Roma, 7 feb – L’Italia cambia. E forse nemmeno gli italiani se ne accorgono. A provare a ricordarglielo ci pensa l’Istat, che anno dopo anno, sta inserendo nel paniere per il calcolo dei prezzi al consumo beni una volta nemmeno conosciuti. Al massimo classificabili come spese di nicchia. Per il 2019 sono finiti nel paniere i frutti di bosco e lo zenzero, la bicicletta elettrica e lo scooter sharing. Ma non basta. Al suo interno finiscono per essere catapultati la cuffia con microfono, la web tv e persino l’hoverboard. L’hover che? Quella sorta di mini segway (segway che?) con le ruote ma senza la barra verticale, che consente ai fruitori di girare per le città senza faticare. Moderni utilizzatori di bighe degli anni 2000. Alzino le mani quanti li usano. Ma anche per lo scooter sharing sarebbe interessante conoscerne il reale uso.

Sta di fatto che contribuiranno a definire i prezzi al consumo. Peraltro le stime preliminari dell’Istat, nel mese di gennaio 2019, vedono l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, aumentare dello 0,1 per cento su base mensile e dello 0,9 per cento su base annua (dall’1,1 registrato nel mese precedente). Dunque l’inflazione rallenta ulteriormente. La deriva politicamente corretta dell’Istat va avanti da anni. Solo per venire all’ultimo triennio sono entrati nel paniere, tra gli altri: l’avocado, il mango, i preparati vegetariani e/o vegani, la birra artigianale, gli smartwatch, le bevande vegetali, i leggings bimba, le lampadina LED, i panni cattura polvere, i tatuaggi. E se alcuni paiono di evidente utilità generale, altri sembrano essere oggetti di consumo di una elite sempre più circoscritta della popolazione. Trendy, direbbe qualcuno.

Abolito il canone Rai?

Tra i prodotti che nel 2019 sono usciti dal paniere figurano il supporto digitale da registrare (dvd e cd) e la lampadina a risparmio energetico. Lo scorso anno, a fare fagotto era toccato persino al canone Rai. Che è, o dovrebbe essere, obbligatorio. Dunque finisce per interessare larghissima parte della popolazione che con esso, purtroppo, convive, spesso tra gli improperi. Nel paniere 2019 utilizzato per il calcolo degli indici NIC (per l’intera collettività nazionale) e FOI (per le famiglie di operai e impiegati) figurano complessivamente 1.507 prodotti elementari (1.489 nel 2018), raggruppati in 922 prodotti, a loro volta raccolti in 407 aggregati. Per il calcolo dell’indice IPCA (armonizzato invece a livello europeo) si adotta un paniere di 1.524 prodotti elementari (in lieve ampliamento rispetto ai 1.506 nel 2018), raggruppati in 914 prodotti e 411 aggregati. Ogni mese le quotazioni di prezzo per stimare l’inflazione sono circa 6 milioni: 458.000 sono raccolte sul territorio dagli Uffici comunali di statistica e 238.000 direttamente dall’Istat; oltre 5.200.000 tramite scanner data; più di 86.000 arrivano dalla base dati dei prezzi dei carburanti del Ministero dello Sviluppo economico.

Ma c’è di più: tramite l’Istat e il suo paniere si può ricostruire come suddividono la loro spesa gli italiani. Circa il 20 per cento di essa finisce in alimenti e bevande, il 7 per cento in abbigliamento e calzature, l’11 per cento per l’abitazione (in crescita rispetto al paniere 2018. Acqua, elettricità e combustibili assorbono l’11 per cento, un altro 7 va per i mobili e i servizi per la casa. Le spese sanitarie? Per esse serve l’8,5 per  cento e ben il 14 viene inghiottito dalla voce trasporti. All’istruzione è dedicato solo l’1 per cento del paniere, alla ricreazione e spettacolo il 7,8. Alta, ma non c’erano dubbi, la spesa per i servizi di ristorazione: l’11,8 per cento. Agli italiani, crisi o no, l’alimentazione fuori casa continua a piacere. Se si somma alla spesa per il cibo dentro casa, si può dire che quasi un terzo va in alimentazione.

Fabrizio Vincenti

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