Roma, 21 feb – Si sa il calcio non è roba da “femminucce” con buona pace delle varie Wanda Nara e Selvaggia Lucarelli. La sensazione, spesso, è che al di fuori delle comprensibilissime tifose delle varie squadre, le donne cerchino di interessarsi di calcio per compiacere i propri uomini o, in mancanza di partner, di accattivarsi la controparte maschile con una qualità che le renda stravaganti e “diverse” dalle altre femmine – insomma, si passa dal campo di gioco per arrivare allo spogliatoio. Questo e altri pensieri “non allineati” spesso vanno a braccetto col mondo del pallone. Sulla scia delle recenti polemiche che hanno coinvolto commentatori di calcio ed ex giocatori sul ruolo delle donne nello stadio fisico e mediatico elencheremo i 5 episodi più “politicamente scorretti” accaduti nel mondo del calcio – le signore si facciano da parte.

5) De Rossi e il “gestaccio” alla Simeone –  Il capitano romanista Daniele De Rossi è noto per non vivere in maniera serena il derby della Capitale, tanto che in più di una occasione si è esibito nel gestaccio stile “Cholo”. E’ il 24 maggio del 2015 quando la Roma conquista il derby capitolino e ottiene così il 2° posto che la spedisce alla fase a gironi di Champions. Al termine della partita i tifosi, la panchina e i giocatori in campo della Roma esplodono nelle liberatorie esultanze di rito che, si sa, possono talvolta trascendere – ma sempre nello spirito cameratesco e ironico che è proprio di spogliatoi e pubblico di un teatro di calcio. Daniele De Rossi travolto dall’ondata di euforia risponde con ogni probabilità agli improperi piovuti dagli spalti della curva nord laziale indicandosi le parti basse e, successivamente, bersagliandoli con entrambi i diti medi alzati in gesto di scherno. I giudici sportivi tuttavia sembrano non aver ben compreso il limite tra passione e professionalità che, talvolta, può essere comprensibilmente abbattuto al termine di un derby vinto. Daniele De Rossi viene ufficialmente deferito dalla Figc: secondo il procuratore federale Stefano Palazzi, indicare ai tifosi della Lazio a fine partita “le sue parti basse” e poi “le due dita medie” era roba da squalifica. Ma nonostante il deferimento il capitano romanista non si lascia sfuggire l’occasione di ripetere il “gestaccio”, come accaduto il 30 aprile 2017 dopo aver segnato il momentaneo pareggio contro la Lazio. Quella volta però non portò bene, visto che la Roma perse 1-3. 

4) Dejan Stankovic e le “tre dita” – E’ il 2010, siamo a Genova ed è in corso la gara tra le nazionali di Italia e Serbia. E’ la famigerata sera in cui “Ivan il terribile” buca – letteralmente – la rete. Gli ultras serbi mettono a soqquadro la città: a Marassi c’è una pioggia di fumogeni in campo. Lo stesso portiere titolare Stojkovic pare sia stato colpito in testa da uno di essi. La partita inizia con 37 minuti di ritardo ma dopo appena sei minuti di gioco il match si interrompe di nuovo: ancora, dal settore ospite, arriva in campo di tutto. Ma prima che la partita venga definitivamente sospesa, i giocatori della nazionale serba a fine riscaldamento si riuniscono a centrocampo: parlottano brevemente e poi, guidati dal loro capitano Dejan Stankovic, si recano sotto il settore che ospitava gli ultras.  E qui la nazionale serba applaudisce e saluta il pubblico con il saluto delle tre dita: è un saluto che in passato indicava la trinità nella religione ortodossa ma che negli ultimi anni è stato fatto proprio dai nazionalisti serbi. Nel settore ospiti, nei momenti immediatamente precedenti a tale sospensione, vi era stato il falò di una bandiera albanese nonché l’esposizione di alcuni striscioni inneggianti alla riannessione del Kosovo alla Serbia. Come prevedibile, dunque, il gesto di Stankovic e compagni – anche alla luce della distruzione della città ad opera dei loro “ultras” – fu fortemente stigmatizzato dalla stampa che arrivò a definirlo “nazista”.

3) Il saluto romano di Paolo Di Canio – Correva l’anno domini 2005 e si era nel giorno della Befana. Di Canio è nella stagione del suo ritorno alla Lazio dopo 16 anni di assenza. L’attaccante torna a segnare per la squadra biancoceleste e impazzano i festeggiamenti: il ragazzo del Quarticciolo corre sotto la Curva Sud dei “rivali” romanisti e dispiega il braccio in un saluto romano a favor di giornalisti e telecamere. Quasi immediatamente, e offuscando la vittoria laziale, questo gesto verrà fortemente criticato dalla stampa e dagli stessi addetti ai lavori. L’esultanza sarà oggetto di valutazione da parte dell’ufficio indagini della Federcalcio. Sull’episodio intervennero varie personalità politiche e non. Alessandra Mussolini fu entusiasta, disse: “Mi ha commosso e gli scriverò un biglietto di ringraziamento”. Ma il calciatore non sembrò corrispondere l’affetto, appellando la nipote del Duce come “signora Floriani”. Il calciatore ricevette addirittura il “plauso” di Sandro Curzi: “Tra me e lui le idee politiche sono decisamente opposte, ma non vorrei che questo episodio servisse da pretesto per discriminarlo“.

2) Carletto Mazzone corri per noi – E’ il 30 Settembre 2001. È il giorno di Brescia-Atalanta. Carlo Mazzone, romando DOC, siede sulla panchina del Brescia in cui milita il “divin codino” Roberto Baggio. La squadra allenata da Mazzone va i vantaggio proprio grazie a Baggio: festa in panchina, festa sugli spalti. Ma poi, la doccia fredda: l’Atalanta ribalta il risultato portandosi sul 3 a 1. Mentre i bresciani disperano, di nuovo Roby Baggio segna l’insperato 2 a 3. Mazzone si rivolge alla curva atalantina:“…e mò se famo il 3 a 3 vengo sotto a curva…”. Ma ora passiamo al fatidico ’92 del match: punizione, di nuovo Baggio. Gol. 3 a 3, ecco il pareggio. “Non ci pensai due volte, mi trasformai in una scheggia, correvo correvo e correvo con il pugno chiuso e urlavo come un ossesso: “Mo arivo, mo arivo…” Ormai non ragionavo più, mi inseguivano nel tentativo di placarmi il mio vice Menichini e l’addetto stampa Edoardo Piovani” così ricorda l’episodio lo stesso Mazzone. E aggiunge: “La mia corsa fece giustamente scalpore, i media mi trattarono come un anziano scalmanato”: e invece proprio a quella liberatoria, sanguigna, feroce corsa Mazzone è diventato uno dei simboli di un calcio che – con un’accezione ormai abusata – potremmo dire che non esiste più.

1) Eric Cantona e il “giuoco” del calcio (letterale) – L’episodio è di ben 26 anni fa ma è rimasto talmente impresso nell’immaginario collettivo che non può mancare a questa classifica. “Ho avuto tanti bei momenti, ma quello che preferisco è il calcio che ho dato a quell’hooligan del Crystal Palace” così avrà a dire in seguito il calciatore francese “King” Eric Cantona. E’ in corso la partita Manchester United – Crystal Palace: a inizio secondo tempo accade il bailamme. Il difensore avversario Richard Shaw trattiene Cantona, che commette un fallaccio di reazione scalciandolo. L’arbitro estrae quindi il cartellino rosso e costringe il team di Ferguson giocare per i restanti 40 minuti in inferiorità numerica.  Cantona viene ricoperto di fischi e insulti dagli spalti. Matthew Simmons, un tifoso che è posizionato proprio a bordo campo, è uno dei maggiori “critici”. E qui avviene l’irreparabile: con una mossa fulminea Cantona sferra un calcio volante in pieno volto allo spettatore. E con ogni probabilità l’attaccante avrebbe continuato, appunto, ad attaccare se non fosse stato per l’intervento dei compagni di squadra. Risultato? Due settimane di carcere, poi tradotti in 120 ore di servizio civile. Ma, ben più grave, la squalifica di nove mesi dal calcio giocato. E Eric, come reagisce? “Quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine”Ça va sans dire.

Ilaria Paoletti

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