere.

    Inoltre, se in Africa le condizioni ambientali volgevano al peggio per quale motivo si incamminarono verso nord dove le condizioni erano addirittura peggiori? E perché mai in quella direzione se non avevano nessuna conoscenza di cosa ci fosse al di fuori del loro minuscolo ambito territoriale? Cosa li spinse ad abbandonare l’Africa per andare in Europa e poi verso il Mar Glaciale Artico e da qui al Canada?

    Altro quesito senza risposta: i primi esseri umani erano organizzati in piccoli gruppi e nuclei familiari sparsi in un territorio immenso e totalmente scollegati fra loro. Come fecero quindi a organizzare e dirigere quella fiumana di persone e metterla in cammino verso luoghi sconosciuti senza carri per trasportare le vettovaglie (la ruota sarà introdotta dai Sumeri 12 mila anni più tardi), cartine geografiche per orientarsi e esprimendosi con mugugni animaleschi?

    Passi per l’attraversata del mar Mediterraneo che all’epoca, dicono i soliti scienziati, non c’era perché Europa e Africa erano uniti in un unico continente; passi per lo stretto di Bering che doveva essere completamente ghiacciato e che permise di passare dalla siberia all’Alasca, ma come riuscirono a raggiungere, ad esempio, l’Australia, un continente situato nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico?

    Come fecero, a bordo di improbabili zattere, ad avventurarsi in mare aperto senza bussola e senza alcuna conoscenza delle stelle per orientarsi? Lo stesso vale per la Britannia, l’Irlanda e altre isole come l’Islanda. Potrebbe essere stato l’istinto come avviene per uccelli e animali migratori a guidarli? Tesi inverosimile se consideriamo che gli animali migratori vanno a svernare verso aree calde e ben definite e non certo all’avventura verso zone ancora più fredde. A meno che non ammettiamo un qualche intervento divino, come quello che guidò la biblica attraversata del deserto.

    La mia opinione è che i paleontologi nelle loro formulazioni sono pesantemente condizionati dall’evoluzionismo. Per non contraddire Darwin hanno elaborato la teoria secondo cui da un unico ceppo scimmiesco si è sviluppato l’uomo che poi è migrato ai quattro angoli della terra dando origine alle odierne razze umane.

    Come per l’evoluzione, così per le migrazioni la scienza c’entra poco, mentre c’entra molto la speculazione ideologica. Non si vuole ammettere, pena sconfessare la teoria dell’evoluzione, che in un determinato momento sulla terra sono apparse le specie animali (e vegetali), differenti per area geografica, alcune delle quali sono giunte a noi come i coccodrilli, mentre altre si sono estinte (dinosauri e Mammuth).
    Allo stesso modo, nei vari continenti, in epoche presumibilmente diverse, è apparso l’uomo in tutte le sue varianti (razze) moltiplicandosi in funzione della sua capacità di adattamento alle diverse latitudini (in questo concordiamo con Darwin).
    Come sia apparsa la vita sulla terra e, soprattutto perché, è materia di filosofi e credenti, la scienza c’entra poco. Lasciamola stare e pensiamo a migliorare l’uomo, la cui unica “evoluzione” è stata quella di passare dalla clava alla bomba atomica.

    Gianfredo Ruggiero, presidente Circolo Culturale Excalibur
    Pubblicato da Gianfredo Ruggiero su Varese News.

  2. Su un canale RAI stanno mandando in onda da giorni un “documentario” dove magnificano l’Africa, condotto da un presentatore ovviamente negro (ops!), che parla e straparla dell’Africa come culla della civiltà dove è nata qualsiasi cosa, oltre al genere umano… Da ciò a straparlare di “rispetto per gli africani” e quindi di “accogliere quelli che migrano” (cioè quelli che vengono mandati qua, evidentemente da amici di quelli che finanziano certi “documentari”…) il passo è assai breve.
    Il grecopithecus è stato osteggiato sin dalla sua scoperta: che esso sia veramente o meno l’antenato zero, ce ne f0tte molto poco, così come non ce ne f0tte nulla se tutta l’umanità venga o meno dall’Africa, soprattutto se con ciò si vuole avallare un’invasione artificiale: di cui invece ci f0tte assai.

  3. Guardo spesso  History Channel  , meglio della RAI ….
    Nei programmi sugli alieni sostengono che gli uomini discendono o sono stati “prodotti” da antichi astronauti che hanno visitato (forse anche oggi) la terra….. per capirsi , le piramidi sarebbero rampe di lancio per dischi volanti .
    Mi sono sempre divertito pensando fossero c…..te ,
    ma rispetto alla teoria che saremmo tutti bingo-bongo !!!!!!
    Quindi, e pensando solo agli europei !  In una manciata
    di secoli ci saremmo :
    scoloriti , cambiato la struttura ossea ( in primis
    cranio e caviglia) , cambiato forma e colore degli occhi  , variato le cartilagini (mai visto un negro col profilo greco …),
    e modificato struttura e colore dei capelli …. e mi fermo per non essere noioso …..
    Ma dove hanno studiato sti fenomeni ? 
    Darwin almeno ha “ipotizzato” ma cercava l’anello mancante …
    Aderisco alla teoria del paleo contatto alieno !!!!!!

  4. Se i miei presunti lontani dovevano provenire dall’Africa non mi spiago il fatto di esser ricoperto di pelo come un mammuth e rispetto ai primati(da cui l’uoo dovrebbe discendere),il profilo del volto iscritto all’interno di un angolo convesso.

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