Pompei
Casa del Criportico

Napoli, 17 gen – Torniamo a parlare di Pompei e questa volta per ricostruire la storia e le particolarità artistiche ed archeologiche delle sei domus romane aperte al grande pubblico il 26 dicembre 2015 e precisamente la Fullonica di Stephanus, la Casa del Criptoportico, la Casa di Paquius Proculus, la Casa del Sacerdos Amandus, la Casa di Fabius Amandio ed infine la Casa dell’Efebo ubicate lungo un percorso che si snoda lungo Via dell’Abbondanza.

Occorre ricordare che un’attività importantissima a Pompei era quella dei fullones, cioè i lavandai.
In città c’erano infatti ben 13 officine che lavoravano la lana grezza e servivano sia per la finitura dei tessuti che venivano sgrassati per eliminare lo sporco formatosi durante i lavori di filatura e di tessitura, sia per la lavatura e smacchiatura di vestititi.
La fullonica di Stephanus, poco chiaro se sia il nome del proprietario o del gestore nominato in una scritta elettorale sulla facciata, fu ricavata ristrutturando una casa già esistente: il piano terra fu destinato all’attività lavorativa, mentre quello superiore all’abitazione e all’asciugatura dei panni. L’ingresso è larghissimo, per consentire il passaggio dei clienti che per la consegna dei vestiti dovevano attraversare un primo ambiente a sinistra dell’ingresso, dove si trovava la pressa. Una scala porta alla terrazza sull’atrio: è l’unico esempio di atrio a tetto piano conservato a Pompei e qui l’asciugatura e il candeggio avvenivano grazie al sole all’aria e al vento.

La Casa del Criportico invece, la cui epoca di scavo si stende dal 1911 al 1929, è posta su Via dell’Abbondanza, con ingresso secondario su vicolo del Menandro: la struttura deve la sua moderna denominazione alla presenza, al di sotto dell’ampio giardino quadrangolare, di un lussuoso criptoportico con grandi finestre, sul quale si aprivano una stanza di soggiorno, oecus, e quattro ambienti termali coperti da volte originariamente decorate in fine stucco. Le ali del criptoportico erano affrescate con un ciclo pittorico ispirato a episodi dell’Iliade, un pregevole esempio di pittura pompeiana di II Stile finale: al di sopra di grandi teste si snodava la lunga sequenza di quadretti con personaggi eroici e divini indicati da didascalie in greco.
Il primo impianto della domus risale al III seco lo a.C. e in seguito l’edificio arrivò a inglobare l’adiacente Casa del Sacello Iliaco.
Dopo il terremoto del 62 d.C. le due abitazioni tornarono a essere divise e indipendenti: con la ristrutturazione avvenuta negli anni successivi al terremoto del 62, la Casa del Criptoportico perse i caratteri di sontuosa residenza subendo profonde trasformazioni, che ne alterarono le originarie volumetrie e destinazioni d’uso.

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Casa di Paquius Proculus

La Casa di Paquius Proculus invece, le cui epoche di scavi vanno dal 1911-1912 al 1923-1926 è attribuita ad un influente cittadino pompeiano e presenta una forma allungata irregolare determinata dalle varie trasformazioni avvenute durante la lunga vita dell’edificio. Risalente al II sec a.C., la casa si sviluppa su tre livelli ed è costruita in opera incerta con blocchetti di lava e calcare e stipiti delle porte in blocchi squadrati di calcare. La facciata mostra tracce della tettoia che proteggeva l’ingresso e i fori per il sostegno al balcone del primo piano. L’accesso principale conserva il celebre mosaico con il cane alla catena fra porte oltre a simboli militari (scudo, lancia e bipenne).
Le pareti presentano grossi fori prodotti dal passaggio degli antichi scavatori clandestini che dopo l’eruzione si introducevano nelle case in cerca di cose preziose.
L’atrio, il cui pavimento a riquadri geometrici con animali di vario genere, remi, timoni e testine umane è tra i più estesi e meglio conservati di Pompei, ha una forma trapezoidale derivata dalla chiusura dei cubicula, stanze da letto, poi inglobati nella contigua casa di Amandio. Ai lati dell’ingresso sono posti altri due cubicula, dei quali quello occidentale conserva le decorazioni pittoriche e il pavimento geometrico in signino, mentre quello orientale ha al centro un quadro mitologico.
La parte posteriore della casa è occupata dal peristilio con colonne in calcare rivestite di intonaco rosso e bianco, poi integrate da altre in laterizio mentre al centro del giardino è presente una vasca di marmo con quattro colonne a sostegno del pergolato.

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Casa del Sacerdos Amandus

Proseguendo la Casa del Sacerdos Amandus è il primo dei “condomini” di via dell’Abbondanza, che in questo tratto presenta numerosi resti di affreschi sulle pareti esterne delle dimore: la notorietà della residenza deriva dalla scritta di sostegno al sacerdote a fianco della porta d’ingresso e dall’iscrizione in osco “Spartacs” su uno dei gladiatori raffigurati sulla parete destra del vestibolo.
La Casa di Fabius Amandio, epoca di scavo 1912 e 1923-1926 posta su Via dell’Abbondanza, prende nome dalle scritte elettorali ritrovate all’ingresso: la sua forma piuttosto irregolare è frutto delle numerose trasformazioni edilizie che hanno interessato l’intera insula dal II sec a.C al 79 d.C.
La struttura deve il suo nome alla statua bronzea dell’Efebo (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), copia di un originale greco del V sec. a.C., che il proprietario dell’abitazione, P. Cornelio Tegete, adattò a portalampada.
Sull’atrio si aprono le stanze più importanti della casa, tra le quali uno dei triclini (b) che conserva sulle quattro pareti decori di III Stile con raffigurazioni mitologiche e pavimento in signinum con motivo geometrico di II Stile, e uno dei cubicula (c), anch’esso con pitture di buona qualità .

Poche notizie abbiamo invece sulla Casa di Fabius Amandio la quale è un esempio di piccola casa del ceto medio mentre più corpose sono le testimonianze sulla Casa dell’Efebo rinvenuta durante gli scavi tra marzo e settembre del 1925. E’ la tipica dimora del ceto medio mercantile, arricchito dai traffici commerciali: si compone dell’aggregato di più case comunicanti, con tre porte di accesso.
Il triclinio presenta un’ emblema in intarsio marmoreo al centro del pavimento e nel giardino si trova un gran dipinto di Marte e Venere, con un larario addossato al castellum aquæ.
Non ci resta che recarci in visita a Pompei per poter ammirare con i nostri occhi questi splendori.

Vanessa Bori

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