Roma, 3 gen – Tamarro, coatto, fracassone, colorato e rumoroso. Aquaman prometteva di essere questo e questo è stato, ma forse è riuscito ad essere anche qualcosa di più.
Il regista malesiano James Wan, che finora si era cimentato praticamente solo in film horror, tra l’altro di gran successo come Saw l’Enigmista (il primo), l’acclamato Insidious e i primi due capitoli di The Conjuring che proprio per il loro successo hanno finito per creare probabilmente l’unico franchise horror non scaduto nel trash (Annabelle, The Nun ecc) si è lanciato per la prima volta in un cinecomic dopo aver provato l’ebrezza della coattagine estrema con Fast & Furious 7. E lo ha fatto nel modo più difficile: prendendo quello che fin dagli albori è stato considerato il supereroe più sfigato di tutti, Aquaman, il cui superpotere era definito in modo sarcastico “parlare ai pesci” e soprattutto prendendo le redini del primo film del mondo DC successivo al disastro Justice League, un mostro di post produzione in cui i produttori dopo aver abbandonato il materiale girato da Zack Snyder, ritenuto troppo serio, adulto, complesso e forse poco politicamente corretto hanno finito per rimontarlo ad minchiam affidandolo a un nuovo regista che ha alla fine creato un mezzo disastro, rischiando di far fallire l’intero franchise.

Wan non solo è riuscito a dare spessore a un supereroe semisconosciuto e appunto sfigato, aiutandosi in questo nel continuare sul solco di Snyder che proprio insieme a lui aveva creato il personaggio e aveva tracciato la strada della sua “mitologia” cinematografica, ma è riuscito magistralmente a creare un genere nuovo mixando abilmente più generi già esistenti. C’era molta attesa nelle scene acquatiche che, ovviamente, in un film ambientato negli abissi e tra le rovine di Atlantide dovevano essere il cardine. Usando sapientemente effetti speciali e computer grafica il risultato è stato qualcosa di riuscitissimo e mai visto prima che pone Aquaman come vera opera prima originalissima e con cui tutti dovranno fare i conti nel futuro. Ma non c’è solo mondo subacqueo nel film. Wan, spiazzando molti fan e critici, aveva annunciato che il film sarebbe stato uno Star Wars marino con elementi del Trono di Spade ma anche di All’Inseguimento della Pietra Verde, il celebre film di Zemeckis del 1984 con Michael Douglas e Kathleen Turner che faceva l’occhiolino a Indiana Jones. Quello che dall’annuncio sembrava un mix assurdo e poco credibile è invece riuscito alla perfezione. Il mondo di Atlantide riesce ad essere un amalgama tra fantasy e fantascienza che nell’estetica ricorda proprio la saga di Lucas, con trame di intrighi dinastici che ricordano la saga fanatsy della Hbo e una storia arricchita dall’adventure pulp fanta-archeologico che riempie il cuore degli appassionati del genere. E il flashback sul leggendario inabissamento della mitica isola che la mostra quando era all’apice in un tripudio steampunk è una vera goduria.

Wan si diverte poi a disseminare citazioni e indizi sulle sue opere preferite e che lo hanno formato, da Conan il Barbaro – viene riproposta quasi in toto la famosa preghiera che si chiude con “va alla malora” e suggeriamo di vedere in parallelo la scena della presa del tridente con quella in cui Conan prende la Spada di Atlantide dentro la tomba – a Lovecraft – nella scena iniziale viene inquadrata una vecchia edizione di L’Orrore di Dunwich e il mostro degli abissi del film è un chiaro riferimento a Chtulhu – a Assassin Creed – la scena di inseguimento e combattimento sui tetti è clamorosa – a tutto il mondo degli anni ’80 con citazioni sparse da Karate Kid ad Highlander fino al tema musicale della principessa Mera che ricorda la musica elettronica usata in molti film d’avventura e d’azione di quegli anni.
Ma dicevamo che c’è anche un impianto mitologico in cui si nota palesemente la mano di Snyder ma che in Wan trova il giusto amplificatore. Nel film il protagonista si chiama Arthur come nei fumetti ma qua viene fatto un esplicito riferimento alle saghe arturiane, con il mito del “vero unico Re”, il solo che può brandire l’arma simbolo dei sovrani e unire il popolo, che la fa da padrone. Ci sono anche alcune battute che ricordano il fim Excalibur che, ricordiamolo, è il film preferito da Zack Snyder. Notevole poi che oltre ad Artù l’unico esempio di “vero Re” che viene citato esplicitamente sia quello di Romolo, in una bellissima scena ambientata e girata nella sicula Erice. Torna poi il concetto dell’eroe-re come “ponte tra i due mondi”. Molti potrebbero vederci un messaggio politically correct sul multiculturalismo ma di fatto questo aspetto è del tutto assente nel film: Aquaman è “il ponte tra mare e terra” così come il Superman di Man of Steel era il ponte tra terra e cielo – come dichiarato nel primo film del franchise supereroistico dal padre di Superman, interpretato da Russell Crowe – ma non vi è mai mescolamento tra i mondi, semmai una unione attraverso l’unica persona che li collega.

Interessante anche la visione della società atlantidea, tecnologicamente avanzatissima ma che si mantiene salda nei valori guerrieri, brutali e quasi barbarici che fanno sì che un Re possa essere tale solo per diritto di nascita ma solo dopo che abbia dimostrato il proprio valore in battaglia – la frase “che il sangue versato mostri il volere degli Dei”, lo ammetto, mi ha provocato un brivido di piacere – e che rimanga sempre legato al destino del suo popolo, tanto che in una scena del film la principessa atlantidea sgrana gli occhi stupita che qualcuno possa “dispiacersi” del suo matrimonio combinato con un uomo che non ama, replicando fiera “non devo essere vincolata all’amore ma al mio popolo e alla mia nazione”. Oltre tutto questo risultano molto ben realizzati e caratterizzati anche i personaggi. Oltre all’Aquaman guascone, coatto e gioiosamente rissoso interpretato da Jason Momoa, il Khal Drogo del Trono di Spade, spiccano un Willem Defoe che sembra un maestro samurai nei panni del consigliere-educatore Vulko, un Dolph “Ivan Drago” Lundgren inaspettatamente regale nella parte del re-guerriero, una azzeccatissima Nicole Kidman nei panni della regina guerriera Atlanna, madre di Aquaman, e dei villain molto credibili e sfaccettati come il fratellastro “cattivo” Orm interpretato da Patrick Wilson, il protagonista della saga di The Conjuring oltre che il Gufo del Watchmen di Snyder, e il pirata afro-americano Black Manta interpretato da Yahya Abdul-Matheen. Menzione a parte per la bellissima Amber Heard nei panni della principessa Mera, con una chioma forse eccessivamente fluo e quasi da Sirenetta Disney ma che per il resto merita solo commenti politicamente scorrettissimi. Il risultato finale è un film che, nel suo essere soprattutto un cinecomic fracassone e gioioso, lascia comunque molto soddisfatto lo spettatore, tanto da stracciare ogni previsione di incassi in tutto il mondo, ma che potrebbe lasciare l’amaro in bocca al solo pensare cosa sarebbe potuto essere il futuro del mondo DC se fosse continuata la collaborazione Zack Snyder – James Wan e se la pusillanimità dei produttori non vi avesse messo fine.

Carlomanno Adinolfi

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