topicRoma, 22 apr – Il Disturbo di Identità di Genere (GID) consiste nella non conformità della sessualità psicologica rispetto al sesso biologico. Negli adolescenti e negli adulti questa non conformità giunge alla disforia di genere, ovvero alla transessualità e consiste nell’angoscia (per almeno 2 anni) causata dal rifiuto persistente del proprio sesso anatomico e alla contemporanea convinzione di appartenere all’altro sesso anche se non esistono condizioni fisiche dovute a patologie genetiche o malformazioni anatomiche.

Le teorie genetiche e ormonali si sono dimostrate insufficienti a spiegare il fenomeno mentre la ricerca ha potuto dimostrare che la causa è, spesso, da ricercare nei fattori psico-ambientali. Nel caso, ad esempio, di transessuali uomo-donna si avrebbe una condizione di “troppa” madre e “poco” padre e madri che incoraggiano direttamente comportamenti femminili nel bambino. Mentre nel caso di transessuali donna-uomo si può avere una madre debole o depressa e/o un padre aggressivo con incoraggiamenti da parte dei genitori verso comportamenti maschili.

I massimi esperti mondiali in materia, Zucker e Bradley, accanto a questi fattori specifici legati all’apprendimento, hanno rilevato l’esistenza in questi soggetti di fattori generali come l’elevata sensibilità dei bambini, reazioni ansiogene agli stress e la difficoltà dei genitori nella regolazione degli affetti.

Gli individui affetti da GID non devono essere confusi con persone che presentano tendenze omosessuali né con quelle affette da anomalie della differenziazione sessuale (pseudo-ermafroditismo maschile o femminile, Sindrome di Morris ecc.).

Ma allora, nel GID il problema è nel corpo o nella psiche? A tal proposito è opportuno citare un esempio che riguarda il caso di una donna che è riuscita a farsi amputare la gamba sinistra perfettamente sana dopo che i precedenti tentativi di farla andare in cancrena, immergendola nel  ghiaccio, erano falliti. La storia di questa donna è stata pubblicata sul “Guardian” il 28 gennaio 2007.

Questa persona soffre di un disturbo, dismorfismo corporeo, simile al disturbo di identità di genere, nel quale il soggetto sente di “abitare” in un corpo che non corrisponde all’immagine idealizzata che ha di se stesso o sente che una parte del suo corpo non gli appartiene.

In questo caso, i medici devono accontentare i clienti i cui desideri sono separati dalla ragione o devono curare le patologie? E poi, la patologia è nella gamba o nella psiche? Molte deviazioni nascono dal conflitto tra il pensiero e la realtà: la persona dovrebbe essere aiutata ad avere un giusto rapporto tra il pensiero e la realtà, perché la liberazione da ogni disordine mentale ha luogo nella misura in cui la persona non si pone più in contrasto con l’ordine fondamentale delle cose, giunge ad accettare il mondo reale e le sue leggi e diventa capace di soddisfare le proprie esigenze all’interno della medesima realtà.

William Byne, psichiatra al New York State Psychiatric Institute e ricercatore all’Albert Enstein College dice che le ricerche effettuate sull’orientamento sessuale degli stessi individui affetti da anomalie provocate da alterazioni ormonali durante la differenziazione sessuale, confermano la validità dell’apprendimento sociale. Il comportamento sessuale di questi soggetti malformati dipende dal sesso verso il quale vengono orientati dai propri genitori, soprattutto se tale orientamento è stato fatto in modo non equivoco fin dall’infanzia. Questa teoria è stata confermata anche dal dottor Judd Marmor, che fu presidente dell’Apa e impegnato attivista pro-gay.

Si è portati a credere che gli interventi di riattribuzione del sesso siano liberatori e soprattutto decisivi per il benessere psichico dei soggetti affetti da GID ma la realtà è ben diversa: questi interventi si rivelano fallimentari e peggiorano la qualità della vita di chi ci si sottopone. Ciò è confermato anche in uno studio svedese condotto su 324 transgender, cioè la totalità di coloro che nel periodo 1973-2003 si sono sottoposti in Svezia all’intervento chirurgico di riassegnazione sessuale. La ricerca ha concluso che dopo l’intervento chirurgico c’è un rischio di mortalità, comportamento suicidario e problemi psichiatrici significativamente superiore alla media nazionale svedese.

E allora perché continuare a proporre la chirurgia come soluzione? Perché si ignorano deliberatamente tutti i fattori che frequentemente sono alla base dei disturbi psicologici responsabili dell’incredibile tasso di suicidi tra i transgender (il 30%)?

Lo stesso Walt Heyer, ex transgender, autore di “Paper Genders- Il mito del cambiamento di sesso”, il libro in cui racconta tutta la sua storia, dice: “È pura follia continuare ad avallare una procedura chirurgica, fallimentare e causa di grandi sofferenze, come risposta a un disturbo che è di natura psicologica”. Heyer ricorse alla chirurgia e se ne pentì subito dopo iniziando una campagna di informazione sulle conseguenze psicologiche e fisiche dell’intervento di amputazione. Sul suo sito, circa 60.000 contatti ogni anno si rivolgono a lui confidandogli di aver cercato rifugio nell’alcool e nella tossicodipendenza come risposta al pentimento e chiedendo aiuto per poter tornare alla loro identità originaria. Come sostiene lo stesso autore: “Un uomo sottoposto a terapia ormonale e intervento chirurgico non diventerà mai una donna”. Sarebbe opportuno evitare di continuare a far credere, che la chirurgia possa offrire soluzioni: farlo significa essere complici della manifestazione di un disturbo delirante e venire meno alla responsabilità di rendere accessibili trattamenti efficaci come quelli psicoterapeutici.

Marta Stentella

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    • Questo “giornale” è di CasaPound. Di che vi stupite se pubblicano questi articoli pieni di odio intrisi di falsità e dati sbagliati?

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