Roma, 11 ott – Quando si parla di Bionica, la scienza che studia la struttura e le funzioni degli organismi viventi allo scopo di trarne elementi utili per realizzare apparecchiature tecnologiche, l’immaginario volge immediatamente al futuro o a qualche film di fantascienza. Pochi sanno invece che questa scienza ha origini agli inizi dell’800 e, soprattutto, italiane. A muovere i primi passi in questo terreno inesplorato fu infatti il medico toscano Giuliano Vanghetti.

L’operato di Vanghetti è stato riportato agli onori della cronaca dai ricercatori dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, del Policlinico di Milano e del Politecnico di Losanna (Epfl) con un articolo sull’autorevole rivista Neurology. Nella loro trattazione, i ricercatori definiscono il medico italiano come l’ideatore delle neuroprotesi, in pratica un vero precursore della moderna bioingegneriaMa approfondiamo un attimo la sua conoscenza. Giuliano Vanghetti è nato a Greve in Chianti l’ 8 ottobre 1861. Dopo la maturità conseguita a Siena si iscrisse alla facoltà di medicina a Bologna dove conseguì la laurea nel 1890, sembrerebbe con un modesto 80/110. Gli inizi modesti e l’esigenza di mantenere la sua famiglia (moglie e due figli) lo spinsero ad Emigrare all’estero (in particolare in Australia e nelle Americhe) dove ebbe modo di imparare diverse lingue.

Ma la Storia, come sempre, ha un impatto sulla vita delle persone. L’Italia era allora impegnata nella Guerra d’Abissina e la sconfitta d’Adua colpì notevolmente il medico toscano. In particolare, a sconvolgerlo fu il trattamento ricevuto dagli Ascari che, considerati traditori, subivano l’amputazione della mano destra e del piede sinistro. I mezzi dell’epoca non erano certo all’avanguardia, così il governo italiano non poteva far altro che sostituire gli arti con semplici protesi fisse in legno. Fu così che il medico tornò in Italia, nella casa paterna di Empoli, per portare avanti e mettere in pratica una sua convinzione: se si vogliono realizzare protesi mobili esse devono essere collegate a quei muscoli ed a quei tendini recisi. Oggi sappiamo che questa fu una vera e propria illuminazione.

Per concretizzare questa teoria il medico si rinchiude nel suo laboratorio, azzerando quasi totalmente la sua vita sociale, effettuando dei test su alcune galline del suo pollaio. I risultati del suo studio furono pubblicati, a sue spese, nel 1989 ma senza alcun riscontro dalla comunità scientifica di allora. Fu solo nel 1905, dopo la presentazione della prima applicazione di una sua protesi, realizzata dal famoso ortopedico Giuseppe Redini, su un uomo operato dal professore Antonio Ceci, allora direttore della clinica chirurgica di Pisa, che i suoi studi raccolsero un primo flebile interesse. Saranno nuovamente gli eventi storici a dare una svolta alla vita di Vanghetti. Dopo lo scoppio della prima Guerra Mondiale, con il grado di Maggiore della Croce Rossa, diresse un centro per mutilati. Le stringenti esigenze belliche ed i primi progressi tecnologici in questo campo fecero si che sempre più chirurghi applicassero i suoi studi. Alla fine del conflitto arrivarono finalmente i riconoscimenti ma il medico toscano tornò alla sua vita isolata ad Empoli per accudire il figlio malato e proseguire i suoi studi. Morì il 2 maggio del 1940.

Nel luogo della sua sepoltura, nel 1942, il municipio fece apporre una targa che recita: «In questa casa degli avi suoi, schivo di onori, sdegnoso di lucro, ricreò lo spirito curioso d’ogni cultura, Giuliano Vanghetti, riformatore della tecnica delle amputazioni, ideatore geniale della vitalizzazione delle membra artificiali, il cui nome l’Italia e il mondo hanno meritamente iscritto nell’albo dei grandi benefattori dell’umanità».

Aldo Campiglio

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  1. Buongiorno, vorrei chiarire una imprecisione: alcuni dei ricercatori afferisco alla “Casa di Cura del Policlinico” e non al “Policlinico” di Milano. E’ una piccola ma sostanziale differenza essendo due istituzioni diverse.

    Peppino Tropea

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