Roma, 20 feb – Le comunicazioni via WhatsApp o attraverso servizi di messaggeria istantanea vengono frequentemente portate come prova in tribunale.
Ma secondo Eric Goldman professore di diritto della Santa Clara University, frequentemente i giudici decidono di non considerare parte integrante del messaggio le cosiddette emoji “pensando che non siano rilevanti” mentre, a suo parere, sono “parte fondamentale della comunicazione”.
Una recente causa incardinata a San Francisco ha visto agli atti un messaggio diretto di Instagram: spedito da un uomo accusato di sfruttamento della prostituzione era indirizzato a una donna. Il testo diceva: “l’unione fa la forza” ma era accompagnato da emoticon rappresentanti sacchi di soldi e tacchi a spillo. L’uomo è stato condannato.

Sempre secondo Goldman, tra il 2004 e il 2018, le “faccine” sono stati elementi determinanti nelle cause giudiziarie in quantità esponenziale.
Per ciò che riguarda i reati legati alla prostituzione o allo spaccio le emoji potrebbero essere “codici” utili a capire di quale reato si parli, sottolinea Goldman.
Nel 2017, una coppia è stata condannata a un risarcimento anche sulla base delle emoji.
Avevano, infatti, contattato il proprietario di un appartamento dicendosi “interessati”.
L’uomo aveva sospeso la ricerca di altri inquilini perché il messaggio era accompagnato da icone di ballerini e da una bottiglia di champagne.
E quindi la coppia, dopo essere sparita per il proprietario è stata condannata perché “le icone trasmettevano grande ottimismo e il desiderio di affittare l’appartamento”.

Ilaria Paoletti

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