Roma, 8 nov – È ormai noto. Le carte costituzionali degli Stati sovrani nazionali, dal trattato di Maastricht in avanti, sempre più figurano come retaggi incompatibili con il nuovo ordine liberista introdotto dall’Unione Europea mediante la desovranizzazione. E questo non soltanto perché le Costituzioni delle nazioni europee – emblematico è, tra tutti, il caso di quella italiana – albergavano concretamente, al proprio interno, valori solidamente socialisti e non armonizzabili con il regime del mercato deregolamento.
A essere intollerabile per la nuova eurocrazia repressiva di Bruxelles era l’idea stessa della Costituzione come non plus ultra della sovranità nazionale democratica, vuoi anche come baluardo resistenziale rispetto all’ormai in atto deriva autoritaria e postdemocratica – la rivoluzione passiva delle élites finanziarie – impressa dall’Unione Europea al vecchio continente.

La gerarchizzazione dello spazio europeo e la riorganizzazione verticistica del rapporto di forza capitalistico dovevano di necessità trovare un proprio momento fondamentale nella dissoluzione delle carte costituzionali degli Stati europei, tutte diverse e, non di meno, accomunate, sia pure secondo gradazioni differenziate, dal primato del politico sull’economico e dal connesso principio di sovranità nazionale. Fu per questo che, nel dicembre 2016, i partiti di rappresentanza dell’aristocrazia finanziaria prospettarono un referendum in vista della “riforma” della Costituzione italiana, risoltosi con un esito negativo; riforma che, tale essendo sempre e solo dal punto di vista delle élites dominanti (tra i principali sostenitori del progetto figuravano i globocrati del gruppo bancario JP Morgan), orbitava intorno al fuoco prospettico della costituzionalizzazione dei princìpi stessi dell’Unione Europea e che, di conseguenza, si inscriveva appieno nel registro della desovranizzazione liberista.

Che la Costituzione italiana figuri tra le varianti più avanzate del modello del capitale regolato affermatosi in Europa dopo la seconda guerra mondiale è provato, oltretutto, dall’avversione che verso di essa ha storicamente nutrito la stessa ala liberista italiana. Basti in questa sede rammentare, inter alia, il caso di Guido Carli, governatore della Banca d’Italia dal 1960 al 1975 e, in seguito, ministro del Tesoro. Devoto allievo di Einaudi e neoliberista dichiarato, a tal punto da sostenere senza perifrasi, nelle proprie memorie, la propria collocazione sul versante opposto rispetto a quello delle classi lavoratrci (“io stavo dalla parte dei capitalisti” ), Carli ebbe a definire, con una certa dose di disprezzo, la Costituzione come “il punto d’intersezione fra la concezione cattolica e la concezione marxista dei rapporti tra società ed economie, tra società e Stato”, accomunate dal “disconoscimento del mercato in quanto istituzione capace di orientare l’attività produttiva verso il conseguimento degli interessi generali e la individuazione nello Stato dello strumento più idoneo al fine di orientare la produzione nell’interesse generale” .

Già in precedenza, d’altro canto, e sul fondamento delle pressioni della Bce, si era modificata la Costituzione italiana. Nel 2012, era stato, infatti, introdotto, peraltro senza alcun dibattito parlamentare pubblico, l’obbligo del pareggio di bilancio nell’articolo 81 della carta costituzionale. Si tratta di un vincolo denso di gravi conseguenze, perché, nelle fasi di recessione, impedisce allo Stato di finanziare politiche economiche espansive in deficit. E, anzi, costringe lo Stato stesso a recuperare le risorse rimuovendo di anno in anno quelle destinate allo Stato sociale.
Sotto questo profilo, l’obbligo del pareggio di bilancio si pone, de facto e de jure, come un’arma utilizzata in vista dello smantellamento dello Stato sociale, dell’aggressione diretta delle classi lavoratrici e, dunque, della tutela del nuovo ordine mondiale liberista imposto d’imperio anche al vecchio continente, un tempo avvezzo al compromesso keynesiano e al capitalismo regolamentato.

Se le democrazie esistono storicamente negli spazi degli Stati nazionali con primato del controllo politico dell’economia (ciò che è, peraltro, provato dall’assenza, ad oggi, di realtà sovranazionali democratiche), i processi di desovranizzazione e di denazionalizzazione, avviatisi nella loro forma più massiccia dopo il 1989, corrispondono ai necessari momenti di abbattimento tanto delle pur ampiamente perfettibili democrazie, quanto della residua potenza eticizzante della politica in grado di disciplinare e governare l’economia. L’Unione Europea si conferma, una volta di più, il trionfo post-democratico del Signore global-elitario no border.

Diego Fusaro

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