Roma, 10 feb – Vi sentite poveri? Faticate ad arrivare a fine mese? Il pranzo con la cena, per non parlare delle spese per trasporti e bollette, è sempre più difficile da mettere insieme, ma, sul lavoro, vi continuano a dire “è il mercato, bellezza, ringrazia il cielo che hai un lavoro”? Magari a tempo. Magari nell’incertezza più assoluta. Magari a due ore da dove vivete. Per capire se siete poveri davvero, anzi se siete precipitati nel gorgo della povertà assoluta – ovvero, per dirla con l’Istat, di quella che sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore “al valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza” – avete uno strumento che non lascia scampo. Proprio il calcolo della soglia di povertà assoluta che l’Istat mette a disposizione sulle proprie pagine internet. Il numero dei componenti del nucleo familiare, la collocazione geografica, la dimensione del vostro comune, e il gioco, si fa per dire, è fatto.

Il reddito di cittadinanza non basta

Così si scopre che per un single in età lavorativa (18-59 anni) che risiede in un’area metropolitana (oltre 250mila abitanti) del Nord per rimanere aggrappato al minimo vitale gli occorrono oltre 826 euro al mese, 795 se abita al Centro e 616 nel Mezzogiorno. Sotto queste disponibilità non si assicura nemmeno la copertura delle spese fondamentali, figuriamoci delle accessorie. Viene in mente il reddito di cittadinanza, che sembra una manna o addirittura un concorrente sleale nei confronti dei salari, ma numeri alla mano al Nord e al Centro ti lascia in soglia di povertà. Se invece siamo in presenza di una coppia, sempre in età lavorativa, occorrono rispettivamente 1.144, 1.086 e 882 euro per Nord, Centro, Mezzogiorno. Con due bambini vicino al focolare domestico, il minimo per garantire la stabilizzazione della popolazione complessiva (uno tra 0 e 3 anni, l’altro tra 4 e 10), le cose si complicano e non poco: al Nord servono, minimo, 1.553 euro, al Centro 1.471, al Sud 1.203.

E quanto è lo stipendio medio di un italiano, operaio, impiegato, quadro o dirigente? Ce lo dice il Jp Salary Outlook 2018, rapporto dell’Osservatorio di JobPricing, che fa riferimento alla società di consulenza HR Pros, che per il 2017, ha sentenziato come lo stipendio medio lordo in Italia sia stato pari a 29.380 euro lordi l’anno, ovvero poco più di 1.580 euro netti al mese. Il gioco della povertà crescente è servito. In un centro con oltre 250mila persone – ma il calcolo non cambia più di tanto nella sostanza se diminuiscono le dimensioni del luogo di residenza – basta che a lavorare sia una sola persona per lambire o addirittura precipitare nell’abisso della povertà assoluta.

Oltre 5 milioni di poveri

Ecco che la percezione di difficoltà in cui si dibattono milioni di famiglie è qualcosa più che una percezione. Con tutto il suo corollario. Mancanza di liquidità. Richiesta di aiuto ai familiari. Necessità inderogabile di lavoro per entrambi i coniugi. Prestiti. Denatalità. Di certo qualcuno lo aveva previsto con largo anticipo. “Usura soffoca il figlio nel ventre/arresta il giovane drudo,/cede il letto a vecchi decrepiti,/si frappone tra i giovani sposi”, era il grido di dolore di Ezra Pound nel suo canto Contro l’usura. Secondo l’Istat erano oltre cinque milioni nel 2017 a trovarsi in questa condizione. Un esercito, superiore o vicino ai consensi dei principali partiti. Ecco l’eredità che lasciano i tanti governi liberisti (al di là delle etichette sempre più vuote) e proni ai diktat della finanza mondiale che si sono succeduti alla guida dell’Italia negli ultimi anni. Nel 2017 i poveri assoluti, la maggior parte provenienti da quella che una volta era la classe media, erano l’8,4 per cento della popolazione. Nel 2018? Tra qualche mese la risposta.

Fabrizio Vincenti

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