Roma, 23 ott – Su questo giornale, oltre a raccontare tutte le occasioni in cui Stati e potentati esteri si mettono di traverso sul cammino dell’Italia, abbiamo da sempre voluto fare un passo in più, meno scontato e non sempre popolare: affondare il coltello, cioè, in tutte quelle circostanze in cui è l’Italia stessa a rendersi colonia, a sabotarsi, a umiliarsi, a rendersi disponibile per il primo prepotente di passaggio. Aggiungere questa seconda fase alla prima è necessario per evitare la trappola del “sovranismo facile”, cioè l’atteggiamento che fa dell’arroganza altrui un alibi, una scusa per non operare su se stessi. Due episodi simbolici degli ultimi giorni spiegano bene cosa intendiamo dire. In entrambi i casi prenderemo come pietra di paragone la Francia, Paese confinante, di lingua e cultura neolatina, da sempre elemento di confronto, incontro e scontro per noi italiani.

Prendiamo innanzitutto il caso dello spot promozionale delle forze armate per il centenario del 4 novembre censurato perché troppo “militaresco” e sostituito con una propaganda da giovani marmotte. Chi ci ha obbligato a sputare in questo modo sulla nostra memoria? L’Ue? La Bce? Gli Usa? La Merkel? Macron? No, l’abbiamo fatto da soli. Qualcuno dirà che è lo spirito del tempo, che certi valori, pur nobili e alti, non possono più trovare spazio in quest’epoca di smobilitazione delle coscienze. Guardate però questo spot realizzato in Francia nel 2016 per spingere i giovani ad arruolarsi. Certo, il tono delle parole resta sempre borghese, ma si vedono i soldati che fanno cose da soldati: sparano, combattono, si esercitano e non aiutano solo le vecchiette ad attraversare la strada. Perché la Francia può farlo e noi no? Non c’è alcuna ragione estrinseca: loro lo fanno perché vogliono farlo, noi ci umiliamo da soli perché la volontà delle nostre élite, comprese sfortunatamente quelle ora al governo, è di dare questa immagine dell’Italia. Non è colpa di nessuno, se non nostra.

Secondo esempio, gli sconfinamenti di Claviere. Qui, invece, la colpa dei francesi è chiara, lampante. Nulla autorizza la gendarmeria a operare sistematici attraversamenti non autorizzati della frontiera e a compiere continui rimpatri illegali di clandestini. Un particolare comparso distrattamente sui quotidiani, tuttavia, chiarisce bene quale è stato il contesto simbolico che può aver giustificato questo andazzo.

Ecco cosa scriveva l’inviato sul luogo del Corriere della sera:

«La frontiera ufficialmente non esiste più. Dev’essere per questo che la vecchia casermetta di guardia al valico sulla statale 24, abbandonata dai tempi dell’avvio di Schengen, è stata abbattuta nello scorso maggio, mentre la dogana ha chiuso del tutto nel 2010. Non c’è più neppure il vecchio cartello che indicava l’ingresso in Italia. Quello che avvisa gli automobilisti e i passanti che si trovano in territorio francese invece c’è, e si vede. Così come si vedono le luci accese del posto di blocco dei gendarmi. Alle 17 di un pomeriggio di martedì, davanti al presidio d’oltralpe, ci sono sei camionette parcheggiate lungo la strada. I francesi ci sono, gli italiani no».

Questo, lo ribadiamo, non autorizza certamente la gendarmeria, che di quella frontiera è ben cosciente, cartelli o non cartelli, a trasformare Claviere o Bardonecchia nel proprio sgabuzzino dei clandestini indesiderati. Ma la legge non scritta della politica internazionale dice che chi si fa pecora, il lupo se lo mangia. E noi, a Claviere come ovunque, abbiamo deciso di essere pecora molto prima che chiunque altro decidesse di farsi lupo nei nostri confronti.

Adriano Scianca

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