crimson-peak-wasikowskaRoma, 4 nov. – Guillermo Del Toro è un regista contradittorio. Pur aderendo politicamente al campo della “ragione” nei suoi film mette in scena l’irruzione dell’irrazionale nella quotidianità, attinge a piene mani dalla lezione lovecraftiana della costante, e talvolta visibile, presenza e realtà del misterioso e incomprensibile nel mondo degli uomini.

Il Gyorgy Lukacs del celebre La distruzione della ragione forse avrebbe trovato qualche spunto per relegare il cinema del regista messicano nel campo dei nemici della ragione.


Del Toro torna in questi giorni nei cinema con la sua ultima fatica, Crimson Peak, lungometraggio calato in un’oppressiva atmosfera gotica primo novecentesca. La trama narra le disavventure orrorifiche della giovane Edith, un’aspirante Jane Austen a cui inizia a star stretta la vita nell’alta società della New York dei primi del Novecento. Figlia di un carpentiere che col sudore della fronte è diventato impresario edile, dopo l’assassinio del padre si abbandonerà tra le braccia dell’ambiguo baronetto inglese Thomas Sharpe. Fuggita oltreoceano in cerca di serenità, Edith si troverà ben presto prigioniera di una casa fatiscente e avvinta nella ragnatela di un morboso amore tra fratello e sorella.

La prima parte del film è dominata dalla figura del padre, un uomo rude e schietto, dalle maniere semplici e concrete, che sa però tutelare nel modo migliore i suoi interessi e quelli dell’ingenua figlia. Il contrasto con il viscido Sir Thomas Sharpe non potrebbe essere più netto e lampante. Baronetto decaduto in cerca di fortuna, verrà affrontato a brutto muso dal padre di Edith scatenando così una serie di terribili eventi.
La giovane scrittrice in cerca di emancipazione finirà ben presto col condurre una vita opprimente e vuota al fianco di un baronetto fallito e bugiardo e alla sorella di lui, pazza e crudele.

A questo punto il film scatena tutta una serie di cliché tipici delle storie di fantasmi senza particolari colpi di scena o brividi di terrore. Nonostante alcune atmosfere ricreate con efficacia e un paio di trovate stilistiche non banali (ad esempio l’argilla rossa che emergendo dal terreno ricopre il suolo), la pellicola scorre piattamente fino all’ovvio finale.

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Il regista Guillermo del Toro

La marca stilistica di Del Toro sono i colori vividi ed espressivi che vengono ampiamente utilizzati anche in questo film, ma resta l’amaro in bocca per una storia di fantasmi che di terrifico ha davvero poco.

Forse il regista avrebbe potuto insistere maggiormente sull’immagine della falena o sui pozzi d’argilla rossa; stando così le cose però l’irrazionale e il misterioso rivestono un ruolo secondario e poco marcato.

Su tutto domina inoltre la sensazione che invece che puntare sull’originalità, Del Toro si sia accontentato di fare un lavoro derivativo del cinema di Tim Burton. Si nota il tentativo di ricreare le atmosfere dei migliori racconti gotici di Poe, Fanu e Lovecraft senza però riuscire nell’intento di inquietare lo spettatore e indurlo a una qualche riflessione sul ruolo attivo del passato (gli spettri) e del rimosso (l’incomprensibile, l’irrazionale).

Crimson Peak è un film che soffre delle contraddizioni del suo regista, di una prospettiva che per riuscire nell’effettiva compenetrazione dei piani dovrebbe abbandonare i dettami del pensiero dominante e guadagnare così una visuale più ampia e ulteriore. Ciononostante gli amanti delle atmosfere gotiche e dell’Inghilterra nebbiosa ne coglieranno senz’altro gli aspetti positivi.

Francesco Boco

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