Roma, 16 feb – Ciclo dei rifiuti, discariche, termovalorizzatori, teleriscaldamento e riciclo. Temi sempre all’ordine del giorno nel corso delle proverbiali, cicliche emergenze. Ne abbiamo parlato con il professor Stefano Consonni, ordinario di Sistemi Energetici al Politecnico di Milano.

Iniziamo con il chiedere quale sia la differenza tra inceneritori e termovalorizzatori, per capire la differenza tra le due strutture.

Il trattamento termico dei rifiuti è vecchio come il mondo, sin dall’antichità si bruciavano i rifiuti per gli stessi due motivi per i quali sono nati gli inceneritori: ridurre il volume da disporre permanentemente da qualche parte, perché la combustione non porta a zero il volume o il peso dei rifiuti ma lo riduce moltissimo, e ridurre il rischio di infezioni, quindi sterilizzare questo materiale. Questi sono gli obbiettivi fondamentali che hanno motivato dalla fine dell’800, agli inizi del ‘900, la costruzione su scala industriale degli inceneritori: ridurre il volume del materiale da porre in discarica e sua inertizzazione. Successivamente ci si è resi conto che si poteva trasformare questa operazione in qualcosa che produceva un effetto utile, ovverosia il recupero di energia. Per cui i moderni impianti continuano a conseguire i risultati originali, in più riciclano materiale, ma aggiungono un ulteriore obbiettivo che è quello del recupero di energia che porta con sé un miglioramento di natura ambientale, perché la produzione di energia che viene realizzata dalla combustione dei rifiuti nei termovalorizzatori va a sostituire energia elettrica o calore che dovrebbe altrimenti essere generato con altre fonti, nel nostro paese sarebbero fonti fossili. Quindi se si va a fare un bilancio ambientale di tutta l’operazione di termo utilizzazione o termo valorizzazione, contrariamente alla percezione di molti, il valore è positivo. La termo utilizzazione fa bene all’ambiente, nel senso che riduce l’impatto complessivo, se facciamo la somma delle emissioni generate dalla combustione dei rifiuti e delle emissioni evitate da altri impianti per produrre lo stesso quantitativo di energia si ottiene un numero negativo, cioè si riducono le emissioni in atmosfera della maggior parte dei composti di interesse ai fini dell’impatto ambientale. I termovalorizzatori sono amici dell’ambiente ed è acclarato da un punto di vista scientifico, poi è chiaro che questo vale per gli impianti moderni che hanno un recupero di energia molto efficiente ed una capacità di mantenere le emissioni a livelli bassissimi.

In relazione alla combustione dei rifiuti, secondo i vostri studi è possibile migliorare ulteriormente, studiando nuovi metodi di riciclaggio la qualità del rifiuto da bruciare e quindi la qualità e la nocività dei gas emessi?

Anche qui bisogna sgombrare il campo da un equivoco: il termo utilizzatore non è il nemico del riciclo, la termovalorizzazione è una strada che deve procedere in parallelo al riciclo per il materiale che non è utilmente riciclabile e quindi può essere reinserito nel ciclo produttivo, perché è utopico pensare che si possa riciclare tutto il materiale presente nei rifiuti, non è fisicamente ne tecnologicamente possibile, una quantità significativa ancora resta e questo materiale è ottimo materiale per il recupero di energia. Quindi il recupero di energia e il recupero di materia nella moderna visione di un sistema integrato per la gestione dei rifiuti viaggiano in parallelo, il termo utilizzatore è il nemico della discarica, non è il nemico del riciclaggio. Peraltro lo stoccaggio dei rifiuti in discarica è ancora un metodo utilizzatissimo in Italia, nonostante da un punto di vista normativo dovrebbe essere evitato secondo direttiva europea già da oltre dieci anni. Stiamo andando avanti di proroga in proroga continuando a smaltire in discarica circa il 40% dei rifiuti nazionali, mentre in teoria dovremmo essere a zero. La termo utilizzazione è l’alternativa alla discarica, e perché da diversi decenni tutta la comunità scientifica, amministrativa, politica, si è convinta che la discarica è un metodo di trattamento del rifiuto da evitare? Perché è un metodo esclusivamente passivo, che non trae dal rifiuto nessuna risorsa, aprendo un pericolo latente di impatto ambientale per un periodo di tempo molto lungo. La discarica produce odori, biogas, inquinamento dell’atmosfera, può inquinare le falde, rendendo molto difficile il controllo e il monitoraggio del materiale stoccato. E’ molto più sicuro da un punto di vista ambientale e sanitario trattare il rifiuto in un impianto dove questo materiale è confinato e sotto controllo per un periodo di tempo molto limitato, cioè dal primo stoccaggio alla combustione. Una volta completato il processo di combustione abbiamo risolto il problema, si recupera energia ma anche materia, perché negli impianti moderni, il residuo termo valorizzato, cioè le ceneri pesanti, è un insieme di materiali ferrosi, non ferrosi e minerali in buona parte recuperabili e riutilizzabili secondo criteri normativi sicuri e predeterminati. Quindi la termo valorizzazione è essa stessa un veicolo di recupero di materia quindi di riciclaggio. Le ceneri che non risultano riutilizzabili devono essere collocate in discarica, una quota di discarica molto piccola, di materiale inerte che non genera i problemi del materiale collocato nella discarica classica non termo valorizzata, materiali inerti non riutilizzabili come ossidi di metalli, ma non più alcalini, di alluminio, di ferro, di silicio, che devono essere stoccati, ma che non causano problemi ambientali per la salute. Quindi l’unico pericolo che rimane dai termovalorizzatori è quello che deriva dai fumi di combustione.

Parliamo nello specifico di questo…

La valutazione sui fumi e sugli inquinanti va fatta in modo comparativo, allo stadio attuale delle conoscenze scientifiche, tecniche e della disponibilità di risorse energetiche. Non esiste solo il termo utilizzatore, il termo utilizzatore è inserito in un contesto. In una moderna società ho bisogno di calore, elettricità, se voglio soddisfare questi fabbisogni devo confrontare fra loro il soddisfacimento senza termovalorizzatori con il soddisfacimento con i termovalorizzatori. Quello che succede è che utilizzare i termovalorizzatori dà luogo ad emissioni complessive più basse, più piccole di quelle che avrei soddisfacendo gli stessi bisogni senza i termo utilizzatori. Ricordiamoci che un moderno impianto ha emissioni molto poco impattanti sia qualitativamente che quantitativamente, per produrre energia, rispetto a forme di produzione energetica classiche, che per produrre le stesse quantità di energia, senza rielaborare e riciclare i rifiuti sono notevolmente più impattanti. Ad esempio emetto un chilo di diossido di azoto per produrre una quantità energetica X con il termovalorizzatore, e riduco di due chili l’emissione dello stesso inquinante da altre parti, quindi la valutazione deve essere fatta in modo comparativo. In qualsiasi valutazione sull’impatto di rischio bisogna essere consapevoli che il rischio zero e l’impatto zero non esistono, ogni attività umana comporta un rischio e comporta un impatto. Dopo di che gli impianti devono essere ben fatti e ben gestiti. Esistono realtà italiane che gestiscono i rifiuti su scala comunale o locale senza averne le risorse, le competenze, le capacità per gestire a livello industriale tecnologie complesse come quelle della termo utilizzazione. Sono necessarie grandi realtà industriali che hanno competenze, organizzazione, capacità di realizzare e gestire adeguatamente questi impianti. Sono politiche energetiche che vanno fatte a livello perlomeno regionale, auspicabilmente nazionale, per la portata dei lavori, delle esperienze tecniche, tecnologiche e di gestione. Anche perché un impianto ha prestazioni migliori e costi inferiori quando le dimensioni superano un certo valore, quindi è molto più interessante da un punto di vista ambientale ed energetico fare pochi impianti grandi, anziché tanti impianti piccoli. Pochi impianti grandi, hanno un rendimento superiore, un impatto ambientale più basso, e costi molto più bassi. Solitamente si pensa che un impianto grande aumenti gli inquinanti, negli impianti grandi invece è possibile realizzare sistemi molto più efficienti anche se più costosi, ma date le dimensioni più facilmente ammortizzabili, che riducono molto meglio ed in un modo più efficace l’impatto aumentando il rendimento. Quindi in una regione naturalmente in base agli abitanti, sarebbe opportuno realizzare 2/3 grandi impianti, ovviamente nelle grandi regioni come la Lombardia che conta 13 milioni di abitanti sarebbe auspicabile realizzare 4/5 grandi impianti, è altrettanto assodato che la valutazione su quantità e dimensioni degli impianti deve essere basata su studi approfonditi per dimensioni e produzione media di rifiuti. Anziché realizzare un impianto per ciascuna città, sarebbe quindi più intelligente pensare ad un modello che distribuisca un certo numero piccolo di termovalorizzatori per ogni regione, se penso al Lazio ad esempio uno a Roma e magari un altro in un luogo da identificare. In una regione come la Campania il piano di allora ne prevedeva 3, in Campania ad ora esiste un solo grande impianto che è quello di Acerra, che è un impianto che tra l’altro ha ottime prestazioni, un impianto moderno. Ce ne starebbero altri 2, senza realizzare una miriade di impianti che come spiegato sarebbero sicuramente meno performanti e non diminuirebbero come invece possibile l’impatto ambientale rispetto ad una programmazione mirata basata su grandi impianti, una programmazione naturalmente basata su studi e con una integrale programmazione energetica. La costruzione di un impianto alla fine si ripaga, se l’impianto è efficiente e recupera energia dalla vendita di calore ed elettricità e dal corrispettivo che chi conferisce il rifiuto paga per liberarsi dei rifiuti. I moderni impianti sono spesso realizzati con la tecnica del project financing, cioè istituti di credito che finanziano la costruzione dell’impianto avendo come garanzia i corrispettivi pagati dai cittadini e dai soggetti deputati alla raccolta dei rifiuti per il conferimento di questi rifiuti. Ammesso ovviamente ci sia il quadro finanziario adeguato. Abbiamo divagato un attimo per far capire l’importanza che una pianificazione mirata assume nella gestione ecologica e ambientale. Detto questo, le emissioni dagli impianti di termo utilizzazione hanno subito negli ultimi 40/50 anni una drastica riduzione in seguito all’introduzione di tecnologie sempre più sofisticate per la rimozione di una varietà di composti inquinanti, le polveri, i gas acidi, acido cloridrico, anidride solforosa, monossido di carbonio, le tanto temute diossine, furani, metalli pesanti, c’è tutto un sistema che interviene a valle della combustione per rimuovere questi composti. In più negli ultimi 20/30 anni sono stati introdotti sistemi di controllo della combustione stessa, nell’ottica per la quale prevenire è meglio che curare, durante la combustione ci sono sistemi che si attivano per prevenire la formazione di determinati inquinanti come monossido di carbonio, diossido di azoto, idrocarburi incombusti e le stesse diossine. Il risultato è che, se confrontiamo gli impianti di oggi con gli impianti di 50/60 anni fa, le concentrazioni di questi inquinanti nei gas che sono espulsi dal camino sono state ridotte di un fattore da 1000 a 10mila volte. Quindi se io facessi una valutazione degli inquinanti sugli impianti di oggi con criteri vecchi farei un errore nell’ordine delle migliaia se non delle decine di migliaia di volte. Ciò detto, una certa quantità di inquinanti viene comunque scaricata in atmosfera, perché lo zero non esiste. Il grandissimo progresso degli ultimi decenni è stato quello di avere sistemi di monitoraggio, e di controllo. Attualmente i maggiori inquinanti come polveri, gas acidi, metalli, sono monitorati in continuo, cioè esistono sistemi che danno la quantità e la qualità di sostanze scaricate dal camino secondo per secondo. Abbiamo sistemi di controllo in continuo del mercurio, che diventeranno presto obbligatori per tutti gli impianti, ciò significa che la tecnologia viene aggiornata e migliorata continuamente e di conseguenza si continuerà a migliorare il rapporto energia prodotta, materiale riciclato, abbattimento inquinanti. Questo monitoraggio è effettuato non solo dal gestore, ma per disposizioni di legge può essere effettuato direttamente con un sistema indipendente dall’autorità di controllo. Cioè il funzionario dell’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente vede le emissioni che secondo per secondo sono scaricate da un impianto (questo vale per i termo utilizzatori, ma anche per le grandi centrali elettriche per intenderci) con un sistema indipendente dal gestore stesso. Ci sono canali diversi per stazioni di rilevamento diverse, questo per togliere ogni equivoco e ogni possibile dubbio sulla fonte dei dati. Se ci sono anomalie, ci sono varie soglie di attenzione, al di sopra di una certa soglia se qualcosa va storto il gestore ha dei protocolli di intervento per eliminare questa anomalia, al di sopra di un’altra soglia si spegne l’impianto. L’eventualità peggiore che può capitare è che qualcosa vada storto nella combustione, se è possibile in tempo reale capire i motivi e le cause del malfunzionamento si attivano protocolli relativi di contenimento e abbattimento inquinanti a seconda della problematica. Se la situazione è di difficile comprensione, o aumentano i rischi ambientali, si spegne l’impianto per capire con calma le cause del momentaneo malfunzionamento, interrompendo il processo, quindi una volta rimossa l’anomalia si riavvierà l’impianto. Ovviamente lo spegnimento e il successivo avviamento dell’impianto ha dei costi, costi di manodopera e costi di risorse che causano un periodo di mancata produzione energetica e rielaborazione del rifiuto, il gestore farà di tutto per rientrare nelle soglie consentite per legge e nei limiti previsti senza spegnere l’impianto. Perché questo, oltre ai costi per il nuovo avviamento, genera una mancata produzione, però come l’esercizio di tutte le attività industriali, gli inconvenienti e gli imprevisti succedono e si verificano. Ci si attrezza per affrontare questi imprevisti, una cosa da sottolineare è che siccome il gestore è soggetto ad un monitoraggio in continuo che viene registrato, un eventuale mancato intervento, o nei casi peggiori un mancato spegnimento dell’impianto secondo i protocolli di sicurezza, esporrebbe a conseguenze economiche e penali sicuramente peggiori per avere gestito l’impianto in condizioni nelle quali non poteva essere gestito. L’assumersi la responsabilità di mancato spegnimento, o mancato intervento protocollare in caso di rischio di sforamento degli inquinanti, ad oggi determina una assunzione di responsabilità davanti all’autorità garante, enormemente maggiore rispetto ad un eventuale guadagno presupposto. Le esposizioni anche solo economiche per le sanzioni previste sarebbero sicuramente maggiori rispetto alle spese per avviare nuovamente l’impianto, perché uno rischia di vedersi anche chiudere l’impianto. Il gestore in sintesi è proprio l’ultima cosa che farebbe quella di nascondere, non intervenire in casi di rischio. Tra l’altro, cosa molto importante da un punto di vista ambientale, supponiamo di avere un impianto che ha una anomalia e un malfunzionamento, ovviamente dipende quale sia l’anomalia, diventa impossibile durante lo spegnimento controllare e monitorare bene le emissioni così come durante il funzionamento normale, per cui proprio da un punto di vista di contenimento dell’impatto, in alcuni casi, è molto spesso preferibile sistemare l’anomalia con l’impianto in funzione e ripristinare al più presto il normale funzionamento a prescindere da considerazioni economiche. Non è detto che se si verifica un’anomalia, la cosa migliore dal punto di vista ambientale sia spegnere tutto, perché un abbassamento graduale della temperatura determina una mancata perfetta combustione, che ha come diretta conseguenza l’aumento delle percentuali di monossido di carbonio e di incombusti che non possono essere controllate, quindi anche su questo l’esperienza di una grande azienda sulla gestione di tali impianti è importante, perché è l’esperienza che determina la qualità dell’intervento, la velocità, la tempestività e l’ottimizzazione dello stesso. Il protocollo in caso di anomalia prevede: individuare l’anomalia, capire le motivazioni dell’anomalia, valutare l’intervento ottimale secondo protocolli ed esperienza, intervenire con una stabilizzazione della situazione ad impianto funzionante, oppure spegnere l’impianto, rimuovere l’anomalia e riavviare l’impianto. E comunque sia per tranquillizzare, abbiamo già accennato ai livelli bassissimi di emissioni che normalmente sono generati dai termovalorizzatori, in quella mezz’ora tre quarti d’ora nella quale l’impianto ha una anomalia, le emissioni complessive sono paragonabili a quelle che ci possono essere in qualche ora dagli impianti di riscaldamento o dal traffico cittadino che normalmente ci prendiamo per 24 ore. Stiamo parlando comunque di un impatto complessivo che nella maggior parte dei casi rimane marginale, stiamo spaccando il capello in quattro per qualcosa che nel contesto globale urbano di una città o di una provincia non è significativo. Il livello di attenzione deve assolutamente essere proporzionato, tra gli inquinanti che generano maggiore apprensione ci sono le diossine e i furani, i termovalorizzatori in Italia sono responsabili di circa l’1% delle emissioni di diossine in Italia, ha senso all’attuale stato delle cose investire per dimezzare quel’1% lasciando stare il restante 99%? Concentriamoci sul restante 99%, che comprende macchine, riscaldamenti ecc. che non è controllato e di cui nessuno parla. Quando si parla di termo valorizzazione, stiamo dedicando risorse ed attenzione al’1% del problema, mentre non dedichiamo nessuna attenzione, o quantomeno poca, al restante 99% del problema. Concentriamoci sulle fonti e sulle situazioni più critiche, quando avremo risolto quelle rifaremo il giro e andremo ad ottimizzare ulteriormente tutto.

Una delle risorse energetiche dirette dei termovalizzatori è il teleriscaldamento, a che punto siamo a riguardo?

In Italia siamo messi abbastanza bene, soprattutto nel nord Italia, perché per condizioni climatiche ha senso realizzare il teleriscaldamento in zone nelle quali il clima giustifica investimenti consistenti come quelli necessari per realizzare una rete. La richiesta di riscaldamento sulla rete deve naturalmente essere prolungata nel tempo per non essere antieconomica e per essere ammortizzata velocemente, cioè in regioni come quelle del sud, dove il fabbisogno di riscaldamento è circoscritto a 2/3 mesi annui, un investimento di questa entità è molto meno giustificato. Mentre invece più si va al nord Italia, più il teleriscaldamento è giustificato e ha condizioni economiche favorevoli e più è praticato. Il teleriscaldamento è un modo di fornire il servizio calore con una centralizzazione della produzione che facilita da un lato una razionalizzazione di questa produzione, perché anzi che avere migliaia di famiglie, ciascuna con la sua caldaia, esiste uno o comunque pochi impianti che generano questo calore che poi viene distribuito sulla rete. Questi impianti possono essere progettati e gestiti con un contenimento delle emissioni e quindi dell’impatto ambientale che non è paragonabile a quello che si avrebbe nella miriade di impianti dispersi nella città. Si parla di manutenzione centralizzata e realizzata a livello industriale, quindi in modo molto più efficiente con una competenza molto maggiore, perché abbiamo operatori specializzati che possono farsi carico di questa cosa. L’accoppiamento del teleriscaldamento con la termo utilizzazione è un accoppiamento molto interessante, molto efficiente perché aumenta ulteriormente la quantità di energia recuperabile dal rifiuto abbattendo l’utilizzo delle fonti fossili. Non solamente utilizzo il rifiuto per produrre elettricità, ma quando serve lo utilizzo anche per produrre calore, questo accoppiamento aumenta notevolmente l’efficienza del processo evitando ancora più emissioni migliorando ulteriormente il bilancio ambientale. In Italia abbiamo molte realtà nelle quali questo accoppiamento avviene in modo massiccio, il paradigma che viene spesso presentato è la città di Brescia che ha un sistema di teleriscaldamento molto sviluppato quasi totalmente alimentato dal termo utilizzatore e che fornisce elettricità e calore alla città di Brescia. Nelle polemiche recenti sono stati citati esempi stranieri come Coopenaghen che da un punto di vista architettonico è anche molto accattivante con la pista da sci sulla copertura dell’impianto, ma impianti assolutamente analoghi che non hanno nulla da invidiare li abbiamo anche noi, per fare degli esempi penso a Brescia, Milano, Torino, che sono tutti della stessa generazione, anzi quello di Torino è ancora più recente, realizzato 4 o 5 anni fa, mentre gli altri una quindicina di anni fa, sono ben progettati, ben gestiti, ben manutenuti, hanno prestazioni assolutamente in linea con lo stato dell’arte e della tecnologia. Non è che in Italia abbiamo incapacità o qualcosa da invidiare agli impianti che sono realizzati da altre parti, si tratta solamente di trovare la volontà di realizzarli. Saremmo sicuramente capaci di realizzare impianti di punta e avanzati a Roma o nelle altre realtà cosi come l’impianto di Acerra, che risulta dati alla mano essere uno degli impianti più efficienti in funzione nel mondo. Per raggiungere questa efficienza è gestito da una grande realtà industriale come A2A, con l’ottica e l’esperienza che è stata maturata dalla società con tanti altri impianti e decine di anni di storia. Per fare le cose ci vuole competenza ed esperienza, chi gestisce 10 impianti, da decine di anni, sarà sicuramente più competente ed avrà un’esperienza maggiore da mettere a disposizione non solo per il bene della propria società, ma anche per il bene pubblico, perché un impianto ben gestito fa il bene della società generando utili, ma anche al pubblico avendo una capacità di recupero di energia sicuramente più elevata, con emissioni più contenute, con benefici maggiori.

 

Se lei potesse dare un consiglio per risolvere la situazione rifiuti?

Prima di tutto dovrebbero pensare in un modo onesto, senza nascondersi al fatto che un sistema integrato di gestione del rifiuto deve essere pensato in modo chiuso, non pensare di risolvere il problema che riguarda loro oggi, lasciando ad altri il problema domani. Quando si dice risolviamo il problema dei rifiuti con il riciclaggio, si fa finta di ignorare che il riciclaggio non può essere al 100%, lascia dei residui che devono essere messi da qualche parte, il collocamento di questi residui richiede o un impianto di termo utilizzazione, o una discarica. Chi non vuole la discarica e non vuole neppure l’impianto di termo valorizzazione guarda solo una parte del problema e fa finta di non vedere che esiste l’altra parte che qualcuno deve risolvere. Una pianificazione quindi di tutto il sistema, una visione d’insieme cercando di non nascondersi dietro un dito, siccome il riciclaggio integrale non è possibile, perché quello che stanno facendo buona parte degli amministratori è raccontarsi la favola che il rifiuto può essere trattato integralmente col riciclo. Questo non è fisicamente vero, raccontare le favole è un boomerang e crea poi le situazioni di emergenza, quindi un minimo di onestà intellettuale. Il rifiuto si può riciclare adesso al 100%? No, quindi cosa facciamo con il resto? Tra l’altro lo spingere tanto la raccolta differenziata, fissando numeri a tavolino senza motivazione, è approssimativo, la differenziata a sua volta comunque genera dei residui, cioè tutto quello che va nella campana di raccolta della carta o della plastica non viene riciclato, i residui in questo caso non si sa dove metterli. Per la carta fino a qualche tempo fa questi residui venivano assorbiti dal mercato cinese, che importava residui di carta. I cinesi ad un certo punto hanno deciso di non importarla più e hanno mandato in crisi il nostro sistema di gestione. Cioè spingiamo la differenziata, produciamo residui, e i residui non sappiamo dove metterli. Siccome il mercato cinese ha avuto una forte contrazione, ha mandato in crisi il sistema di riciclaggio, quindi quando penso al riciclaggio devo essere onesto e capire cosa fare di questi residui del processo di riciclo, altrimenti il sistema non funziona. La nostra università sul tema proprio con uno studio approfondito sul tema del riciclaggio, sulla quota riciclabile, sulle sostanze riciclabili e quanto altro, che sarà naturalmente pubblicato su riviste scientifiche del settore. Uno studio molto interessante perché senza pregiudizi abbiamo definito un modello che considera la prestazione di raccolta differenziata, riciclaggio, termo utilizzazione, utilizzo del CSS (combustibile solido secondario) nei cementifici, cioè abbiamo analizzato tutta la varietà dei percorsi che può seguire il rifiuto, e abbiamo detto: per questo sistema così articolato, nella realtà italiana, cosa è meglio fare se volessi minimizzare il consumo di energia complessivo? Minimizzare le emissioni di CO2? Minimizzare i costi? Vengono degli assetti un po’ diversi a seconda degli obbiettivi fissati, però in tutti i casi c’è una combinazione e una collaborazione tra riciclaggio e termo valorizzazione, se togliamo uno dei due il sistema crolla, che è esattamente quello che succede in molte regioni d’Italia. Faccio il riciclaggio, non faccio il resto, il sistema non funziona, come si risolve ? Mettendo il rifiuto su una nave e mandandolo da altre parti? Ditemi voi se è un modo responsabile di approcciarsi al problema. Questo modo di procedere genera impatti ed emissioni molto superiori a quelli che si avrebbero con un equilibrato sistema che si fa carico di tutti i passaggi. Nell’ottica poi della prevenzione e sempre nello sviluppo di un sistema integrato, è ovviamente auspicabile un intervento a monte per ottimizzare e diminuire imballaggi e materiali degli stessi, ma devo dire che in Europa da questo punto di vista siamo abbastanza bravi, perché la produzione lorda dei rifiuti in Europa è circa la metà di quella degli Stati Uniti. La produzione di rifiuto pro capite in Europa negli ultimi dieci anni, è rimasta sostanzialmente costante, anche in seguito a interventi normativi europei per limitare gli imballaggi, si può quindi fare ancora di meglio. Nel complesso se ci confrontiamo però alla realtà nord americana, o canadese, sia come sistema che come tecnologia noi siamo molto più avanti, ci sono impianti di termo valorizzazione negli Stati Uniti fermi a tecnologie di 20/30 anni fa. Dobbiamo sicuramente migliorare, ma le soluzioni le abbiamo, basta sicuramente un pochino di volontà in più e una completa visione di tutto il quadro.

Gianluca Passera

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  1. Raccomando per il futuro una maggiore sintesi,per il resto un articolo onesto, concreto e dotato di grande buonsenso…………forse troppo buonsenso e competenza per un paese di mentecatti ed ignoranti quale risulta il nostro………..i professionisti falliti e mentitori incalliti dello pseudo ambientalismo sono tanto potenti quanto ridicoli,ma sono presenti in tv , giornali , politica , burocrazia e magistratura…………. stanno con sadismo bloccando e rovinando una intera nazione, cumunistoidi codardi e politicanti vigliacchi……….come al solito,dove il letame sinistro prevale arrivano solo fame, povertà e tragedia sociale. Ignobili parassiti ignoranti.

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