Roma, 3 lug – Rinizieranno con la litania delle sentenze che debbono essere non solo rispettate, come è ovvio che sia, ma anche accolte con somma reverenza evitando qualsiasi commento contrario. Da oggi questo martellamento tipico della sinistra, che la stessa utilizza come ariete politica da oltre venticinque anni, potrà riniziare grazie alla decisione del Gip di Agrigento, Alessandra Vella, con la quale la capitana Carola Rackete viene rimessa in libertà. E dunque è fondamentale inchinarci di fronte a questa decisione quantomeno opinabile, quantomeno forzata per la gioia del mondo patinato e vippettaro, che prende forma dentro e fuori le istituzioni italiane, il quale aveva soccorso la capitana rastona portatrice di interessi troppo alti perché noi poveri idioti potessimo carpirli.

L’immigrazione clandestina non c’entra niente, e già questo lascia perplessi data la modalità d’entrata del gruppo di immigrati: che senso ha che la Libia abbia una zona Sar da controllare e dove effettuare i salvataggi se le Ong possono penetrarvi sostituendosi alla marina libica e creando l’effetto calamita verso gli immigrati nelle mani degli scafisti? È clandestina la stessa modalità di salvataggio dei migranti, figuriamoci il loro arrivo su suolo italiano. Se alla Libia non può essere riconosciuta la zona Sar per vari motivi, che l’Ue intervenga militarmente per gestire la situazione degli arrivi e degli sbarchi degli immigrati, evitando di appaltare questo compito alle capitane che, essendo bianche, si sentono in debito col mondo nero. 

Poi spunta la parte più divertente e fantasiosa, ossia la negazione che miss Carola non abbia usato violenza contro una nave da guerra e non abbia commesso il reato di resistenza a pubblico ufficiale, giustificando il tutto con lo stato di necessità cui versava il prezioso carico della Sea Watch. Ma già il Tar e la Corte europea dei diritti dell’uomo avevano respinto i ricorsi presentati da filantropi de’ noantri, negando la sussistenza di una situazione d’emergenza che giustificasse l’attracco a Lampedusa contro il parere delle autorità italiane. Quindi le decisioni del Tar e della Cedu sono ciarpame da archiviare velocemente? Questo, sulla base di ciò cui ha assistito l’Italia e il mondo intero. Ma andiamo oltre.

Chi decide la politica migratoria?

Il punto nevralgico è il messaggio sconcertante che la liberazione di Carola Rackete propaganda: la politica migratoria, in Italia, non la decidono governo e parlamento bensì una qualsiasi organizzazione privata che campa con fondi privati, comandata da soggetti privati sconosciuti e che complessivamente non rappresenta nessun cittadino italiano. E i lampedusani, tanto per contrapporre un po’ di ciccia alle manie giudiziarie della sinistra, alle ultime elezioni europee si sono espressi chiaramente in favore di Salvini e della sua visione del mondo. Questa però è considerata un’inezia se confrontata con il perseguimento del “bene superiore” del mondo radical chic, il quale concede patenti di legittimità costi quel che costi proprio come ha affermato l’ex ministro Del Rio: una legge, se ingiusta, può essere trasgredita. E la scala di valori da utilizzare per la misurazione è la loro ed è sempre invariabilmente la medesima che può riassumersi con la celebre frase del marchese del Grillo: io so’ io e voi nun siete un cazzo.

Passerelle mondane

Del Rio, come gli altri portenti che hanno campeggiato sulla prua della Sea Watch, pensano intimamente di essere gli unici portatori della verità assoluta, tanto che la minchiata sulla possibilità di trasgredire la legge è stata detta quando anche costoro ritenevano che una violazione fosse avvenuta. Adesso stapperanno bottiglie per congratularsi con quel potere dello Stato che storicamente funge loro da stampella. Il richiamo della foresta è arrivato anche questa volta e, come sempre, era mascherato da umanitarismo, da ottimi sentimenti, da migliori propositi, e loro sono quelli che sanno restare umani sempre e costi quel che costi.

Anche magari dovesse costare una violazione di legge dopo l’altra, perché la furia ideologica dei buoni è assai peggiore delle cattiverie dei cattivi. Calza poi a pennello la solita frase, trita e ritrita: provalo a fare da qualche altra parte. Essì, andasse la capitana benestante e annoiata a farlo in nella civilissima Australia o di fronte alla Costa Azzurra di Macron: probabilmente non arriverebbe intera alla banchina del porto. Lì, dove non si fanno le passerelle mondane in favore di chi calpesta la sovranità italiana e non qui dove tutto sommato Salvini non è poi così truce.

La fiumana arcobaleno

E a questa fiumana di sentimenti arcobaleno eco&solidali come si risponde? Con un muro di sano e pragmatico cattivismo per il quale, detto sinceramente, non dobbiamo obbligatoriamente occuparci delle sorti di una pattuglia di clandestini africani di cui fino a ieri l’altro non sapevamo niente; non sappiamo cosa farcene dei tweet indignati e impegnati della Murgia sulle sofferenze altrui, delle invettive di Sofri-Saviano contro l’indesiderato n. 1 Salvini, delle interviste strappa lacrime sulle torture nei lager libici, dei sensi di colpa della Carola per via del colore della sua pelle del quale noi, al contrario, andiamo abbondantemente fieri perché rappresenta in parte cosa siamo e dunque ciò che amiamo. Perché è meglio essere sinceramente cattivi che stupidamente buoni.

Lorenzo Zuppini

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